La Bibbia: un approccio eterodosso

L’illuminismo ha aperto la strada alla razionalizzazione dei mezzi: dando sempre più rilevanza ai modi con cui raggiungere il risultato voluto, la sfera dei valori e dell’orientamento è stata spostata in una dimensione idiosincratica non accessibile a nessuno se non al soggetto autonomo.

La Bibbia, che per secoli ha scandito la quotidianità e i ritmi della società, ha abbandonato ormai la sua posizione privilegiata: eppure, è possibile farne ancora tesoro.

Sulla strada aperta da Spinoza, con un’interpretazione eterodossa, e sfruttando alcuni elementi del campo non strettamente filosofico, è possibile riscoprire una caratteristica della religione oggigiorno non più considerata: la teopoetica.[1] In questo modo, sarà possibile ritrovare quell’orientamento perduto.

L’eredità dell’illuminismo

Il tramonto della Bibbia

Con oltre 7 miliardi di copie[2] vendute stimate, la Bibbia risulta essere il libro più comprato di sempre ma non solo per tale ragione può essere additata come l’opera più importante per il nostro canone occidentale: dall’alba nella tradizione ebraica fino a quella cristiana, ha saputo dominare per secoli e secoli incontrastata sul panorama culturale.[3]

Grazie a questa sua importanza, ha costruito un intero mondo in cui, se non se ne faceva parte, si era visti come avversari, tanto da non dare spazio all’ateismo, considerato una delle peggiori eresie per diversi secoli.

bibbia

Leggi anche: Il senso della religione, oggi: tra morte di Dio e arte

L’avvento dell’illuminismo nel XVIII secolo ha cambiato le carte in tavola: nel tentativo di emendare e liberare l’individuo da una tradizione che aveva condotto a un secolo pieno di guerre di religione, si è giunti a dargli un’autonomia di giudizio razionale e, quindi, la possibilità di ripudiare tutto ciò che era venuto prima.

Questo cambiamento è reso chiaro dalla esclamazione kantiana riguardo all’essenza stessa dell’illuminismo:

L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo, dunque, è il motto dell’Illuminismo.[4]

L’alba dell’emotivismo

A seguito di ciò, la Bibbia ha iniziato a dissolversi dall’orizzonte comune della società per dare maggiore spazio a un’autonomia di pensiero funzionale, aprendo le porte alla modernità e al progresso della civiltà.

Abbandonandola sempre di più, l’uomo ha conosciuto un periodo fiorente da un punto di vista scientifico e tecnico, con conseguente conquista e dominino della natura, ma, allo stesso tempo, ha perso la possibilità di orientarsi entro una comunità.

Proprio perché l’autonomia razionale si svolge, appunto, a livello del singolo, è risultato sempre più difficile avere una comprensione complessiva di cosa stia accadendo nel mondo e verso quale direzione si è rivolti.

Laddove si garantisce una razionalizzazione dei mezzi per giungere agli obiettivi, gli stessi obiettivi rimangano parte di una soggettività insindacabile su cui nessuno può mettere parola se non il diretto interessato. Macintyre, a tal proposito, scrive: 

L’emotivismo è la dottrina secondo cui tutti i giudizi di valore, e più specificamente tutti i giudizi morali, non sono altro che espressioni di una preferenza, espressioni di un atteggiamento o di un sentimento, e appunto in questo consiste il loro carattere di giudizi morali o di valore.[5]

Considerando la non-esistenza di criteri impersonali, posso pretendere di appellarmici, ma in realtà tutto è ridotto a una dimensione idiosincratica soggettiva contro cui non è possibile alcuna obiezione.

La realtà viene tradotta in termini di puro soddisfacimento: perseguo e mi interesso di solo ciò che mi aggrada, trascurando tutto il resto.

Leggi ancheLa fragilità umana: uno sguardo su di noi

Un altro senso è possibile?

Arrivati a questo punto, la domanda sembra ovvia: la Bibbia può ancora oggi avere un significato che vada al di là di una cerchia di credenti sempre più ristretta?

La risposta potrebbe segnare quel cambiamento utile che tanto si ricerca per riuscire a inquadrare il nostro mondo e avere una chiara immagine su come poterci comportare.

La via alternativa

Spinoza: l’ebreo scomunicato

Un primo approccio alla questione deriva dalla possibilità di interpretare in modo non-credente la Bibbia seguendo la prospettiva aperta da Spinoza. Se si guarda più da vicino le vicende biografiche del filosofo, si vedrà che egli era un ebreo che, a seguito delle sue interpretazioni non ortodosse, venne ostracizzato dalla comunità ebraica.[6]

Ciò è un elemento non da poco rispetto a quanto vogliamo sostenere: se la Bibbia è stata per secoli baluardo di senso ma oggi ha perso questo primato, partire da un ebreo scomunicato ci indica come sia possibile un altrimenti, che considera ugualmente il testo sacro ma da una prospettiva diversa, eterodossa rispetto alla tradizione.

L’autosufficienza della ragione

Spinoza, infatti, suggerisce che l’unico metodo per interpretare la Scrittura non sia rifarsi ad autorità esterne e al soprannaturale, ma affidardi in modo sufficiente alla ragione che ognuno possiede:

Se, infatti, risiede in ciascuno la massima autorità di interpretare la Scrittura, la norma di interpretazione non può essere che quella del lume naturale che è comune a tutti, e non un lume soprannaturale né un’autorità esterna; né il metodo può essere così complicato, da esigere la direttiva di acutissimi filosofi, ma adeguato all’indole naturale e alla capacità comune degli uomini, come abbiamo dimostrato che è il nostro metodo.[7]

Contrariamente alla tradizione secondo cui la Bibbia ha ispirazione divina, il filosofo suggerisce che ogni individuo ha le capacità adatte per comprendere a fondo il testo che ha davanti: persino un ateo, lontano dalla fede, sarebbe in grado di farne tesoro.

Dato che l’opera è frutto di uomini, sarebbe un’assurdità ritenere che non sia comprensibile da altrettanti poiché, se così non fosse, i suoi significati e messaggi rimarrebbero nascosti e impermeabili.

Tramite un confronto intero alle parti della Scrittura e una conoscenza opportuna della lingua ebraica, lingua originaria della Bibbia, ciascuno può riuscire a dedurre e comprendere il valore intrinseco.

Non è un caso che Spinoza, allora, fosse stato scomunicato in quanto aveva osato mettere in dubbio le fondamenta su cui reggeva la comunità ebraica per secoli.

Spengler: l’invasore di campo

Individuata la possibilità di guardare diversamente l’oggetto in questione, occorre capire che cosa farne di questa prospettiva.

Un’approssimazione alla risposta è attingibile all’esterno del campo puramente filosofico, mostrando nuovamente come è possibile risignificare la tradizione da un campo diverso, come l’eretico Spinoza ci ha permesso di evidenziare.

È possibile, a questo punto, introdurre i due condottieri che ci guideranno verso la meta designata: la fisiognomica e la pseudomorfosi.

Primo illustre autore che ha cercato di sfruttare queste branche scientifiche in un senso culturale è stato Spengler, proponendo una rivoluzione dell’ambito storico: non delineare una storia unidirezionale verso il progresso ma mostrare come in ogni tappa di civiltà, e quindi in ogni cultura, abbiamo ricorrenze e cambiamenti intestini riconducibili a una ciclicità fasica.

La fisiognomica  

Per quanto riguarda la fisiognomica, Spengler scrive:

Si parla dell’habitus di una pianta intendendo con ciò suo modo specifico di apparire esteriormente, il carattere, la forma, la durata del suo manifestarsi nel mondo luminoso dischiudentesi al nostro occhio, tutto ciò grazie a cui in ogni sua parte e in ogni fase della sua vita essa si distingue dagli esemplari di ogni altra specie. Questo è un importante concetto della fisiognomica, che io applico ai grandi organismi della storia, per cui parlo di un habitus della civiltà, della storia o della spiritualità indù, egizia, antica. [8]

L’esempio del fiore è illuminante: non si tratta di definire il suo funzionamento, la sua nascita, il suo sviluppo ma come si presenta all’occhio.

Si tratta di soffermarsi sulla sua manifestazione senza una pretesa di comprenderlo, solo di adagiare la nostra vista sulla sua esteriorità e bellezza.

Grazie a ciò, il passaggio dal fiore alla Bibbia è immediato: non focalizzarsi sui significati intrinseci degli episodi narrati ma soffermarsi sulle figure con cui ci imbattiamo in modo da apprezzarne le forme e le azioni, lontani da un senso mistico.

Un’ottima immagine di questa peculiare esperienza viene offerta da Sloterdijk, altro gigante del pensiero, che ha cercato di applicare un metodo fisiognomico simile. Infatti, al riguardo del cinismo, scrive:

In questa nostra galleria di cinici faranno la loro apparizione non già individui, personalità concrete, ma tipi, cioè figure caratterizzanti un’epoca o una società. Passandoli in rassegna, non guasterebbe immaginarceli come statue di cera, da museo delle meraviglie e degli orrori ove si danno convegno importanti figure storiche.[9]

Generalizzando questa immagine, l’idea di essere in un Madame Tossuads di statue di cera raffiguranti episodi e personaggi memorabili rimane valida.

Esattamente come camminare in un museo e soffermarsi su ogni opera esposta, l’idea è esattamente quella di apprezzarne le forme, il colpo d’occhio, quella sensazione di stupore che non deriva da un’analisi minuziosa e precisa ma da quel trascinarsi dell’individuo non esperto in mezzo alle sale.

sloterdijk

Leggi ancheL’affaire Sloterdijk

La pseudomorfosi

Questo mero scrutare, però, sarebbe inutile se non accompagnato dal suo alleato: la pseudomorfosi. Consideriamo ciò che dice Spengler:

Si supponga uno strato di calcare che contenga cristalli di un dato minerale. Si producono crepacci e fessure; l’acqua s’infiltra e a poco a poco, passando, scioglie e porta via i cristalli, di modo che nel conglomerato non restano più che le cavità da essi occupati. Sopravvengono fenomeni vulcanici che fendono la montagna; colate di materiale incandescente penetrano negli spacchi, si solidificano e danno luogo ad altri cristalli. Ma esse non possono farlo in forma propria; sono invece costrette a riempire le cavità preesistenti, e così nascono forme falsate, nascono cristalli nei quali la struttura interna contraddice la conformazione esterna, un dato minerale apparendo ora sotto le specie esteriori di un altro.  È ciò che i mineralogi chiamano pseudomorfosi.[10]

Nuovamente abbiamo un fenomeno scientifico da cui il filosofo ricava un’immagine: come il cristallo deve adattarsi alla cavità ospitante, allo stesso modo un’anima culturale che tenta di germogliare sul suolo di una più antica dovrà adattarsi per fluire nelle forme vuote lasciate da questa.

Non potendo trovare una verginità pronta ad ospitarla, questa nuova cultura dovrà infatti essere costretta a destreggiarsi entro ciò che trova cercando di non rinunciare al messaggio che vuole portare.[11]

Tale fenomeno sarà più comprensibile rifacendoci a un esempio inerente alla nostra trattazione: lo sviluppo del cristianesimo.[12]

Dopo la morte di Gesù, che si esprimeva in ebraico e non aveva messo per iscritto di suo pugno gli insegnamenti che predicava a voce, questi vennero diffusi per iscritto da Paolo, il quale non solo li tradusse in latino, ma anche li istituzionalizzò, creandone una religione.

Da semplice predicatore di una fine imminente del mondo, Gesù divenne il Messia, il figlio di Dio, colui che annunciava la venuta di un altro mondo per i puri di cuore. Ciascuno di questi passaggi denota una pseudomorfosi: in ognuno di essi il fenomeno nuovo del cristianesimo, mentre si sviluppa, si adatta alle forme della cultura in cui fiorisce di volta in volta.

Alla ricerca della meta

L’elemento dimenticato

Definita l’esistenza di una possibilità altra di intendere la Bibbia tramite una direzione eterodossa rispetto alla tradizione, Spinoza ci ha permesso di trovare una strada entro cui la fisiognomica e la pseudomorfosi possono diventare nostri alleati.

Sebbene abbiamo individuato l’esistenza di questo alveo, occorre però ancora identificare dove ci porta: non abbiamo una meta. A quale scopo allora ci serve tutto ciò? La risposta può essere compresa solo tramite una genealogia della religione, concentrandosi in particolare su una sua caratteristica ormai dimenticata: la teopoetica.

La teopoetica

Caratteristica antropologica di ogni cultura è quella di poter costruire delle ‘abitazioni simboliche’, ossia delle case culturali entro cui poter ordinare la propria esistenza e determinare come la comunità debba comportarsi al fine di prosperare e mantenersi unita.

Sloterdijk considera queste recinzioni come dei sistemi immunitari che devono garantire la sopravvivenza del gruppo:

Le ‘strutture’ o ‘culture’ funzionano sempre e ovunque come sistemi immunitari spazializzati e simbolicamente articolati. Il loro interesse per l’autoconservazione anticipa le ferite tipiche dell’ambiente e del mondo sociale e quindi forma misure preventive incarnate.[13]

Di conseguenza, compito delle religioni non era tanto di incarnare una rivelazione derivante dall’altro mondo, quanto di fondare nel passato dei punti di riferimento da avere e difendere nel presente. Senza questi, la comunità stessa avrebbe perso il suo orientamento, andando incontro a dispersione.

Il compito di rivitalizzare questo passato era attribuito alla poesia: con l’idea che ognuna di queste dovesse far risuonare un ordine cosmologico entro la vita di ciascuno, costituivano il nucleo tanto della vita di gruppo che di quella individuale:

Non è il metro che fa la poesia, né il momento lirico, ma la completa integrazione della persona all’interno delle regole e delle libertà dell’esistenza sotto una costituzione etico-poetica.[14]

Se si considera le culture antiche sotto questa lente, appare allora come la teopoetica identifichi quel mondo che si costruisce dalla stratificazione di tutti quei tentativi per modellare la propria esistenza:

I futuri visitatori provenienti da stelle lontane potrebbero concludere che la Terra è un pianeta per divinità dismesse. Gli antropologi stimano che in tutto il mondo, dall’inizio dell’ominizzazione, ci sono stati circa un milione di clan, tribù e gruppi etnici in cui gli impulsi teogenici si manifestano occasionalmente, per quanto in un modo rudimentale; quindi, non è del tutto fantasioso immaginare la terra come ricoperta dalle reliquie di milioni, persino miliardi, di spiriti e divinità estinti.[15]

Sebbene ai nostri occhi queste divinità sono state messe da parte, per i loro popoli erano modelli esemplari attorno a cui costruirsi una vita e avere un’immagine mondana adatta alle proprie esigenze.

Una correzione su Marx

Per comprendere meglio ciò, possiamo riesumare una frase celebre di Marx, riportata nella sua interezza e non nella storpiatura nota:

La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. È l’oppio del popolo.[16]

Nel tentativo di creare un parallelismo con una sostanza oppiacea che crea assuefazione, Marx pretende in questo modo di sottolinearne il suo carattere alienante: la religione sottolineerebbe la centralità data a una realtà trascendente a cui è necessario sottomettersi e seguirne i dettami.

L’invito marxista è chiaro: occorre ripudiarla per poter tornare a parlare dell’umanità concreta, reale, priva di illusioni.

Tale prospettiva afferra la questione, ma solo in parte: sebbene la teologia abbia cercato effettivamente di innalzare a quell’aldilà il punto nevralgico di ogni cosa, solo ripescando il carattere teopoetico della religione è denotabile come, in realtà, quel punto è sempre stato nel mondo umano.

L’oppio, pur creando dipendenza, in sé stesso è inerme: occorre un rapporto con l’essere umano affinchè abbia tale effetto.

La riesumazione

Una nuova occasione

Il contesto illuminista, come abbiamo già avuto modo di vedere, ha messo da parte l’orizzonte culturale della Bibbia: eppure, il suo carattere teopoetico può essere applicato nel migliore dei modi in questa società:

Se si accetta la definizione di religione come il resto che rimane dopo aver sottratto tutto ciò che migra verso la scienza, l’economia, la magistratura, la medicina, la terapia generale, la teoria dei media, la linguistica, l’etnologia, la letteratura popolare, le scienze politiche, ecc., allora si conserva un dominio che può essere designato – semplicemente, anche se vagamente – come un aiuto completo all’interpretazione dell’esistenza, fino all’illuminazione dell’inaccessibile e all’addomesticamento del perturbante.[17]

Abbandonata ogni funzione sociale, rilasciata nella sfera dell’inutile, la religione ottiene effettivamente una sua libertà che non aveva mai sperimentato, in tale misura, fino ad oggi: in questo campo libero, ogni individuo può trovare un senso alla sua esistenza e al mondo circostante.

Tanto la fisiognomica quanto la pseudomorfosi, dunque, possono essere sfruttate nel tentativo di appellarsi ad archetipi che, adattandosi, consentono di orientarsi in un mondo sempre più complesso. Ritrovare similitudini con i tempi che corrono, rispetto a delle cere tramandateci, per farle aderire a ciò che accade nelle vita di oggi: ecco il significato che la Bibbia può avere.

Partendo da quella dimensione soggettiva inappellabile individuata dall’emotivismo, è possibile ricostruire un mondo più umano in cui risuonano miti e poesie di altri tempi offrendo un terreno fertile per l’avvenire:

È chiaro da tempo ai nostri contemporanei che la poesia non poteva essere fermata con la creazione dell’uomo la sera del sesto giorno. Nessuno riposa più a lungo il settimo giorno se non in un riposo creativo, preparandosi per i prossimi giorni della genesi. E che cosa dovrebbe essere il discorso del sabato e della domenica, se non a riguardo dell’alba che deve ancora brillare? [18]

Il Dio danzante

Se ci dovesse essere spazio per una qualche divinità, non dovrebbe essere più considerata come onnisciente e onnipotente, lontana dal mondo, ma bensì viva e che sappia parlarci proprio perché riflette la nostra umanità qui sulla terra.

La Bibbia, allora, non è da considerare come una rivelazione proveniente dall’esterno ma, anzi, proveniente dall’interno: in quanto esseri umani, privarcene sarebbe un danno. Lo Zarathustra di Nietzsche chiarisce bene questa idea:

Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare.[19]

Rifuggendo la pesantezza della teologia, è necessario riaffermare un approccio creativo e libero per assaporare l’attualità delle Scritture.

Tutta questa trattazione può essere riassunta in una frase: Spinoza ha aperto la strada, Spengler ha offerto la bussola e, ora, tocca a noi incamminarci.

Bibliografia

  • Kant, I., Foucault, M., Habermas, J., Che cos’è l’illuminismo, Mimesis, Milano-Udine 2021.
  • MacIntyre, A., Dopo la virtù. Saggio di teoria morale, Armando Editore, Roma 2007.
  • Marx, K., Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, Editori Riuniti, Roma 2016.
  • Nietzsche, F., Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano 1986.
  • Sloterdijk, P., Critica della ragion cinica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2013.
  • Sloterdijk, P., Making the heavens speak, Polity Press, Cambridge 2023.
  • Spengler, O., Il tramonto dell’occidente, Longanesi, Milano 1957.
  • Spinoza, B., Trattato teologico-politico, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2007.

Sitografia

Contributi


Note

[1] La teopoetica suggerisce che, anziché cercare di sviluppare una teoria “scientifica” di Dio, come tenta la teologia sistematica, i teologi dovrebbero invece cercare di trovare Dio attraverso articolazioni poetiche delle loro esperienze vissute (“incarnate”).

[2] Il dato è stato preso da Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Bibbia

[3] Esistono ovviamente delle differenze tra le due tradizioni: mentre l’ebraismo considera solo la Tanakh, il Vecchio Testamento, il cristianesimo ha attinto anche alle opere seguenti il ministero di Gesù (primo tra tutti il Vangelo). Nel corso dei secoli, il canone è stato di volta in volta aggiornato in entrambe le tradizioni, con aggiunte e omissioni, fino alle rispettive composizioni attuali.

[4] I. Kant, M. Foucault, H. Habermas, Che cos’è l’illuminismo, Mimesis, Milano-Udine 2021, p. 1.

[5] A. MacIntyre, Dopo la virtù. Saggio di teoria morale, Armando Editore, Roma 2007, p.45.

[6] Una trattazione più articolata della biografia di Spinoza è possibile trovarla qui: https://www.scuolafilosofica.com/669/spinoza-b

[7] B. Spinoza, Trattato teologico-politico, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2007, p. 203.

[8] O. Spengler, Il tramonto dell’occidente, Longanesi, Milano 1957, p. 210.

[9] P. Sloterdijk, Critica della ragion cinica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2013, p. 83.

[10] O, Spengler, Il tramonto dell’occidente, cit., p. 879.

[11] Ivi, p. 880.

[12] Spengler dedica un intero capitolo a diversi esempi in merito; ivi, § 3.1

[13] P. Sloterdijk, Making the heavens speak, Polity Press, Cambridge 2023, p. 51.

[14] Ivi, p. 56.

[15] Ivi, p. 75.

[16] K. Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, Editori Riuniti, Roma 2016, pp. 99-100

[17] P. Sloterdijk, Making the heavens speak, cit., p. 230.

[18] Ivi, p. 234.

[19] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano 1986, p. 41.