L’affaire Sloterdijk

Il cammino verso il progresso ha raggiunto livelli inimmaginabili. Se la scienza ha fatto passi enormi in avanti, questo si deve anche al regresso della normatività: non occorre più identificare una via giusta delineata della natura. Venuti meno questi freni inibitori della scienza, oggi siamo arrivati a modificare la stessa natura umana. Nuovi sentimenti di incertezza si fanno avanti: occorre allora prendere una nuova posizione. A seconda se si dia ascolto o meno a quello spaesamento, possiamo prendere due direttrici. L’affaire Sloterdijk ci aiuta a inquadrare tale questione: andare oltre o fermarsi? La risposta a tale domanda determina come vogliamo concepire chi noi siamo.

Lo iato filosofico


I progressi scientifici e i regressi normativi

Lo sviluppo della scienza ogni giorno segna un nuovo traguardo: dalla rivoluzione scientifica fino ad oggi, grazie a questi progressi siamo giunti a grandi conquiste. Se da un lato abbiamo questo cammino sempre più in salita, d’altra parte abbiamo anche una regressione dal punto di vista filosofico: la fine della normatività.

Risalendo nei secoli, troviamo continui tentativi da parte della filosofia di fondare una vita giusta nella società. Monito generale è sempre stato quello preposto da parte di Platone nella sua Repubblica: ricalcando una naturalità esistente, costruire un modello in cui ciascuno potesse fiorire e trovare il suo bene.[1] Con l’avvento dell’epoca moderna, la stessa scienza ha sempre più mostrato come non esistesse questo ordine naturale a cui tutto tende. Al contrario, tale normatività portava dei freni allo sviluppo: da eresie a scomuniche, chiunque si opponeva a quell’ordine era il nemico.

Ma ecco che, sempre più, dovette soccombere. La filosofia rinunciava a identificare il contenuto della vita giusta concentrandosi sugli aspetti più strutturali: delineare quel campo di gioco in cui gli individui siano liberi di adoperarsi per il loro meglio. La tutela del pluralismo assurgeva ad aspetto rilevante, mentre la normatività decadeva sempre più.

‘Affaire Sloterdijk’: i nuovi dilemmi aperti dalla scienza

Oggi però ci troviamo a fare i conti con nuove frontiere mai toccate prima. L’uomo stesso diventa zona di manipolazione scientifica. Ciò che fino a ieri era considerabile un terreno determinato dalla contingenza naturale, oggi diventa sempre più possibile orientarlo verso preferenze. Di fronte a tale possibilità, si spalanca uno iato filosofico: come comportarsi a tale riguardo? Occorre ripensare la normatività? Oppure lasciare libero campo?

Queste questioni hanno caratterizzato un confronto passato alla storia come affaire Sloterdijk, mostrando come, ancora oggi, la filosofia sia sempre attenta al presente e che si senta chiamata a ridefinirsi difronte alle nuove derive.[2]

Sloterdijk: l’uomo oltre l’uomo


Addomesticamento: l’apertura al mondo

Il primo grande protagonista di questo scontro è senz’altro il filosofo da cui prende il nome: Peter Sloterdijk. Critico della rivalsa nei confronti della nuova biotecnologia, accusa l’umanesimo di essere ormai giunto alla sua ora in quanto insufficiente per stare al passo con i tempi.[3]  Nel tentativo di salvare i valori della unicità umana, l’umanesimo dimentica le sue origini: tentare di addomesticare l’essere umano contro l’imbarbarimento.

Il processo di addomesticazione non è un fenomeno caratterizzante solo l’umanesimo, ma accompagna tutta la storia umana. Contro una vita dedita solo ai bisogni fisiologici ed istintivi, l’animale pre-sapiens si apre sempre più al mondo.[4] Non più circoscritto ad un ambiente limitato, il sentimento di meraviglia lo pervade: ora diventa in grado di fare i conti con il mondo aperto costruendosi una identità umana. L’addomesticazione inizia quando l’animale, alzando la testa, si rende conto di ciò che sta oltre sé stesso.

Antropotecnica: la produzione dell’uomo

Conscio del mondo aperto, l’essere umano inizia a comportarsi in modo tale da poter disvelare quella verità (la conoscenza del mondo) che gli si pone davanti. Non più semplice risposta a stimoli ma costruzione di un abitare alternativo. L’uomo inizia ad abitare la casa dell’essere, lontano da una natura ostile, per poter disvelare il funzionamento del mondo. Questo abitare, per poter essere umanizzato, necessita di una capacità propriamente umana: l’antropotecnica.

Secondo questa, l’uomo produce l’uomo attraverso ogni medium utile ai suoi scopi. Proprio grazie a questi media è possibile dirigere l’addomesticazione verso una direzione e combattere contro l’imbarbarimento. Dal linguaggio fino alla tecnologia, la produzione di uomini sempre più esseri umani e meno animali è ciò che caratterizza il processo evolutivo umano.

Alba e tramonto dell’umanesimo

Considerato il ruolo dei media, possiamo tornare a considerare l’umanesimo, in quanto risulta un prodotto. Tramite il medium della scrittura, è stato possibile creare un ‘circolo di amici’ con l’obbiettivo di scambiarsi lettere. Lo scambio di queste avviene in modo peculiare: dal passato verso il futuro, il mittente è ignaro di chi sarà il ricevente, pur sapendo di condividere con lui l’appartenenza a quello stesso circolo.

Estendendosi di generazione in generazione, questo ha permesso a tutta la specie umana di poter condividere gli stessi valori: concepire l’uomo come un unicum. Se ha funzionato per secoli, la sua conseguenza nefasta è stata però di condurre a sopravvalutare l’uomo e verso i totalitarismi del XX secolo.[5]

Entro la stessa élite umanista si sono costituiti circoli più ristretti che hanno causato attriti con i loro simili. Fascismo, comunismo e americanismo risultano essere tutte facce della stessa medaglia: interpretazioni differenti dell’umanesimo. Ogni narrazione è riuscita ad assopire intere coscienze fino a condurle in guerre fratricide. Se l’obbiettivo dell’addomesticazione era quello di garantire la civilizzazione e una difesa del proprio abitare, si è rovesciata nel suo opposto: un imbarbarimento senza precedenti. Che via di fuga imboccare?

Oltre la Lichtung

Unica strada possibile sembra quella di fare un passo indietro per andare oltre al compito originale dell’uomo, pastore dell’Essere. Seguendo Heidegger, nuove strade si diramano nella foresta, nella Lichtung.[6] L’uomo si avventura in questa Lichtung per disvelare la verità ultima, ma, essendo una radura intricata, non esiste un’unica direzione. Se l’umanesimo era una possibilità, una via, occorre ricercare un’alternativa. Non si tratta di lasciarsi ammaliare dalle lettere umaniste, ma di trovarsi in ascolto dell’essere: individuare nuovi sentieri da percorrere.

Heidegger non propone come trovare nuove strade ma Sloterdijk sì. Anzi, fa ben di più: essendo ormai la casa dell’essere insufficiente, occorre spostarsi nel regno del nulla. Questo regno è dato dalla capacità umana di creare, di produrre oggetti non presenti in natura e che quindi ‘vanno oltre’ il disvelamento dell’essere. La stessa casa diventa un elemento marginale rispetto a un dominio molto più ampio.

Siamo difronte all’”ora del crimine del mostruoso”, di cui noi ne siamo gli autori: libero dai limiti dell’essere, l’uomo può produrre direttamente qualcosa di mostruoso (smisurato, sublime) direttamente dalle sue mani. Non assiste più solo ad una scena, come accade nella casa dell’essere, ma opera in prima persona nella sua produzione.

Il nuovo orizzonte ‘scandaloso’

Il pensiero macchinico, dell’artificiale, diventa la nuova possibilità con cui l’uomo produce l’uomo, andando ben oltre le aspettative dell’umanesimo. Dove questo ha fallito, il nuovo orizzonte prospetta possibilità in cui l’uomo ottenga un congedo dai suoi ultimi limiti animali per spingersi a diventare un essere puramente umano. Difronte ai nuovi media offerti dalla scienza e tecnica, l’unica soluzione è sfruttarli appieno per portare avanti il processo di ominazione.

Ed eccoci nella parte più ‘scandalosa’ della proposta sloterdijkiana: tale processo deve essere guidato da una élite di genetisti e filosofi. Nel concepire la specie umana come un allevamento serve che emerga una guida che non si dedichi più solo a quello che è ma che porti l’uomo oltre l’uomo. Come i letterati a guida nell’umanesimo, deve costituirsi una oligarchia che conduca l’uomo verso questo atto ultimo di civilizzazione. Stesso compito, ma media diversi.

Habermas: in difesa della umanità


La funzione del dialogo

Una soluzione opposta viene suggerita da parte di Jurgen Habermas, costituendo l’alternativa dell’affaire.[7] La sua prospettiva muove verso una direzione ben diversa, pur partendo da un medium: il linguaggio. A differenza però di Sloterdijk, lo scopo è di creare un legame trans-soggettivo entro cui i partecipanti si pongono per determinarsi. Il linguaggio è uno strumento volto a fondare un terreno comune tra i dialoganti affinchè ciascuno possa costruire la sua identità nel confronto con l’altro.

Fin dal momento della nascita, ogni individuo ha occasione di poter essere considerato parte della prospettiva-del-noi, degno di essere apprezzato per quello che è con la sua unicità. Inserendosi in un contesto di socializzazione dialogica, il bambino sposta la sua attenzione da essere-organismo ad essere-un-corpo. Ciò che rende l’uomo in quanto tale allora non sarà il dispiegarsi nella Lichtung, quanto piuttosto il confronto con i suoi simili.

Una nuova necessità

Il dialogo si fonda su una base data per scontata: la indisponibilità della natura di ogni individuo. In quanto nasce incompleto e diverso dagli altri, la socializzazione si deve intessere su alcune norme fondamentali che permettano a ciascuno di potersi completare come persona, senza limitazioni. Al di là di ogni cultura, esiste una base comune su cui ciascuna di queste si appoggia: la dignità dell’essere umano. Se fino a ieri tale base era garantita, con l’avvento della ingegneria genetica viene messa a repentaglio.

Proprio in risposta a questo, Habermas propone una moralizzazione della natura umana. Non uno scetticismo ingiustificato, quanto piuttosto una presa di coscienza che permetta di tracciare un confine solido nella difesa della umanità. Nel momento in cui si rompe l’argine della contingenza naturale, e diventa territorio di scelta, rischiamo di deturpare il fondamento stesso dell’essere umano.

Ritorno a Kant

Se Sloterdijk si avvale delle riflessioni di Heidegger, Habermas riparte da Kant. Il filosofo illuminista già nel Settecento si era fatto portatore di una morale che mettesse al centro il rapporto da avere con gli altri: trattare ogni essere umano come un fine in sé e non come mero mezzo.[8] In altre parole: è sbagliato sfruttare gli altri solo per raggiungere i propri obiettivi.

Facendo tesoro di questo insegnamento, è possibile trasporlo nel dialogo. In questo modo, è necessario costruire delle relazioni di reversibilità con gli altri. Avendo possibilità di scambiare posizioni tra i due dialoganti, risulta evidente come non si creino condizionamenti unilaterali. Ciò che viene detto da qualcuno può essere detto dall’altro, senza costringere uno dei due ad accettare quella cosa come limitante. L’agire comunicativo permette di mettere a fuoco un punto fermo: l’umanità di entrambi deve rimanere inalterata.

Il pericolo dei rapporti unilaterali

Per mezzo della nuova ingegneria genetica, tale garanzia di reversibilità non viene rispettata. Si instaura anzi un rapporto unilaterale: dal genitore verso il figlio. Il primo avrà occasione di pianificare i caratteri del secondo senza lasciare a questo occasione di avere un approccio critico e di rivalutazione.

Avendo i dialoganti su due piani diversi, viene tradita la eguaglianza che dovrebbe comportare l’agire comunicativo. Il figlio sarà costretto a fare i conti con una parte che non dipende da sé, qualcosa di deciso da altri, nei confronti di cui non potrà mai sviluppare una indipendenza. Per tale ragione, Habermas arriva a criticare questa eugenetica mirante al miglioramento della specie umana, definita come ‘eugenetica positiva’. Nel desiderio di avere un essere umano con caratteristiche volute, si viola la sua dignità e la sua umanità.

Eugenetica negativa

Nel riproporre questa nuova normatività, rimane comunque uno spazio alla eugenetica. Se quella migliorativa è da scartare, abbiamo spazio per quella che possa garantire una vita degna, senza complicanze o malattie. Questa eugenetica negativa permette un passaggio che la positiva non consente: garantire il consenso che esprimerebbe il nascituro. Operando contro malattie ereditarie e congenite, al nuovo individuo si garantirà una vita in cui è possibile sviluppare appieno la sua identità e indipendenza. Un intervento non frutto di qualche capriccio di esterni, ma nella convinzione di permettere stabilità.

L’uomo ad immagine di Dio


La creazione dell’uomo

Per poter tirare le somme di tutto questo discorso, occorre fare un ultimo passo e risalire a quella fonte di topoi inestimabile: la Bibbia. Proprio nella primissima parte di questa, nella Genesi, abbiamo una metafora utile per comprendere le due traiettorie delineate. Nel momento della creazione dell’uomo, leggiamo:

«Poi Dio disse: “facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza, e abbia dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame e su tutta la terra, e su tutti i rettili che strisciano sulla terra.»[9]

Questa frase ci apre alle due interpretazioni sull’essere umano poste fin qui. Vediamole più nel dettaglio.

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Uomo come Dio

Se adottiamo la prospettiva di Sloterdijk, appare evidente come la possibilità che l’uomo abbia di produrre e guidare la sua specie sia la sua meta. Essendo creato ad immagine di Dio, racchiude la possibilità di raggiungere la più alto somiglianza a Lui: diventare Dio a sua volta. Come l’Altissimo ha prodotto la natura, allo stesso modo l’uomo può diventare creatore del regno del nulla. Da creatura a creatore, nel fine di assumere appieno la sua identità.

Il rapporto tra uomo e Dio

 Se però ci focalizziamo sul rapporto che si crea tra Dio e l’uomo, le cose appaiono sotto una luce diversa. Il rapporto tra i due ha due direzioni: non basta aver creato, ma serve anche venire riconosciuti per essere Dio. Il rapporto reciproco di riconoscimento permette all’uomo di concepire la sua libertà. Questo è ciò che Habermas ci propone: l’uomo è uomo in quanto è dotato di libertà per crearsi la sua esistenza.

Ciò implica anche la possibilità di volgere le spalle al suo creatore, senza per questo venire meno a sé stesso. Nel momento in cui dovessimo avere un rapporto di dipendenza obbligata, questa possibilità di volgere le spalle sarebbe impossibile. Contro questo dislivello, occorre tutelare ciò che rende, un uomo, essere umano.

Una questione eterna

Entrambe le strade si aprono difronte all’uomo. Se anche l’affaire Sloterdijk non si è concluso in nessun modo, forse è perché è destinato a rimanere aperto. Una questione eterna che graverà sempre di più sull’essere umano, destinata solo ad aumentare il suo peso. Una cosa è certa: ciò di cui è capace l’essere umano supererà sempre ogni possibilità di teorizzazione. Lo abbiamo visto con la bomba atomica, lo vediamo con questi nuovi sviluppi scientifici. Lo vedremo di nuovo nell’indomani.

Bibliografia


[1] CEI, La Sacra Bibbia, Edimedia di Fabio Filippi e C. Sas, Firenze, 2012.

[2] D. E. Consoli, Introduzione a Sloterdijk. Il mondo come coesistenza, Il Nuovo Melangolo, Genova, 2017.

[3] I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, LaTerza, Roma-Bari, 1997.

[4] J. Habermas, Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2010.

[5] M. Heidegger, Lettera sull’ “umanismo”, Adelphi, Milano, 1995.

[6] P. Sloterdijk, Non siamo ancora stati salvati. Saggi dopo Heidegger, Edizioni Tlon, Milano, 2024.

[7] Platone, La Repubblica, Rizzoli, Milano, 2007.

Note


[1] Cfr. Platone, La Repubblica, Rizzoli, Milano, 2007.

[2] Il confronto non ha visto un reale dibattito, quanto piuttosto uno scambio di accuse reciproche a distanza per mezzo di articoli su giornali. Al di là di ciò, permette ugualmente di affrontare una questione centrale per il comportamento futuro nei confronti di questi sviluppi scientifici.

[3] L’umanesimo può essere considerato come un tentativo di normatività in quanto cerca di tutelare la unicità dell’essere umano rispetto al mondo.

[4] Un animale pre-sapiens è un animale che non è né uomo né animale, ma un passaggio intermedio.

[5] Cfr. M. Heidegger, Lettera sull’ “umanismo”, Adelphi, Milano, 1995. ‘Umanismo’ e ‘umanesimo’ sono la stessa parola, tale sfumatura esiste solo in italiano.

[6] Il termine ‘Lichtung’ è praticamente intraducibile. La perifrasi che più rende l’idea è “ciò che precondiziona qualsiasi luce e ombra consentendo a entrambe di essere tali”.

[7] Nel dibattito sui giornali internazionali, Habermas non ha mai preso parola direttamente ma ha sfruttato alcuni suoi allievi nel muovere le critiche a Sloterdijk. Cfr. D. E. Consoli, Introduzione a Sloterdijk. Il mondo come coesistenza, Il Nuovo Melangolo, Genova, 2017, in particolare pp. 61-64.

[8] Cfr. I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, LaTerza, Roma-Bari, 1997.

[9] CEI, La Sacra Bibbia, Edimedia di Fabio Filippi e C. Sas, Firenze, 2012, Gen. 1.26.