Timbro inconfondibile, personalità autentica e grinta emotiva: l’andriese Savio Vurchio è una delle voci più iconiche della scena musicale pugliese e italiana. La sua carriera e i suoi successi sono dovuti non soltanto al musicista, ma soprattutto all’uomo che con tanta passione ha saputo distinguersi per talento, carisma e cuore.
Ciao Savio, è un piacere poter parlare con te. Da quanto tempo canti? Chi è stato il tuo primo idolo, l’artista che ti ha portato per mano nel mondo della musica?
«Ciao a voi, ragazzi. Canto da circa trent’anni a livello professionale, ma nasco come musicista. Ho iniziato a cantare per caso, una sera. Al piano bar mi chiesero se volessi fare un pezzo, e immediatamente dopo il proprietario del locale mi ha chiesto se volessi fare un paio di serate a settimana. Io nasco come percussionista, il canto è arrivato inaspettato, o meglio, è arrivata l’occasione, perché per conto mio ho sempre cantato. Il primo artista che mi ha ispirato è stato Ray Charles. Subito dopo, quasi in contemporanea, Stevie Wonder. Quindi, posso dire che le mie influenze appartengono alla Black Music. Poi è arrivato Pino Daniele, e mi ha sconvolto tutta la visione della musica e del modo di cantare».
Come ti collochi all’interno del panorama musicale? Cosa ti piace più cantare e perché?
«Mi piace definirmi all’americana: in Italia i cantanti sono sempre etichettati, mi spiego meglio. C’è il cantante che fa canzoni d’amore, il cantante che fa pezzi impegnati, e così via. Io sono un po’ tutto, e cerco sempre di fare quello che mi piace davvero. All’inizio della mia carriera non ero visto di buon occhio, proprio perché probabilmente ero visto come un ibrido. Fondamentalmente sono un romantico, ci sono delle canzoni d’amore che io amo e fosse per me canterei quasi sempre canzoni d’amore. Poi c’è l’altro lato della medaglia, quello più aggressivo, che anche adoro. Però se dovessi improvvisare un pezzo sicuramente sarebbe un “lentaccio” d’amore».

Prima The Voice e poi All Together Now: com’è stata l’esperienza in TV? Credi che quello della televisione sia solo spettacolo o in qualche modo possa essere conciliabile con la musica?
«Prima di The Voice e All Together Now, nel ’95 ho fatto un altro programma: Re per una notte. Praticamente li ho fatti un po’ tutti, mi manca soltanto Malattie Imbarazzanti e sono a posto. Scherzi a parte, l’esperienza è stata bellissima, soprattutto a All Together Now, perché mi hanno permesso di essere me stesso, anche se il gioco prevedeva di cantare pezzi che non ti appartenevano. Però grazie al mio mestiere, e alla mia esperienza, credo di aver fatto una discreta figura. Il mondo della televisione potrebbe essere conciliabile con la musica, ma quello che dico sempre è che dipende da come ci arrivi. Se ci arrivi con un chilometraggio o con un bagaglio storico alle spalle è una cosa. Se sei alle prime armi e vai a fare un talent e pensi che possa cambiarti la vita, in quel caso la vedo dura. Conosco anche ragazzi che hanno avuto problemi di depressione, perché il rischio di rimanerci male è alto, e i riflettori possono giocare brutti scherzi. Io sono sempre stato uno con i piedi per terra, per questo dico dipende da come ci arrivi. Il mio modus operandi è stato quello di sfruttare la tv, e non di essere sfruttato. Quindi, io ho partecipato proprio perché poteva essere una vetrina per me, non la mia essenza».
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Come vedi lo scenario musicale odierno? Credi che a livello locale ci possa essere possibilità per le nuove generazioni, sia di emergere che di fare buona musica?
«Io onestamente trovo lo scenario odierno disastroso. Allo stesso tempo ci sono anche tantissimi talenti. Spesso dico che se oggi nascessero i Beatles probabilmente non sarebbero considerati da nessuno, perché non c’è attenzione culturale. Il problema è che i media e la tv dovrebbero dare possibilità alla gente di scoprire cose nuove, di osare. Fino a quando Annalisa è la cantante di punta, e quindi dobbiamo trovare un’altra Annalisa da contrapporre e spingere, si arriva all’appiattimento musicale, perché è tutto un copia e incolla. E se ci fate caso i pezzi, armonicamente, sono tutti uguali. Puoi sovrapporre, scambiare accordi, testi, bene o male vi ritroverete sempre nello stesso prodotto. Ed è questo quello che si fa, si dà alla gente quello che la gente vuole, e invece non dovrebbe essere così, perché loro hanno il potere di proporre altro. Il punto è che di quest’altro la gente non ne sospetta neanche l’esistenza. A livello locale ci sono tanti artisti davvero bravi e talentuosi. Nella mia città, Andria, ci sono davvero tanti esempi».
Nei tuoi eventi e nei tuoi concerti sei sempre molto alla mano, ironico e autoironico, instauri sempre un certo feeling con il pubblico, che apprezza e si diverte. Quanto è importante questa atmosfera di spensieratezza e in che modo incide sulla tua performance?
«Nei miei eventi e nei miei concerti sono sempre ironico, e soprattutto autoironico. Perché io sono questo e penso che un’artista debba essere questo. Dobbiamo dire quello che pensiamo sempre, anche perché noi abbiamo questo potere e non è assolutamente vero che un cantante deve fare solo il cantante. Anzi, proprio perché uno è artista, ha il dovere di schierarsi e di dire la sua, altrimenti il mio ruolo sarebbe svuotato di significato, privo di senso, amorfo. Invece a me piace raccontare la mia vita, e per me è importante non uscire soltanto sul palco, cantare, e andarmene. E credo che con questo modo di fare la gente capisca il modo in cui canto e perché canto».

Qual è il pezzo che non vorresti mai più cantare fino alla fine della tua carriera? E quale, invece, un brano a cui sei particolarmente legato?
«Un brano che sicuramente mi mette sempre una certa ansia, anche perché il testo parla di un uomo di una certa età che si rende conto della sua vita, di quello che ha fatto e di quello che non ha fatto, e della consapevolezza di stare aspettando la morte. Il brano è My Way, che mi hanno anche proposto nell’ultima puntata di All Together Now ed è stata l’unica volta in cui ho detto “per favore, no. Se devo uscire, fatemi uscire dignitosamente, ma non con questa canzone”. Viene definita da molti un capolavoro, ma non mi appartiene, non appartiene al mio modo di essere e di pensare. Come diceva qualcuno, uno o due minuti prima di morire, sarò vecchio. Ma fino ad allora voglio essere vivo. Invece, un pezzo che mi dà sempre emozioni, nonostante siano anni che io lo canti, ma ci sono delle note che mi toccano sempre il cuore, è Sailing, di Christopher Cross. Lo canterò sempre molto volentieri».
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Hai inciso tre dischi fantastici, in cui spiccano collaborazioni con grandi artisti, come Nunzia Carrozza e Roberta Gentile. Vuoi farci qualche spoiler sui prossimi progetti?
«Io non sono mai contento di quello che faccio, devo essere onesto. Si può sempre fare meglio. Mi sento come se mancasse sempre qualcosa, ma probabilmente è insoddisfazione dell’artista, e forse è giusto così. In pentola bolle una tournée che parte il 19 Aprile da Bari, con la band originale di Pino Daniele, con Gigi De Rienzo, Ernesto Vitolo, Agostino Marangolo. Sono davvero super emozionato perché io ho iniziato a suonare e a cantare ascoltando loro. Per me loro sono il mio punto di riferimento, quindi il solo pensiero di condividere il palco con loro me la fa fare sotto. Sai, abbiamo fatto una chat per l’organizzazione, e quando vedo magari Gigi De Rienzo sta scrivendo... non mi sembra vero che stiano parlando con me. Un’altra cosa che posso anticiparvi è che ho fatto un’audizione per un nuovo programma in Rai, però non so ancora. Pare sia andata bene ma non ho ancora conferme».
Il mondo della musica e dello spettacolo è complicato. Credi che la tua carriera e i tuoi successi possono aver in qualche modo compromesso la tua sfera privata o abbiano soltanto giovato alla tua vita in generale?
«Sì, il mondo della musica è certamente complicato, però, come dicevo prima, dipende sempre come ci arrivi. Se hai fatto la famosa gavetta, se lavori sodo, è difficile perdere la bussola. Io stesso ho fatto cose importanti, ho fatto collaborazioni con grandi nomi. Però finito il concerto, finita la serata, finita la tournée, c’è sempre la realtà che ti riporta alla normalità, che può essere una semplice cartella di Equitalia, o tua moglie che ti dice che oggi si butta la plastica e quindi tu alle due di notte, dopo un concerto, torni a casa e vai a buttare la plastica. Questo ti riporta alla realtà. La musica mi ha dato tanto, sia che faccia un matrimonio, sia che faccia un grande palco, mi ha reso quello che sono e sono felicissimo, non ha compromesso mai nulla. E se lo ha fatto vuol dire che era la cosa giusta. Mi riferisco a storie d’amore finite per colpa, secondo loro, del mio lavoro. Evidentemente non erano persone giuste per me».
La musica mi ha sempre dato e continuerà a darmi tanto. Ne sono sicuro.
Savio Vurchio
