Riccardo Roma, in arte Dimaggio, è nato a Lecce nel 2003. In questa intervista, partendo dalla rinascita legata al suo nome d’arte, parleremo della fase iniziale della sua carriera, dell’impegno sociale preso attraverso la musica e delle numerose “vittorie” che l’artista, nonostante la giovane età, può già raccontare.
Ho letto che usi il nome d’arte “Dimaggio” perché credi che il mese di maggio rappresenti una rinascita. Puoi spiegarci quest’idea partendo da come è nato il nome?
L’idea del nome “Dimaggio” è stata un’idea molto randomica. Era il periodo in cui io volevo che il progetto iniziasse a svilupparsi e cercavo un nome che mi potesse rappresentare al 100%, da un punto di vista artistico quanto personale.
Un giorno, mentre ero in dormiveglia, mi viene l’idea “Dimaggio” e lo appunto nelle note. Mi viene perché è totalmente legato a un mood che ogni anno riscontro in me stesso, ovvero un mood di riapertura durante l’inizio della stagione primaverile-estiva che, secondo me, ha proprio il suo massimo picco a maggio.
È il mese in cui c’è una rinascita totale, dove si hanno i primi caldi, i primi colori. È come se sentissi il cuore accelerato, come se mi sentissi propositivo e nuovamente pronto dopo i mesi invernali, che per me sono sempre stati caratterizzati dalla tristezza e dalla pesantezza. Ho deciso che poteva essere la sensazione che volevo trasmettere: una sensazione di pace, di armonia e di rinascita.
Voglio trascinare le persone che mi ascoltano in un mood di tranquillità. Voglio che si sentano capiti, riscaldati e abbracciati. Tengo particolarmente, ogni volta che canto, a creare quella bolla di intimità e di chiacchiera con la persona che mi ascolta, in modo tale che possa essere un po’ trasportata nella vera essenza del mio progetto.
Tra i tuoi singoli ho trovato “Ghiacciai”. Siamo lontani dalla rinascita di maggio. È un contrasto voluto?
“Ghiacciai” è una canzone che, di per sé, parla anche un po’ di rinascita. L’ho scritta per la mia migliore amica nel momento in cui è partita per l’università e siamo stati, tra virgolette, obbligati ad allontanarci, nonostante la nostra fosse e sia tuttora un’amicizia molto affiatata.
Nella canzone dico “e quei ghiacciai tu saluterai”, il che rappresenta una certezza di rinascita e di stare bene. Nel momento in cui scrivo le canzoni, che trattano principalmente di difficoltà vere proprie – che siano mie o di altri – voglio che il mood permetta sempre alle persone di potersi rispecchiare. Mi piace creare una situazione in cui la persona può non sentirsi sola; quindi, quando ho scritto “Ghiacciai”, l’ho scritta interamente per la mia migliore amica.
Ne ho capito invece un ipotetico potenziale più globale nel momento in cui ho realizzato che era una situazione in cui molti si potevano trovare. In fondo è un po’ la canzone del saluto obbligato, della distanza e, nonostante la freddezza che il titolo può trasmettere, in realtà spero sempre sia una canzone molto calorosa.
Delle volte, quando la canto, invito le persone a pensare quale sia la persona senza la quale la loro vita sarebbe diversa, o di stringere una persona che non vorrebbero mai perdere: “Ghiacciai” tratta volutamente un tema triste. Spero, però, che si trovi nel cuore una sorta di comprensione nel momento in cui viene cantata.
Nel 2023 hai invece pubblicato “(A)mara”, un brano che affronta le tematiche lgbtqia+. Puoi spiegarci innanzitutto perché usi la parentesi per racchiudere la A?
È la storia di una relazione tra due ragazze. Ho usato un nome inventato (Mara) e ho voluto mettere la “A” davanti perché, purtroppo, ha un finale amaro.
L’ho scritta con molta rabbia e con molta tristezza. È la storia di due ragazze che sono state totalmente investite da questo sentimento inaspettato, eppure ricambiato, e da questa relazione così bella, quasi da sogno. Una storia, tuttavia, trinciata dal timore che una persona può provare nel momento in cui scopre di essere attratta da una persona dello stesso sesso.
Ho voluto scrivere questa canzone come il manifesto della mia missione artistica: scrivere per le persone che vogliono riconoscersi in qualcosa, scrivere delle storie che delle volte sono infelici, ingiuste e che devono essere cantate in modo che, magari, questa ingiustizia possa essere limitata.
Voglio che le persone capiscano quanto sia importante l’eco che anche un piccolo ambiente sociale può avere nei confronti di qualsiasi persona, quindi la porto in giro spesso e la introduco con un piccolo discorsetto prima di cantarla.
La porto come manifesto di amore libero, come legittimazione della sessualità, del provare un sentimento che non deve essere per forza etichettato, né tantomeno giudicato. Un amore del genere è sempre giusto e, in quanto tale, va sostenuto.
Qual è il messaggio principale che vorresti trasmettere per quanto riguarda le tematiche prima menzionate?
Voglio che le mie tematiche rispecchino un progetto che possa essere sempre uno spazio sicuro e accogliente per chi mi ascolta. Non ho intenzione di creare un ambiente musicale in cui le persone possano non sentirsi viste, riconosciute, accolte e abbracciate.
Spero vivamente che la mia musica possa essere un forte strumento, capace di creare un punto d’incontro per coloro che spesso possono non averne.
Il mio intento è quello di creare, nel momento in cui la mia musica viene suonata, uno spazio safe, propositivo, in cui le persone possano guardarsi tra di loro e non aver timore di essere ciò che sono. È questo l’ambiente che voglio nel momento in cui il mio progetto si materializza in un luogo fisico.
Qual è l’ultimo brano che hai pubblicato?
L’ultimo brano che ho pubblicato è “Venera ha toccato la terra”. È una canzone con una sonorità e un mood che la rende molto diversa dalle altre.
“Venere ha toccato la terra” richiama il valore astrologico del pianeta Venere, che è il pianeta dell’emotività e dell’eros. Durante una mia storiella estiva abbastanza felice, mi sentivo come se si fosse schiantato un pianeta sulla Terra, portando quanto più macello possibile.
È una canzone che adoro, perché parla a molti a differenza di “Ghiacciai” o di “(A)mara”. Ha un linguaggio molto più capibile ed è bello soprattutto cantarla. È stata e, anzi, sarà l’apripista di una nuova fase del mio progetto, una sorta di spartiacque.
Ho letto (ed anche visto) che hai cantato in occasione della “Fòcara di Novoli”, un evento che noi tutti conosciamo. È stata la tua prima volta davanti a un pubblico di questa portata? Cosa hai provato?
L’esperienza “Focara” è stata una delle più soddisfacenti che ho avuto la possibilità di affrontare grazie alla musica. Era la prima volta che suonavo davanti a tantissima gente – c’erano più di 5000 persone quella sera in piazza – e soprattutto è stato un grandissimo esperimento per me. Fortunatamente, fino ad oggi, mi sono ritrovato a cantare in contesti sempre mediamente “grandi” o comunque abbastanza frequentati ma, ovviamente, la portata della Focara è imparagonabile ed ero curiosissimo.
Sono stato terrorizzato per moltissimi giorni prima. Il giorno dell’esibizione, invece, ero molto tranquillo, come se avessi sfogato un po’ tutta la tensione nei giorni precedenti e fosse rimasta solo la curiosità di quello che avrebbero fatto il mio corpo e il mio cervello in quella situazione. È stata un’esperienza bellissima, che ricorderò per tutta la vita.
Fra l’altro io sono di Novoli e ho sempre vissuto il contesto “Focara” con estrema devozione. A prescindere dai vari collegamenti che ci possono essere con la religione, è qualcosa che ci ha sempre uniti.
Essere scelto come apertura del concertone è stato davvero un onore e ha rappresentato una sorta di battesimo del mio progetto e della mia persona artistica davanti al mio paese. È stato impagabile e ne sono uscito soddisfatto ma, soprattutto, consapevole di quanto margine di miglioramento si possa sempre ottenere. Per questo mi è piaciuto anche analizzare, ex post, i vari aggiustamenti che sono necessari fare e che questa esperienza mi ha permesso di individuare.
Qualche anticipazione sui progetti futuri?
Per quanto riguarda i progetti futuri, non mi sbilancio troppo nel dare informazioni.
Voglio che ci sia un glow up generale e sto lavorando a un progetto un po’ più grande che non è quello del singolo. Fino ad ora abbiamo sperimentato nel sound e nell’identità della scrittura. Ho voluto dare varie sfumature di me e adesso è il momento di presentare un’identità più forte e più definita.
Essendo questo progetto quello che io riterrò il mio vero e proprio esordio, voglio che venga fatto nella maniera giusta e soprattutto nel livello qualitativo che io necessito in questo momento, però… no spoiler per ora.
Non mi sento ancora di anticipare nulla, né sui dettagli, né sulle idee. Voglio lasciare un po’ di brio, in modo tale da consentirmi di poter fare dei cambi di manovra senza dare spiegazioni; quindi ancora non mi professerò a riguardo.
