Siate realisti: chiedete l’impossibile – Intervista a Marianna Lentini

marianna lentini

Lecce, Convitto Palmieri: siamo con Marianna Lentini, una sociologa che lavora nell’Ufficio studi e comunicazione di Banca etica – ed è di Lizzanello, per cui siamo nella nostra terra.

Però oggi non è qui come inviata della sua azienda, ma per parlare del suo libro: infatti, nel 2024 ha scritto «Capitalismo feroce», edito da People. Questo libro tratta di molti temi, e alcuni meritano secondo noi anche un approfondimento.

E insieme a questi temi andremo ad indagare anche l’esperienza di Marianna, che non è soltanto scrittrice ma anche una militante attiva sul territorio.

Ci accolgono le sale della vecchia chiesa di San Francesco della Scarpa, sede operativa del Free Home University, curato da Alessandra Pomarico e Nikolay Oleynikov: un esperimento pedagogico e artistico incentrato sulla generazione di nuovi modi di condividere e creare conoscenza attraverso l’esperienza di vita in comune.

L’intervista

Trovate il video completo dell’intervista sul nostro canale YouTube (link qui sotto) e un estratto sul nostro profilo Instagram.

Possiamo cominciare facendo una domanda, diciamo così, storicista. Luciano Gallino chiama questo sistema «capitalismo finanziario» – e un’alternativa ancora non si vede, o almeno solo pochi elementi, sprazzi.

E allora ci si chiede: questo libro che hai scritto è un tassello nel mosaico dell’alternativa oppure siamo ancora nella pars destruens del capitalismo?

«Non è sicuramente un tassello nel mosaico dell’alternativa: quando l’ho scritto non avevo questa ambizione.

Il mio obiettivo era rendere consapevoli i lettori e le lettrici di un fatto: la policrisi che stiamo vivendo – una crisi che è climatica, sociale, geopolitica, economica e anche morale – è interamente riconducibile alla logica di sfrenata violenza sottesa proprio a quella megamacchina sociale che Gallino definisce appunto “finanzcapitalismo”.

Volevo che le persone fossero consapevoli del fatto che la finanza globale – questo magma nel quale, ignare e ignari, navighiamo – in realtà impatti in tanti aspetti della nostra vita, anche se non ce ne rendiamo conto.»

In effetti abbiamo parlato di vite – e, rimanendo sull’“organico”, c’è da dire che esistono episodi di cosiddetta “rabbia popolare”, senza direzione precisa né avanguardia, o perlomeno una gestione partitica. Prendiamo un esempio recente: il caso di Luigi Mangione negli USA.

Questo ragazzo – ormai simbolo del proverbio per cui tutti gli eroi son giovani e belli – è un eroe inatteso, una sorta di Robin Hood che poi diventa un martire, un prigioniero politico – oppure solo un epifenomeno di questo caos neoliberista?

«Credo che sia ingeneroso definirlo un epifenomeno. Il suo gesto estremo è stato sicuramente il segnale di un cortocircuito che si è creato in questo sistema, il grido delle masse che si rivoltano contro un’architettura socioeconomica che nella sua corsa verso il profitto produce degli impatti rovinosi sulle vite di tutti quanti.

Quindi, il gesto di Luigi Mangione rivela quanto la barbarie di questo sistema sia ormai del tutto insostenibile. Mangione ha rivendicato il diritto a ribellarsi.

Poi, il suo gesto resta appunto un gesto individuale: lo step successivo dovrebbe essere quello di creare un soggetto politico in grado di proporre un’alternativa a quel sistema.»

A proposito di salute, Mangione era stato una vittima dei sistema sanitario statunitense, e in un tuo capitolo hai parlato proprio di «impero del dolore».

Non sembra però che questo sistema economico si basi invece sul piacere – un po’ come scrisse Mark Fisher: una sorta di «edonìa depressa», un piacere magari irraggiungibile però comunque più un piacere che un dolore?

«Specifico che, in realtà, nel libro quando parlo di “impero del dolore” mi riferisco non tanto al sistema nel suo complesso, quanto proprio specificamente alle fortune accumulate dalla famiglia statunitense Sackler, proprietaria di Purdue Pharma.

Quest’ultima è la casa farmaceutica produttrice degli oxycontin, un farmaco il cui principio attivo è l’osticodone, che è un cugino chimico dell’eroina, quindi a tutti gli effetti una droga – anche più potente della morfina.

Questo farmaco doveva essere usato solo nei casi dei malati terminali; invece, è stato prescritto – grazie ad una bellissima campagna di marketing – anche a migliaia e migliaia di persone per curare dolori fisici anche di lieve entità. Ed è stato usato soprattutto da persone della classe lavoratrice, che erano evidentemente affette da dolori dovuti a dei lavori usuranti.

Quindi, scrivendo di “impero del dolore”, io mi riferisco in particolare a questo disegno della famiglia Sackler, che ha voluto trarre dei profitti dal dolore fisico ma anche psichico delle persone, un dolore che si origina in contesti segnati da un alto tasso di disoccupazione, povertà, marginalizzazione sociale.

Detto questo, la definizione di Fisher – che per me è veramente un profeta! – è assolutamente calzante e descrive perfettamente questo sistema.

E secondo me rivela anche come nella nostra società ci sia ormai un’incapacità dilagante indotta proprio dal sistema capitalistico di accogliere il dolore come parte integrante della vita perché siamo intrappolati e anestetizzati in quella che Marcuse (un altro profeta, insomma) invece ha definito “euforia nell’infelicità”.»

Tornando un po’ a parlare terra-terra di Capitalismo feroce, possiamo dire che l’obiettivo del libro è che il realismo capitalista non è granché – né per noi come umani, né per il resto del Pianeta.

Il percorso storico ci dà un altro realismo a disposizione oppure bisogna ripartire totalmente da capo, inventando il futuro da zero?

«Dire che il realismo capitalista non è un granché è un eufemismo: per me, è un cancro che ci ha impedito per decenni per decenni persino di immaginare l’alternativa.

Quelle alternative che sono esistite storicamente si sono rivelate fallimentari – per una serie di motivi storici contingenti che sarebbe impossibile analizzare qui. Secondo me, proprio per questo non bisognerebbe ricominciare da capo, perché di quelle esperienze si deve assolutamente farne tesoro.

Certo è che adesso la sfida al realismo capitalista, purtroppo, avviene in un frangente storico veramente complesso, in cui poi ci sono tutte le nuove tecnologie che stanno esasperando molte delle dinamiche che Fisher aveva già visto qualche anno fa.»

A proposito di dinamiche, possiamo passare a quelle un po’ più locali e che più ti hanno toccata anche personalmente. Sei stata un’attivista del movimento No TAP, uno dei più importanti (e rari) movimenti popolari nel Salento degli ultimi anni.

Quindi la domanda viene spontanea: per la tua formazione, quanto è importante questa militanza contro il gasdotto?

«Lo dico senza esitazione, per me è stata l’esperienza più importante a livello politico – ben più importante anche delle esperienze partitiche che ho avuto prima e dopo.»

Comunque, alla fine, il TAP si è fatto lo stesso, per quanto ancora oggi ci siano problemi anche con la Regione Puglia.

Il finale di questo movimento rimarrà come una sorta di sconfitta popolare oppure, alla lunga, il monito dell’esistenza stessa del movimento si concretizzerà ed eviterà il riproporsi di opere come TAP in futuro?

«Io non la vedo come una sconfitta totale, per nulla. Innanzitutto, non dimentichiamo che abbiamo ancora un processo in corso che vede imputati vertici di TAP e proprio questa settimana il PM ha chiesto delle condanne.

Ciò detto, dipende da che cosa intendiamo per sconfitta: il movimento No TAP ha sicuramente prodotto dei saperi e delle conoscenze che hanno svelato delle dinamiche che lo storico e studioso marxista David Harvey definirebbe «accumulazione per espropriazione». Quindi, secondo me la lotta No TAP si è giocata principalmente su un piano epistemologico.

Serena Tarabini ha scritto un libro bellissimo e utilissimo su questo punto. Il movimento No TAP ha prodotto dei saperi che hanno, in definitiva, svelato il sistema estrattivista di oppressione legato all’industria fossile di cui oggi parlano praticamente tutti i movimenti ambientalisti.»

Avevi anche nominato le esperienze partitiche, quindi ci colleghiamo alla prossima domanda. Sei stata candidata in una lista civica alle comunali a Lizzanello nel 2021 e poi, l’anno successivo, ti sei proposta alla Camera dei deputati con Unione popolare.

Queste esperienze le rifaresti tutte da capo, uguali, oppure qualcosa si potrebbe cambiare?

«Onestamente non rifarei proprio queste esperienze politiche: ho capito che della politica mi piace di più la parte movimentista o comunque quella che attiene allo studio e all’analisi dei fenomeni.

Purtroppo non riesco più ad appassionarmi né alle dinamiche interne ai partiti, né alla dialettica tra le forze politiche nel nostro Paese. Non perché sia una perdita di tempo: dipende da come ognuno intende costruire il proprio percorso politico o come vuole costruire il proprio contributo nei confronti del miglioramento della società.

Credo che quella strada, per me, non sia più percorribile. Poi, non si sa mai!»

A proposito di futuro: l’anno prossimo si vota per le regionali in Puglia. Anche in ragione di tutto il discorso su TAP, ce l’hai qualche speranza?

«Con la classe politica italiana, con questa sinistra di stampo così liberal, non ho nessuna speranza. Non riesco purtroppo – lo ammetto – ad appassionarmi alla politica locale, specialmente in questo momento in cui c’è proprio il mondo che va in malora: mi sembrerebbe di avere un atteggiamento troppo ombelicale.

Per carità, seguire i grandi eventi del mondo non esclude necessariamente l’avere uno sguardo sul locale; però – ripeto – è proprio una questione di non riuscire più ad appassionarsi a dinamiche che sono sempre uguali a loro stesse da troppo tempo.»

Proprio per questo c’è qualcuno che pensa che la politica a livello locale, ovviamente se è buona politica, può portare dei miglioramenti reali, un cambiamento vero – invece, a livello nazionale o anche più in alto, anche solo impegnarsi in politica e dunque avere delle speranze di cambiamento praticamente sembra un’impresa inutile.

Questo pensiero, in cui da un certo livello ogni speranza s’azzera, è un po’ fatalistico, però non è inesistente. Tu concordi?

«La politica a livello locale, se buona, può indubbiamente produrre dei cambiamenti nella vita delle persone – ma si tratterebbe sempre di cambiamenti di lieve entità.

Il cambiamento reale può arrivare soltanto, secondo me, dal rovesciamento da questo sistema di oppressione: quello che abbiamo definito capitalismo finanziario, o le sue future metamorfosi. Adesso si parla anche di “tecnofeudalesimo“.

Il reale cambiamento deriverebbe dal rovesciamento – ma a quel punto la sfida si giocherebbe ad un livello così alto che persino la politica nazionale assumerebbe un ruolo del tutto ancillare e subalterno rispetto a questi potentati globali di ordine economico-finanziario.

Penso che in questo momento un soggetto politico transnazionale debba essere concentrato su questo tipo di disegno; deve, cioè, indirizzarsi a capire come si possa rovesciare quel sistema di oppressione di cui questi grandi attori globali sono i veri protagonisti.»

A proposito di potentati e soggetti politici internazionali, qualche giorno fa i potentati erano tutti da Trump nello stesso Campidoglio che era stato assaltato.

«Non tutti, qualcheduno mancava. C’erano tutti i potenti che afferiscono al mondo della tecnologia, non c’erano quelli della finanza globale, perché in realtà Trump con delle sue dichiarazioni ha anche un po’ sparigliato le carte nel mondo della finanza globale, quindi bisognerà vedere che scenari si apriranno adesso con la nuova presidenza Trump.

I vari Elon Musk, Sam Altman, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg comunque hanno dietro questi grandi fondi finanziari – che il professor Alessandro Volpi ha definito «i padroni del mondo». Gli azionisti delle imprese tecnologiche sono grandi fondi: anche il fatto che non ci fossero all’inaugurazione è indicativo di qualcosa. Sono i loro frontman. Sono semplicemente quello.»

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Proprio in questi giorni Javier Milei ha dichiarato che c’è un’internazionale nera, dicendo di avere dalla loro la «feroce dama» Giorgia Meloni, il loro «amico» Elon Musk, Orban ed altri della loro galassia.

Servirebbe quasi un altro soggetto resistente a costoro – che si sono già organizzati.

«Perché loro sono la classe dei ricchi, che ha conservato la propria identità di classe. La classe lavoratrice si è dispersa, si è atomizzata – perché questo era proprio il disegno della classe ricca.»

Quindi aveva ragione Warren Buffett quando diceva che la lotta di classe c’è stata, ed è la sua classe – quella dei grandi miliardari – ad averla vinta.

«Sì, anche nel libro riporto questa famosa citazione.»

Avendo un pubblico di solito abbastanza giovane, non possiamo chiudere se non con questa domanda: hai un messaggio per le generazioni più giovani che adesso si stanno approcciando alla vita lavorativa e magari anche alla vita pubblica?

«Sarò molto sintetica su questo: io vi auguro di avere sempre la capacità di coltivare una visione radicale, laddove per radicalità si intende proprio la capacità di andare alla radice dei problemi. Come dice Camus – che è citato pure alla fine del libro –, “siate realisti: chiedete l’impossibile”.»

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