Nato regista, massese, laureato in Lettere e Filosofia e diplomato classicista. Riccardo Ricciardi, 1982, ha scalato rapidamente le gerarchie del MoVimento 5 stelle: da attivista e consigliere a Massa, poi deputato, è stato scelto nel 2021 da Giuseppe Conte come vicepresidente della terza forza politica italiana. A febbraio lascia il testimone ma, da capogruppo dei deputati 5 stelle, i suoi interventi infuocati diventano ancora più virali e il suo volto oggi è ben noto.

Uomo della sinistra pentastellata, non risparmia critiche né si rifiuta di pronunciare i tabù. Palestina, Stato sociale, fronte progressista e nuove generazioni, oltre che quel che rimane del Ricciardi di teatro nel Ricciardi legislatore, intrecciato nel Ricciardi oratore: con Requiem Pamphlet ci abbiamo fatto una bella chiacchierata.
L’intervista a Riccardo Ricciardi
Manca poco più di un anno alla fine della legislatura. Da parlamentare, qual è stata la sua azione più significativa e quale quella di cui avrebbe fatto a meno?
«Sono particolarmente fiero del giorno in cui abbiamo riprodotto la bandiera della Palestina vestendoci con i suoi colori. Lo abbiamo fatto perché la Camera impedisce cartelli e bandiere, ma non può fare nulla sui colori degli indumenti portati dai parlamentari. Lo abbiamo fatto perché sentivamo il bisogno di mostrare tutto il nostro sostegno a quel popolo che ancora oggi sta soffrendo gli effetti di un genocidio. Per quel che riguarda le azioni di cui avrei fatto a meno: tutte le scelte fatte sono state frutto di condivisioni interne al Movimento con l’obiettivo di aiutare le persone che sono in difficoltà. Quando hai questo atteggiamento non hai rimpianti».
Bloccare il convegno di Casapound gli è costato 5 giorni di sospensione da Montecitorio. Guardando oltre l’accaduto, come interpreta questa decisione e quella di concedere a Casapound uno spazio istituzionale?
«È stata una pagina buia per le nostre istituzioni. I parlamentari delle opposizioni hanno fisicamente impedito, non l’esercizio della libertà di parola, ma il compimento di un crimine, quello di sdoganare idee nazi-fasciste. A rendere ancor più inaccettabile il comportamento del governo Meloni è stato che, nello stesso giorno in cui venivano sanzionati 32 deputati e deputate delle opposizioni, si dava poco più di un buffetto a Delmastro per aver omesso le sue quote in un ristorante con un prestanome della Camorra e si “scudava” la ex capo di gabinetto di Nordio, Bartolozzi, per quanto fatto nella vicenda Almasri. Siamo davanti a momenti bui, ma fortunatamente c’è un forte movimento sociale che, soprattutto grazie a milioni di ragazze e ragazzi, sta animando le piazze e ridando dignità al Paese».
A proposito di repressione, sulla nostra rivista abbiamo parlato più volte delle repressioni nel mondo, concentrandoci spesso sulla situazione palestinese. Recentemente anche il governo Meloni ha deciso di mettere da parte il memorandum con Israele: è segno che qualcosa si sta veramente muovendo, o siamo al canto del cigno?
«Premesso che ancora non è chiaro se il governo abbia realmente sospeso il memorandum con Israele e presto lo chiederemo direttamente a Crosetto. Ad ogni modo, anche lo avessero fatto, hanno aspettato che ci fossero 75 mila morti, che Israele attaccasse il Libano, l’Iran, che minacciasse dei carabinieri e delle truppe Unifil italiane, arrivando a colpirle. Nulla potrà rimuovere la complicità del governo Meloni con il genocida Netanyahu».
Il caso di Francesca Albanese, sanzionata per il suo lavoro da relatrice ONU, è senza dubbio un precedente pericoloso, ma non l’unico nella gestione dei sentimenti e della divulgazione proPal. Teme che accada un «boomerang imperiale», ossia una situazione in cui strumenti di sorveglianza e contenimento del dissenso vengano prima sperimentati su popolazioni marginalizzate e poi usati per le manifestazioni dei Paesi industrializzati?
«Francesca Albanese è la Relatrice Speciale ONU per i territori palestinesi occupati, nel suo report ha scritto quello che vedeva ed è stata criminalizzata per aver fatto bene il suo lavoro. Ogniqualvolta critichi la ferocia del governo Netanyahu corri il rischio di essere accusato di antisemitismo. Questo clima è insopportabile. Fortunatamente, la gran parte del popolo non si fa prendere in giro da queste accuse infami, che arrivano per chiunque critichi Israele. Noi deleghiamo la nostra vita a delle grandi multinazionali che controllano i nostri desideri e le nostre aspirazioni, ma anche l’esposizione dei nostri figli in rete con tutto quello che ne consegue. Questa logica è quella del mercato, che può essere orrenda quanto quella repressiva».
Da destra vi accusano di essere tiepidi sull’Ucraina e sulla situazione interna dell’Iran. Secondo lei, c’è qualcosa da migliorare nella vostra comunicazione? Si avrà un impatto sul voto del prossimo anno?
«Anche qui continua il gioco dell’ipocrisia. Israele non riceve nessuna sanzione, mentre con la Russia siamo al ventesimo pacchetto di misure. C’è uno squilibrio evidente da parte della comunità internazionale. Se noi ci indigniamo per la censura degli artisti russi, non è perché siamo filorussi. Ma perché pensiamo che l’arte debba unire, specie in momenti di forte tensione internazionale. Se avvertiamo che bombardare uno stato di 93 milioni di abitanti, grande come l’Europa occidentale, può finire per rafforzare un regime fortemente nazionalista, non è perché siamo pro regime, ma perché, oltre a essere una scelta orrenda dal punto di vista etico, la riteniamo anche una scelta sbagliata dal punto di vista geopolitico».
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Quattro anni da vicepresidente accanto a Giuseppe Conte. È un male dire che siete – Conte in primis – pienamente in gara per il posto alla guida del fronte progressista?
«Noi riteniamo che la nostra proposta per il Paese possa essere la guida migliore per il campo progressista: parliamo di no al riarmo, di riacquisto della sovranità energetica, vogliamo un’Europa che non faccia patti di stabilità scellerati e che investa in stato sociale e transizione ecologica. Pensiamo che questi temi traccino la rotta del campo progressista. E sono i temi del Movimento».

Parlando di fronte progressista, immagini di avere davanti un ragazzo che solo ora si appresta a votare. Come spiegherebbe il significato di questo «campo largo»?
«Trovo brutta la definizione. Ad ogni modo, a questo ragazzo direi che ci sono due coalizioni: una che pensa che la priorità siano le armi; l’altra che pensa che le priorità siano la scuola, l’istruzione, la sanità e il lavoro».
Conte era un avvocato e docente universitario, lei un regista che ha collaborato anche con nomi importanti. Mi permetta: nei suoi interventi alla Camera si vede la postura del teatro. Si è portato consapevolmente con sé a Roma qualcosa di quel mondo?
«Non nell’esposizione o negli interventi in aula, ma nel ruolo che ho l’onore di ricoprire, quello di capogruppo. Che è simile al regista perché coordina tanti reparti che devono remare per andare tutti nella medesima direzione. Proprio come in teatro, dove hai da coordinare tecnici, attori, scenografi. Qui abbiamo da coordinare tanti deputati e deputate che sono in commissioni differenti e ognuno deve essere messo nelle condizioni di poter dare il meglio di sé per far in modo che tutto il lavoro funzioni».
Qualcosa le è dispiaciuto abbandonare per passare dai teatri ai palazzi della capitale?
«Ho sempre scritto e questo continuo a farlo. Quando terminerà questa avventura avrò modo di mettere in scena le cose che sto continuando a scrivere ancora oggi».
Facciamo un attimo fantapolitica: nel 2027 vincete le elezioni, quale posto nel Governo le piacerebbe le venga assegnato?
«Io non faccio il fantacalcio, figuriamoci la fantapolitica. Eppure, sono un grande amante di entrambe».
Abbiamo visto al referendum di marzo la forza dei giovani. E abbiamo invece visto, nelle elezioni locali, la debolezza della politica, con alti tassi di astenuti. Voci da sinistra dicono di guardare proprio a queste due categorie: chi non vota, e chi inizia ora a votare. Intanto, a destra, sembra che la comunicazione – specie sui social – sia decisamente improntata ai giovani. State prendendo contromisure?
«Io la smetterei di dividere il mondo in giovani e vecchi e lo dividerei in sfruttati e sfruttatori. Ci sono giovani che ereditano enormi fortune e vengono considerati “rampolli” solo perché sono nati in determinate famiglie; dall’altra parte giovani che non sanno come pagarsi l’università. La divisione non è anagrafica: è di classe. Io ho la voglia e l’ambizione di parlare alle persone che devono fare sempre più degli altri per ottenere cose che sono normali. Che abbiano diciotto o settant’anni».
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Riccardo Ricciardi, come persona con tante esperienze ancor prima che politico, che consiglio si sente di dare a un giovane che si sta affacciando ora al mondo reale?
«Di ascoltare la discografia di Fabrizio De André e guardare tutta la cinematografia di Terrence Malick. E di leggersi Dostoevskij. È come diceva Zavattini: “Se vuoi scrivere un bel dialogo, prendi nota delle conversazioni che la gente fa in autobus”. Questo vale anche per la politica. Sta qui la differenza tra essere populisti ed essere un movimento di popolo».
Contributi
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- Articolo di: Giovanni Gemma
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