Una volta definito il “katèchon”, e la condizione umana post-adamitica, occorre mettere a fuoco la nostra epoca. Chiaramente qualcosa è successo: il “katechon” si è man mano ridotto, mentre la ribellione contro la tradizione ha raggiunto il suo massimo. Tutto ciò ha portato alla delineazione di un’epoca “postmoderna” in cui è difficile orientarsi. Di fronte a questo scenario, abbiamo due risposte (l’una offerta da Sloterdijk, l’altra da Žižek) fondamentalmente concordanti: pur pretendendo di allontanarsi dalla fragilità, verso due direzioni opposte, in realtà finiscono per palesarla. Cenni di risposta diversi, invece, potrebbero derivare da un approccio radicalmente diverso, cinico. Al di là di ciò, appare evidente come l’unico punto fisso rimanga uno solo: la fragilità umana.
Globalizzazione come postmodernismo
La tensione esistente tra le due forze divergenti, il katèchon e l’essenza post-adamitica, ci trasporta direttamente nella situazione attuale. Infatti, entro la cornice della globalizzazione si respira un’atmosfera peculiare ed unica: il postmodernismo.
Finita l’epoca delle grande narrazioni, ossia l’era di tutte quelle ideologie che permettevano a chiunque di vivere in armonia sotto una prospettiva comunitaria, si apre un vuoto facilmente saturato nello spazio. Di fatto, non abbiamo più una tensione temporale verso una meta, ma solo un’ipertrofia spaziale, in cui ciascuno si ritrova per la sua strada. Tutto ciò dimostra come la legge della dinamica della civiltà ha raggiunto livelli oramai straordinari.

Il destino del katèchon
E il katèchon? Il suo corso ha segnato una svolta andando in contro all’affermazione della sua estetizzazione perversa. Di fatto, si assiste al ritorno dell’Anticristo, che non è più visto come qualcosa da respingere, quanto, piuttosto, come qualcosa che accontenta l’umanità e i suoi desideri, pacificandola.
Come Vercellone scrive:
“Le magie dell’Anticristo hanno rovesciato il dettato e il monito paolini e sconfitto il Messia stesso, che infine non può che allontanarsi, […] abbandonando quasi sbigottito un’umanità che ha subito una diminutio tale da non avere più alcuna sensibilità. […] Gli uomini che hanno lasciato dietro di sé l’innocenza dei fanciulli e hanno assaggiato il frutto dell’albero del bene e del male tendono quindi a deporre questo dono, a metterlo nelle mani di chi ne sa davvero disporre: la libertà, a ben vedere, è dono vero per pochi, soltanto per coloro che sanno levarsi alla perfezione della volontà, mentre per gli altri è un insostenibile tormento.”[1]
Non c’è più desiderio di seguire la strada giusta, ma solo di vivere una vita tranquilla e agiata nel presente, senza eccessive pretese. Il diktat del morso della mela ormai domina: il katechon è ridotto solo a una struttura amministrativa che deve svolgere i suoi compiti minimi.
Sloterdijk: il delta del fiume
La situazione, però, non si riduce solo a questo: se assistiamo ad un tramonto delle narrazioni, e tutti sono ribelli, ci troviamo allora nella foce del delta.
“Il mondo attuale assomiglia a un gigantesco delta nel quale flussi di corrente formano un hyper-labirinto di arterie d’acqua sotterranee con diverse velocità di scorrimento. Il delta è lo spazio in cui la differenza tra corrente e stagnazione si risolve da sé. […] tutto scorre e tutto stagna, che si siano sviluppate nel corso di secoli o che siano improvvisate ieri: le singole culture nel delta si distinguono come affluenti più o meno inerti nel procinto di riversarsi nell’oceano della civiltà mondiale. […] Delta e oceano sono indistinguibili. Corrente e acque stagnanti sono l’uno e il medesimo.”[2]
Abbiamo solo un’accozzaglia di culture differenti, individui tenuti assieme solo da certi diritti individuali che servono a limitare il meno possibile i danni reciproci, comportando un’asimmetria tra le conoscenze del passato e le aspettative del futuro. Dunque: verso il passato si giunge a un ordine di milioni di anni; verso il futuro a stento si arriva al domani.[3] Nessuno ormai più può cogliere significati di ‘continuità’, ‘durata’.
Sloterdijk conclude con un’amarezza palpabile, quasi a sottolineare un rimorso di un tempo passato in cui c’era la sicurezza del futuro, tanto che gli può essere additata una leggera sfumatura, non tanto fascista, quanto conservatrice, che rappresenta il rimpianto di un tempo perduto:
“Ella [la madre di Napoleone riferendosi all’alba dell’impero del figlio] offrì un commento che oggi, alla vista del corso del mondo, investe innumerevoli persone: “Speriamo solo che duri”. […] Essa trasmette un consiglio ai figli impossibili della nuova era: non farebbe poi tanto male esercitarsi nell’arte dimenticata della durata.”[4]

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Žižek: il rapporto umano-inumano
Contrariamente a questa nostalgia, Žižek mette a nudo la falsità dei racconti e delle narrazioni, poiché il loro problema risiede nella loro funzione: acquietando l’essere-nel-mondo, pongono uno schermo protettivo al fine di evitare un incontro diretto con il reale. Per comprendere ciò, Žižek, come esempio illustre, considera il nocciolo portante di tutto il cristianesimo: l’aiutare il prossimo.
“Freud ha buona ragione per la sua riluttanza a sottoscrivere l’ingiunzione “ama il tuo prossimo”. La tentazione a cui bisogna resistere in questo caso è l’addomesticamento etico del Prossimo. […] in questo termine si devono avvertire tutte le connotazioni del film dell’orrore: il Prossimo è la Cosa (Cattiva) che si nasconde dietro ogni volto umano familiare, come il protagonista di Shining di Stephen King, uno scrittore fallito, ma gentile, che si trasforma gradualmente in una bestia assassina e che, con un ghigno malvagio, si accinge a massacrare tutta la sua famiglia.”[5]
Il Prossimo costituisce una protezione rispetto all’universalità, rispetto a come stanno davvero le cose. Infatti, considerando l’umanità si riduce ogni cosa alla generalità, ignorando ciò che si ha davvero davanti: un’inumanità, il soggetto – oltre la narrazione – capace di essere un vero essere umano.
Ciò non deve indurre in confusione: essere un vero essere umano prevede anche la possibilità di commettere atti atroci, di essere quella Cosa Cattiva di fronte cui ci chiediamo come sia stato possibile commettere crimini e violenze, quando i motivi sono sempre stati ovvi, proprio davanti a noi.
Il pericolo del postmoderno
Il ragionamento proposto da Žižek, però, non comporta un elogio incondizionato del postmoderno, quasi ad essere una contro-parte di Sloterdijk. Al contrario, ne riconosce il pericolo insito.
Con il tramonto del Significante Maestro, ossia dei valori sotto cui rifarsi, sembra che tutto sia reso possibile permettendo la diffusione dell’atonalità nel mondo, la mancanza di limiti verso il godimento che deve essere raggiungibile in ogni modo:
“Questa sospensione del Significante Maestro lascia come unica azione al richiamo ideologico l’abisso “innominabile” della jouissance: l’ingiunzione finale che regola le nostre vite nella “postmodernità” è “Godi!”, realizza il tuo potenziale, godi in tutti i modi possibili, dagli intensi piaceri sessuali all’autorealizzazione spirituale, passando per il successo sociale.”[6]
Ma a sua volta tutto ciò presenta un problema: si diffonde un nuovo fanatismo nel tentativo di costringere verso la vacuità. Non si accetta che qualcuno possa impedire all’altro la sua “atonalità personale” e, quindi, viene sabotato lo stesso godimento, in quanto quasi costretto e limitato dall’esterno:
“[…] Il declino del Significante Maestro espone il soggetto a tutte le trappole e a tutti i discorsi a doppio taglio del Super Io: l’ingiunzione di godere, in altre parole, lo slittamento del permesso di godere all’ingiunzione di godere sabota il godimento, in modo tale che, paradossalmente, più si obbedisce all’ordine del Super Io, più ci si sente colpevoli. […] E infatti ogni decisione, ogni impegno determinato è potenzialmente “intollerante” rispetto a tutti gli altri.”[7]
Costretti a godere, ma senza danneggiare l’altro perché a suo modo anch’egli ha diritto al godimento stesso. Un piacere castrato proprio dalla presenza di quel katechon: sono questi quegli affari minimi a cui è ridotto.

L’affermazione dell’inumano
Tutto ciò a cosa conduce? Žižek parla della possibilità di affermare un’etica inumana, non nel senso che essa possa essere mirante a ferire e sfruttare gli esseri umani, quanto necessaria per constatare l’esistenza così com’è, come appare:
“[…] Solo un’etica “inumana”, un’etica che si rivolge a un soggetto inumano, non a un suo simile. Può sostenere può sostenere una vera universalità. La cosa più difficile per il senso comune è afferrare questo rovesciamento speculativo-dialettico della singolarità del soggetto qua Prossimo-Cosa in universalità, non l’ordinaria universalità “generale”, ma la singolarità universale, l’universalità fondata nella singolarità soggettiva separata da tutte le proprietà particolari, una sorta di cortocircuito diretto tra singolare e universale, che aggiri il particolare.”[8]
Tale etica permetterebbe di evidenziare quella singolarità unica di ciascun individuo senza ridurla ad una generalità vuota, al fine, successivamente, di evidenziare quello scarto tra “umano” e “inumano” e intervenire per attutirlo.
Il ragionamento, allora, è adattabile al mondo di oggi: nel postmodernismo le narrazioni sono state progressivamente abbandonate proprio perché si sono infrante contro la loro universalità generale. Conseguentemente, la loro distanza rispetto all’inumano si è sempre più ridotta fino a non riesce più a contenerla.
Auschwitz è il compimento di questa deriva: con la pretesa di una narrazione che avrebbe dominato (il nazismo), lo scarto è sempre stato soffocato, ma quando è venuto alla luce ha sottolineato nella sua umanità quella disumanità nel non-considerare l’inumano. L’errore di Sloterdijk, sulla scorta di quanto detto, appare evidente: il ripescaggio della capacità di durata rischierebbe un ritorno di questo attrito tra umano e inumano.

L’insufficienza delle due declinazioni
Le due risposte fornite, seppur si muovano in direzioni opposte, si devono misurare con la fragilità umana. Infatti, tanto nel caso di una narrazione, quanto nell’accettazione dell’inumano, si sceglie di vivere la fragilità. Se nel primo caso cerchiamo una risposta al disagio, rischiando un’autodistruzione, nel secondo caso esso viene considerato per quello che è, e accettato.
Ci troviamo difronte a un vicolo cieco, in cui sbattiamo sempre contro la fragilità umana. È possibile, però, proporre anche delle risposte che vadano oltre questa fragilità umana tramite un atteggiamento radicalmente diverso: un atteggiamento cinico.
Una dose di cinismo
Il cinismo ci offre l’occasione di guardare con sguardo distaccato ciò che ci circonda, in modo da considerare prospettive non che ci soddisfino e allettino, ma che ci facciano urtare contro la realtà così com’è.
Questo tipo di atteggiamento ci permette di non cercare una via di fuga ideale, in un mondo iperuranico in cui sia possibile trovare un conforto. Anzi, noi ci muoviamo proprio in direzione opposta a tutto ciò.
L’esempio di Diogene
A tal proposito, risulta lampante un riferimento notissimo al cinico per eccellenza, ossia Diogene, il filosofo che viveva in una botte di legno in mezzo al mercato di Atene. Quando Alessandro Magno, per riconoscere la grandezza del cinico, si mostrò disposto a soddisfare i suoi desideri, Diogene gli rispose che avrebbe voluto che si spostasse dal sole in quanto gli faceva ombra.
Questo simpatico sipario nasconde, in realtà, un messaggio importante: contro la possibilità di trovare soddisfazioni in grandi riconoscimenti che si otterrebbero davanti agli altri, Diogene disprezza questa vanità inutile e, al contrario, chiede ciò che c’è di più reale. L’ombra del re macedone lo infastidisce, pertanto deve spostarsi.
Ugualmente, è possibile sfidare il nostro problema: non affrontare direttamente la questione, ma spostarci al fine di “vedere il sole” perché qualsiasi ombra ci infastidisce.
Brandelli cinici
Lungo questa direzione, allora, troviamo due risposte. La prima risposta può essere attinta da Heidegger, il quale, sottolineando la nostra incapacità di uscire dalla nostra situazione, conclude che conviene rimettersi nelle mani di qualcun altro o, meglio, di qualcos’altro:
“Soltanto un Dio, ormai, ci può salvare”.[9] Solo l’affidamento a un’entità altra, come segno cinico per eccellenza, potrebbe segnare una svolta data la nostra incompetenza. Al contrario, la seconda risposta prevede un continuo confronto serrato con l’assurdo di tale situazione, fino alla nausea. Il motto di tale seconda risposta è dovuto a Beckett: “Prova ancora. Fallisci. Fallisci meglio”.
Riconoscendo il proprio fallimento come necessario, possiamo comunque continuare a provare e riprovare, poiché ogni volta i fallimenti ci palesano aspetti non considerati fino a quel momento.
Conclusioni
Seppure lo scenario globalizzato abbia aperto a una condizione unica nella storia umana, è possibile uscire da questo impasse in modi diversi tra loro. Le strade aperte sono tante e tutte mostrano le loro difficoltà, ma è interessante osservare come, in un modo o nell’altro, riguardano sempre chi siamo noi.
Le pretese non erano di offrire una soluzione univoca, sicura, o certa, proprio perché, in epoca postmoderna, risulta impossibile offrire quell’ancora di salvataggio che si vorrebbe. Senz’altro, però, abbiamo un punto fermo: l’attuale condizione è frutto della fragilità umana, come se fosse una diretta estrinsecazione di questa nell’ambiente esterno. Ciò che si è cercato di camuffare in passato, ora è più evidente che mai.
Avendo aperto questa riflessione sulla fragilità umana, allo stesso modo la chiudiamo: ogni tentativo di risposta proposto non sarà perfetto proprio perché siamo esseri umani, esseri fragili.

Leggi anche: La fragilità umana: uno sguardo su di noi
Bibliografia
- Jameson, F., Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, Fazi Editore, Roma 2015;
- Lyotard, J.F., La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli, Milano 2014;
- Sloterdijk, P., I figli impossibili della nuova era. Sull’esperimento anti-genealogico dell’epoca moderna, Mimesis, Milano 2018;
- Vercellone, F., L’età illegittima. Estetica e politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2022;
- Žižek, S., In difesa delle cause perse, Ponte alle Grazie, Milano 2024.
Note
[1] F. Vercellone, L’età illegittima. Estetica e politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2022 pp. 79-80.
[2] P. Sloterdijk, I figli impossibili della nuova era. Sull’esperimento anti-genealogico dell’epoca moderna, Mimesis, Milano 2018, p. 702.
[3] Ivi, p. 706.
[4] Ivi, p. 711.
[5] S. Žižek, In difesa delle cause perse, Ponte alle Grazie, Milano 2024, p. 27.
[6] Ivi, p. 44-45.
[7] Ivi, p. 45.
[8] Ivi, p. 28.
[9] https://www.breviarium.eu/1966/09/23/heidegger-solo-un-dio-ormai-puo-salvarci/
