Roma, 25 aprile 2025

La celebrazione del 25 aprile, Festa della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, continua a spaccare l’opinione pubblica e gli stessi cortei commemorativi. In questo reportage sul corteo di Roma del 25 aprile 2025, Alessio De Giuseppe racconta ciò che è successo, tra canzoni della Resistenza e cambi di rotta.

Partenza: Largo Bompiani

Arrivo in Largo Bompiani poco dopo le 9, la piazza si sta riempiendo.

Si stendono striscioni, si distribuiscono bandiere ai militanti dei diversi gruppi che iniziano a formarsi. Il panorama è variegato: ci sono l’ANPI (organizzatrice del corteo), la GCIL con le sigle locali, tutti i partiti dell’opposizione definita (PD, M5S, AVS), più una galassia di sigle e associazioni di vario genere. Almeno tre distinte sigle comprendono “comunista”, compreso il PCI, che ancora fa sventolare la bandiera storica del partito nuovo di Togliatti.

Si intona qualche canto. Una bambina di meno di dieci anni chiede al padre come faccia a conoscerne così tante.

Il vestiario è molto variegato, sembra che andare al corteo in camicia identifichi immediatamente un militante del PD o della sua giovanile. Molti militanti dei piccoli gruppi di sinistra indossano i capi più disparati: magliette, bandane, giacche dal taglio militare, camicie aperte con motivi esotici, stivaletti. Richiamano gli anni ’60-’70, nell’estetica come nei simboli. Moltissimi, di ogni età, hanno con sé una kefiah, ormai entrata nell’equipaggiamento standard da corteo.

La geografia si espande, compaiono anche bandiere palestinesi e portoricane. Spunta una bandiera rossa con il volto di Lenin, una, immancabile, con Che Guevara. Alcune donne dai tratti vagamente asiatici portano dei cartelli con slogan per la Cina democratica. Poco dopo, ecco una bandiera della Repubblica Popolare.

Alcuni giovani militanti circolano distribuendo giornali e quotidiani di orientamento dichiaratamente comunista. Un mio amico ne compra uno, mi riprometto di studiarlo in separata sede.

Il corteo parte alle 9:35, si incammina lentamente su Largo Bompiani, un largo stradone diviso in due corsie da una spina di alberi.

Il corteo parte abbastanza scaglionato, ci vuole un po’ prima che tutti i gruppi si mettano in marcia. Quando parte anche la sezione in cui mi trovo io, sono passati almeno dieci minuti.

Poco dopo la partenza si sentono già i primi “Free Free Palestine”. Più avanti devono esserci dei tamburi: li sentiamo, suonano un ritmo da marcia ma “condito”: è una marcia festosa, non militaresca.

Inizio a muovermi su e giù per il corteo, non ne raggiungo mai né la testa né la coda per quanto è lungo. Ci saranno migliaia, decine di migliaia di persone, forse. A volte si è ingannati dal rapporto numerico tra persone e bandiere.

Ci sono alcuni gruppi che il numero di bandiere fa sembrare molto nutriti, ma avvicinandosi ci si rende conto che è quasi equivalente al numero di componenti del gruppo. Altri gruppi portano molte più persone che bandiere.

La costruzione a blocchi, quasi a mattoni, del corteo si fa evidente.

Dico ai miei amici di aspettarmi dietro lo striscione di Potere al Popolo, mi dirigo verso il PD, poi verso la CGIL, poi verso il PCI e Rifondazione, poi verso AVS. Si distingue un piccolo raggruppamento dell’ARCI, le bandiere multicolore sono ben visibili nella sinistra del corteo poco dopo Potere al Popolo e Cambiare Rotta.

Ogni zona sembra man mano creare un’atmosfera leggermente diversa. Nella zona centrale del corteo è molto sentito l’accostamento tra Italia partigiana e Palestina, compaiono scritte sull’intifada, sull’imperialismo statunitense, sul riarmo UE. I cori sono contro la NATO, contro l’UE militarista e anche contro il PD:

“Il PD è proprio qua / ma la guerra vole fa’ / noi però, manco no / e così diciamo no”.

Proseguo, vado proprio verso il PD. Qui l’accostamento più frequente è tra la Liberazione e le politiche del governo, in particolare il DDL sicurezza. “Dal manganello al D. Legge, la Resistenza non sarà mai fuorilegge” si legge in stampatello sullo striscione portato dai democratici.

Parte un Bella ciao: finalmente il PD fa qualcosa di sinistra, potremmo dire.

In effetti, Bella Ciao non si sente sempre: è affiancato da cori su una moltitudine di temi: riarmo UE, NATO e imperialismo americano, governo neofascista e, ovviamente, Palestina.

“I popoli in rivolta / scrivono la storia / con la Palestina / fino alla vittoria” cantono i militanti di AVS poco dietro.

Il nesso tra lotta di classe e lotta palestinese è chiarissimo in molti manifesti e striscioni delle sigle comuniste.

Le critiche al governo toccano ovviamente anche le ambiguità sull’antifascismo.

“Il 25 aprile /non è una ricorrenza / ora e sempre / Re-si-stenza” è uno dei cori che si sentono più frequentemente da tutti i gruppi partecipanti.

Mi viene in mente l’unico testo di Nietzsche di cui ho una conoscenza diretta, le Considerazioni sull’utilità e il danno della storia: della storia si può fare un uso antiquario, che la fossilizza in una teca, ma anche un uso attivo, che la rende viva, utile e potenzialmente dannosa per chi vive nel presente.

Il diverso rapporto con il passato (Nietzsche si riferiva agli individui, ma perché non applicare questa riflessione ai gruppi?) influenza profondamente il rapporto con il presente.

Commemorazione o riproposizione del 25 aprile? La domanda aleggia sulle migliaia di persone che percorrono i viali romani e di tutta la penisola.

La sede della Regione Lazio

Arriviamo sotto la sede della Regione Lazio. Davanti al grande palazzo di vetro, dove oggi è insediato un governatore espresso da Fratelli d’Italia, trovo alta una delle più grandi bandiere del corteo: tricolore italiano con una stella rosso scuro in mezzo alla banda bianca. La bandiera del CLN.

La bandiera partigiana e i palazzi istituzionali, uno accanto all’altro, in continuità: questa continuità dovrebbe essere la base fondante della Repubblica, qualcosa di cui tutti gli italiani dovrebbero trovarsi in sintonia.

A quanto pare non è così, e in questi giorni lo si vede sempre di più.

Le bandiere del CLN sono grandi ma poche, le bandiere di partito sono un mare. Chissà se qualcuno partecipasse al corteo con una bandiera della Lega, o di Forza Italia. Credo che gli servirebbe molto coraggio.

“Noi con i fascisti abbiamo finito di parlare il 25 aprile 1945” recita uno striscione della CGIL.

Bene, ma gli italiani nella loro totalità che fine fanno?

Uno striscione bianco munito di falce e martello da una precisa interpretazione della Liberazione: “Lotta partigiana, una lotta per il comunismo”.

A quanto so, è un’interpretazione del 1943-1945 che è largamente ridimensionata a partire dal saggio di Pavone del 1995: la guerra partigiana ha avuto almeno tre anime, inscindibili: guerra civile, guerra di liberazione e guerra sociale (o di classe).

Sottolineare solo la sezione della lotta di classe, come faceva il PCI dagli anni ’50, mette in secondo piano quello della guerra civile, che credo sia quello più importante per comprendere razionalmente le divisioni che si stanno approfondendo in Italia.

Sarei curioso di chiacchierare con i ragazzi e le ragazze che portano questo striscione di un’altra epoca, ma abbandono il proposito.

È un corteo, non una lezione, non ha senso chiedere disinteressata accuratezza a tutti i costi.

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La Garbatella

La marcia prosegue, arriviamo alla Garbatella. Realizzo improvvisamente l’importanza dei luoghi che stiamo attraversando, almeno per chi li sta attraversando.

La Garbatella, rivendicano alcuni signori di una certa età muniti di bandiere a poca distanza da me, era una delle zone di alta concentrazione operaia, quindi comunista, durante e dopo la guerra.

Prima di acquisire questo dato studiando, questo quartiere mi era noto per essere la culla di Giorgia Meloni.

Non sono informato sulle tendenze di voto della Garbatella nel 2022 e nel 2024, ma posso immaginarle.

Si alza un po’ di vento, quanto basta per far muovere le bandiere. Ne vedo una del PCI, arriva un po’ di amarezza. Quella bandiera decenni fa rappresentava qualcosa in queste zone operaie, povere rispetto al resto delle grandi città, in cui vivevano masse di persone che poco avevano oltre a un tetto, una famiglia e la speranza di un mondo migliore.

Ora che cosa rappresenta quella bandiera? Che cosa rappresenta per quegli anziani e per quei giovani che la portano con tanta convinzione?

Vorrei davvero porre questa domanda a tante persone che sono attorno a me, ma di nuovo rinuncio. Sarà per un’altra volta.

Arrivo verso la CGIL, che vince il premio creatività con l’Ape operaia. È un Ape dipinta di rosso, guidata da un uomo con una maglietta bianca accompagnato dai figli intorno ai dieci anni. Tutti e tre indossano un cappellino rosso, perfettamente coordinato. Uno dei figli impugna un microfono, collegato a un altoparlante situato nel cassone posteriore.

In questo momento sta mandando a tutto volume Una storia sbagliata di De André. Strano, non mi sembra che c’entri molto. Forse sarebbe stata più azzeccata la canzone del maggio francese.

Tra i miei amici parte un piccolo dibattito: De André, Gaber o Guccini: chi è più “da corteo”?

Adesso si sente più spesso Bella Ciao. Vengo a sapere che è usanza del corteo romano fermarsi in alcune parti della Garbatella per cantarla davanti alle case di ex partigiani e staffette ancora in vita, che assistono dai balconi.

Chissà quanti di loro sono ancora vivi.

Chissà cosa pensano delle periodiche polemiche sulla Liberazione.

La stessa domanda si pone quando si parla del 27 gennaio. Quanti testimoni diretti sono ancora vivi, come si trasmetterà la memoria quando saranno tutti all’altra vita? Ci sono le associazioni, certo. Ma su cosa si basano le associazioni dei reduci quando i reduci sono tutti morti di vecchiaia? Quale versione della memoria si tramanderà? Sarà un problema molto pressante tra una decina di anni, ma già ora inizia a presentarsi, basta pensare al monito costante della senatrice Segre.

Man mano che la Garbatella scorre inizia ad aleggiare nei cori Porta San Paolo, altro cardine della memoria romana della Resistenza:

“Il 25 Aprile / non è una ricorrenza / porta San Paolo / Resistenza” iniziano ad intonare i piccoli gruppi di quella che ormai è scolpita nella mia personale terminologia come “microsinistra”: piccola sì, ma convinta e chiassosa.

Si avvicina un ponte, il ponte Spizzichi. Quando iniziamo a percorrerlo continuo a fare avanti e indietro e a scattare foto. Arrivo al punto più alto del ponte, vedo cosa c’è dopo. Roma si distende tutt’intorno, mentre un lungo fiume di persone discende dalla campata fino all’incrocio con un lungo viale. Non si capisce se le persone vadano a destra o a sinistra.

Il bivio: verso Porta San Paolo?

Proseguiamo, scendiamo dal ponte. Porta San Paolo è onnipresente nei cori. Arrivo all’incrocio. In effetti, una parte del corteo svolta a sinistra, l’altra sembra indirizzata verso la direzione opposta del viale, ma ancora non si muove. Nello spiazzo fermentano le voci e le chiacchere, vuote o meno che siano.

Della linea che svolta sembrano far parte l’ANPI, la CGIL e tutti i partiti con rappresentanza parlamentare, mentre molti degli extraparlamentari sembrano attendere di partire verso destra.

Le mie lacune nella geografia romana vengono colmate quando chiedo a una signora cosa ci sia in fondo al viale in quella direzione. Mi risponde subito: Porta San Paolo.

E allora dove stanno andando tutti gli altri, compresi gli organizzatori ufficiali del corteo? Chiedo a una signora, immediatamente capisco il suo orientamento. Dice che la manifestazione doveva finire a Porta San Paolo, come ogni anno, con l’omaggio ai partigiani lì fucilati, ma l’ANPI si è “accordata con il governo” per deviare verso un altro luogo, dove si terrà la manifestazione finale autorizzata.

La sua opinione sull’ANPI non è per niente tenera, l’accusa di collusione e indietreggiamento per nulla velata.

Il corteo sinistro (a questo punto lo identifico come quello autorizzato) continua a fluire, mentre quello “destro” attende ancora.

Mi avvicino.

In questa zona dello spiazzo i toni sono molto accesi, le voci contro l’ANPI e la CGIL, finora non accusata, diventano sempre più serrate. Fioccano le accuse contro i partiti maggiori, ma qui nulla di nuovo.

All’imboccatura del viale, dove si ammassa la galassia extraparlamentare, c’è un furgoncino bianco. Sul cassone, microfoni e altoparlante diffondono la voce di un ragazzo, poi di un signore più avanti con gli anni.

Il discorso sintetizza gli umori della piazza in formazione: accuse al governo di mistificazione della resistenza, neofascismo, politiche repressive e illiberali. Accuse ai partiti di opposizione di collusione e militarismo:

“Ma quale pace, ci state portando alla guerra nucleare! E porta San Paolo è l’alternativa! Facciamoci un applauso che ora partiamo! Verso Porta San Paolo ragazzi!”.

Il furgona parte, il corteo si spacca. Ecco qualcosa veramente di sinistra. Dopo un po’ di indecisione, seguiamo il corteo “ufficioso”. È certamente più animato di prima. L’altoparlante del furgone fa suonare una versione di Bella Ciao molto più vivace delle precedenti.

Le bandiere sventolano di più, il rumore aumenta. Le voci corrono, contro l’ANPI, colpevole almeno di figuraccia, al più di tradimento.

“La vera piazza siamo noi” urla qualcuno, mentre Porta San Paolo si avvicina. Il percorso è dritto, un viale incrociato da alcune traverse. Alcune sono occupate da una o due volanti della polizia.

Non sembrano esserci rigide misure antisommossa, ma se non era previsto che il corteo percorresse questa strada, perché ci sono anche solo le volanti? Il mio amico concorda, serve ricostruire con chiarezza come si è svolto il cambio di programma.

Alle 12:18, arriva l’annuncio: ecco Porta San Paolo, siamo arrivati.

Gradualmente entriamo nella piazza, su cui incombe la stazza delle mura e della Piramide. Il mio amico si gira verso di me: “Qui l’altra volta ci hanno fatto uno scherzetto” e mi indica diversi gruppi di agenti raccolti attorno a delle camionette vicino le uscite della piazza.

Hanno l’equipaggiamento antisommossa, ma non lo indossano in pieno assetto. Molti hanno il casco blu sottobraccio, come se fossero appena scesi da una moto.

Ma “l’altra volta”, il 5 ottobre 2024, li indossavano eccome, e le cariche erano partite sui manifestanti per l’anniversario del 7 ottobre 2023 proprio qui, sotto la Piramide. Un po’ di preoccupazione arriva, ma sembra che prevalga la tranquillità.

La gente continua a entrare in piazza, alla fine non arrivano sotto le lapidi commemorative più di tremila persone. Le bandiere sventolano, il furgone ridiventa un palco improvvisato.

Una grossa corona di foglie viene deposta sotto le grandi lapidi commemorative, accanto alla Piramide.

Parte di nuovo Bella Ciao, ma stavolta non è festosa. È più lenta, solenne, il ritmo viene tenuto con un battito di mani molto cadenzato che si innalza dal nugolo di bandiere. È un funerale, ma anche una promessa. Una promessa che viene esplicitata da un uomo sul cassone del furgone: voi siete morti fucilati, ma noi siamo qui.

Siamo qui a portare avanti non solo la vostra memoria, ma la vostra opera.

Quando si interrompe, iniziano gli interventi dei leader dei manifestanti. Ma nel frattempo, i miei amici hanno intrapreso una bizzarra conversazione con un vecchietto romano.

Ci chiede cosa pensiamo del fatto che la bandiera palestinese sventola al corteo per l’ottantesimo Anniversario della Liberazione. Dopo circa quaranta minuti di animata e spumeggiante discussione, si allontana con il sacchetto del pane sottobraccio. Chissà che cosa pensa.

Nel frattempo, diversi personaggi di spicco della manifestazione si sono alternati, sottolineando tutti i leitmotiv della giornata. Un altro paio di canti – non li conoscevo – e la piccola piazza si scioglie verso le 14.

Cosa è capitato all’altro corteo? E a chi importa? La vera piazza è qui, a quanto pare. Sicuramente, sotto Porta San Paolo non c’era tutta la sinistra, figurarsi tutta l’Italia.

Bibliografia

F. Nietzsche, Considerazioni sull’utilità e il danno della storia per la vita, Adelphi, 1974

C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella resistenza, Bollati Boringheri, 2006

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  • Articolo di: Alessio De Giuseppe
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