(In copertina: foto di Enrico Berlinguer)
Novembre 1983: il segretario del Partito comunista italiano incontra il giovane giornalista Ferdinando Adornato. Il ragazzo gli ha proposto un’intervista sul futuro partendo da una data molto prossima: il 1984, legato indissolubilmente al romanzo di Orwell.
Oltre le (scarne) speranze di Adornato, questa si rivela essere l’ultima grande intervista prima della morte di Enrico Berlinguer, arrivata sette mesi dopo. Lasciando in questo testo una testimonianza unica e per molti versi inaspettata di un capo politico trattato come relitto del passato e invece estremamente premonitore. Nelle parole di Adornato: «La messa, attesa in latino, diventò una messa rock.»
La parabola berligueriana
Questa intervista è già particolare per i soggetti coinvolti. Enrico Berlinguer, segretario generale del PCI dal 1972, era ormai al capolinea della propria carriera nel partito; allo stesso momento, era all’apice della popolarità. «Un uomo segnato dalla storia», scrive oggi Adornato nella Prefazione alla riedizione dell’intervista. Aveva scommesso sulla stagione del consenso allargato dopo i «fatti del Cile», aveva scommesso sul compromesso storico con Aldo Moro, ma era stato sconfitto da forze che ancora oggi non sono del tutto chiare – e sicuramente non del tutto solo italiane.
Dopo che i tentativi di riformare gli equilibri del Paese verso una democrazia compiuta erano morti con Moro, Berlinguer aveva dovuto reinventarsi. Si trovava un partito che rappresentava stabilmente un terzo degli elettori, una megamacchina organizzativa e partecipativa costosa e dalle aspettative altissime, forte nelle amministrazioni locali e nel mondo intellettuale, per quanto bloccata nella strada verso Palazzo Chigi.
Aveva perso il tempo dei sessantottini e dei contestatori, con toni a volte anche più duri del necessario – come quando intervenne duramente in difesa dell’amico e segretario della CGIL Luciano Lama, mandato via dagli studenti della Sapienza – e così si era alienato alcune simpatie degli anni Settanta: era il momento di farle ritornare alla “casa madre” del comunismo italiano.
Aveva appoggiato i moti operaisti di tutta Italia, in particolare quelli dei colletti blu FIAT – ma aveva perso la battaglia: i colletti bianchi erano passati dalla parte dei proprietari e dei manager, facendo implodere il movimento operaio e l’unità sindacale in fabbrica. Lo stesso Lama, pur difeso contro la sinistra extraparlamentare, era entrato in dissidio con Berlinguer. Aveva perso la battaglia storica, ma non il cuore del suo popolo, né tantomeno le convinzioni personali: quella in favore della classe lavoratrice non era una lotta elettorale, era il principio-base di tutto il pensiero berlingueriano.
Ovvio, direte, è un comunista: da che parte dovrebbe stare! E invece non solo non è ovvio (la sinistra da salotto non è nata con uno schiocco di dita, bensì in decenni di gestazione): in più, all’inizio degli anni Ottanta il segretario generale era quasi solo ai vertici del PCI. Anche Nilde Iotti e Pietro Ingrao, due pezzi d’artiglieria pesante del comunismo “eterodosso” italiano, lo mettono in dubbio. I miglioristi – l’ala destra riformista, ammiratrice di Craxi e del potere di palazzo, capeggiata da Napolitano – aspettavano sulla riva del fiume per vedere il cadavere politico di Berlinguer.

(Immagine: Berlinguer al comizio di Padova)
L’«eurocomunismo», un tentativo quasi mediterraneo di creare un socialismo staccato dalla dipendenza (ideologica quanto finanziaria) dall’URSS non era riuscito a carburare proprio perché, mentre in patria il PCI rimaneva fuori dai centri decisionali, l’URSS era ancora in piedi. E questa apprezzava Berlinguer quanto gli Stati Uniti apprezzavano Aldo Moro.
Enrico Berlinguer morì nel giugno 1984. Non avrebbe visto il PCI diventare, per le europee di quell’anno, primo partito d’Italia – non certo perché la gente si era emozionata per la dipartita del capo e aveva deciso di fargli un regalo post mortem: quella percentuale era frutto di un lavoro enorme e pluridecennale. Non avrebbe visto il Partito sovietico, i cui gerontocrati guardavano col mento all’insù i ribelli italiani, collassare nel giro di qualche anno, squartato vivo da quadri improvvisatisi oligarchi capitalisti.
I suoi avversari avrebbero invece visto non solo il realizzarsi delle profezie berlingueriane, ma anche l’ultima vittoria del segretario: quella fuori da via Botteghe Oscure, fuori dal Transatlantico – quella delle piazze, del popolo comunista, della “base” del partito. Enrico Berlinguer sarebbe stato – in una fase già avanzata della decomposizione della partecipazione democratica in Italia, con il berlusconismo e la «Milano da bere» iniziati – l’ultimo grande leader di massa del movimento operaio e progressivo nella Penisola.
Il segretario aveva capito, con qualche altro dirigente, qualcosa che tanto gli ortodossi – legati all’Unione Sovietica in modo embrionale – quanto i vari dissidenti da destra a sinistra – dai movimentisti puri rimasti bloccati nel settarismo ai riformisti abbagliati dal modello venuto fuori con Tangentopoli – rifiutavano di vedere. La visione berlingueriana era quella di un grande partito di popolo, democratico e assieme rigido nella difesa dello Stato costituzionale, a garanzia degli ultimi e cosciente che ogni contesto nazionale necessita di una propria via al socialismo.
Per questo, dopo gli scombussolamenti degli Anni di piombo e le accortezze formali del «governo di solidarietà nazionale», Berlinguer si sentiva libero di predicare il proprio Verbo. Ai cancelli della FIAT, nelle fiumane umane del movimento per la pace, con le nuove soggettività politiche (femministe, movimenti di emancipazione sessuale, nuove classi “proletarizzate” – si creò persino un sindacato per le sex workers): il Verbo del comunismo di popolo più che del socialismo di Stato. E la «questione morale», oggi trattata come primo punto di quegli anni, era “solo” l’ovvia base etica per questo progetto arcobaleno.
Questo atteggiamento “giacobino” portò enormi simpatie, realizzatesi e nei voti e nella partecipazione di piazza: negli scioperi, alla Marcia per la pace di Assisi, alla protesta contro il taglio della scala mobile deciso dal governo Craxi, infine al funerale del segretario. E portò anche enormi antipatie: tra i conservatori della sinistra, tra i socialisti craxiani, tra i wannabe strateghi elettorali – tutte figure che oggi sono ricordate solo dagli storici per mestiere, mentre Berlinguer vive una seconda vita.
Arriviamo all’intervista
Ferdinando Adornato, classe 1954, era un giovane redattore dell’Unità, giornale del PCI. Era stato direttore della Città futura, rivista della FGCI, ma nel 1980 aveva già stracciato la tessera del Partito pur rimanendo nella stampa ufficiale.
È particolare che proprio Adornato abbia condotto l’ultima grande intervista all’ultimo grande leader comunista italiano. Il giornalista avrebbe vissuto gli anni Novanta nel centrosinistra, più centro che sinistra, fondando una rivista liberale e liberista, entrando alla Camera con quello che sarebbe diventato l’Ulivo. Continuando la parabola, nel 2001 ci sarebbe rientrato ma con la Casa della libertà di Berlusconi – l’opposto della visione di Berlinguer, quella della «società che rispetti tutte le libertà tranne una: quella di sfruttare il lavoro di altri esseri umani, che tutte le altre distrugge e rende vane.»
Adornato sarebbe stato berlusconiano fino al 2008, quando ritornò centrista liberale in contrasto con il personalismo del presidente milanese. A suo disonore, se n’è accorto un po’ tardi del fatto che Berlusconi non volesse una democrazia partecipativa. A suo onore, meglio tardi che mai.
Comunque, Adornato nel 1983 – prima dell’illuminazione sulla via per Arcore – propose alla redazione dell’Unità un supplemento all’edizione del 18 dicembre del quotidiano. Un numero speciale, diciamo così, partendo dal tema di 1984 di George Orwell. Un libro che, nella Guerra fredda, era stato usato come cult anticomunista – al di là del fatto che l’autore fosse un trotzkista che aveva combattuto al fianco dei repubblicani in Spagna contro i franchisti.
L’idea infatti non piacque molto, ma almeno non dispiacque troppo e quindi lo speciale si fece. Se non altro perché Adornato era responsabile della sezione cultura del giornale, quindi non era soggetto alla linea editoriale “dura” dei cronisti politici. I contributi al supplemento sono in ogni caso prestigiosi: Elmar Altver sulle utopie e Roj Medvedev sul rapporto tra libertà ed elettronica in URSS (molto critico dello Stato sovietico), ad esempio. Il nome del supplemento era 1984 – La sinistra verso il 2000.
Con poche speranze di riuscita, Adornato provò a strappare anche un contributo a Berlinguer. Poche speranze perché 1) ad occuparsi del segretario nell’Unità provvedeva solo Ugo Baduel e 2) perché le interviste erano “supervisionate” da Tonino Tatò, il collaboratore stampa di Berlinguer che presenziava anche fisicamente alle risposte di quest’ultimo.
Invece, sorpresa delle sorprese, l’intervista (qui alcuni stralci) si fece – dandosi del «tu», come in vigore tra compagni nel Partito – e Tatò venne lasciato da Berlinguer fuori la stanza. Forse il segno che qualcosa nel segretario era mutato, oppure che era tutto il contesto fuori ad essere mutato e il capo sardo non voleva più perseverare nel vecchio cerimoniale.
Alla fine, anche il giovane giornalista ebbe vittoria: il 18 dicembre 1983 l’Unità col suo supplemento “culturale” vendette oltre un milione di copie. E a noi rimane la testimonianza di un Berlinguer tutt’altro che triste, grigio, burocratico e conservatore. Senza latinorum.
aJ-pJ
«Penso che l’era moderna si possa dividere, e certamente si dividerà per gli storici, in due grandi epoche: a.J. e p.J. ante Jobs e post Jobs […] L’homo sapiens sapiens si va trasformando nell’homo technologicus»: così comincia Adornato nella Prefazione alla riedizione del 2022. Il suo è un determinismo vistoso, che cozza sia con la storiografia (con tutto il rispetto per Steve Jobs) che con la dottrina ufficiale del PCI, il cui segretario era «un uomo con i piedi saldamente piantati nell’era a.J.»
Il 1984 è sì la data di Orwell, così però com’anche è l’anno in cui Steve Jobs lancia il primo personal computer: il Macintosh 128K. L’ingegnere Jef Raskin, progettatore del Macintosh per Apple, con il PC rivoluzionò il mercato dei mezzi elettronici, facendoli entrare con comodità nelle case. Per poco più di cinque mesi, il primo Macintosh e Berlinguer condivisero la linea della Storia. Ma nel novembre precedente, questa innovazione, Adornato e il segretario non potevano neppure immaginarla. Eppure, i segni di una nuova era c’erano già.
L’intervista si apre con una domanda su 1984, che Berlinguer vede in un’ottica nuova rispetto a quella della Guerra fredda. «Tutti videro infatti nello Stato descritto da Orwell una metafora dell’Unione Sovietica. Oggi non è più così. Oggi lo si può rileggere con maggiore distacco e anche apprezzarne alcune intuizioni. Tuttavia mi pare che quel romanzo contenga un decisivo difetto: è pervaso da un’ossessione sull’ineluttabilità della fine dell’individuo e delle sue espressioni che ne condiziona tutto l’impianto. E ne condiziona anche la “profezia”», è il commento sul libro.
Proprio da questa «profezia» il discorso si allarga: «Orwell lo scrisse nel 1948. Bene, cosa è successo nel mondo da allora? Certo, abbiamo assistito anche al rafforzamento di tendenze autoritarie e dispotiche, ma il segno di fondo dei processi storici mondiali è stato un altro: pensa al grandioso processo di liberazione costituito dal crollo degli imperi coloniali e quindi dal risveglio di interi popoli prima abbrutiti (e non certo abbrutiti dall’uso dei computer); pensa ai nuovi traguardi raggiunti nel riscatto delle masse proletarie e povere dei paesi industrializzati, pensa al processo di liberazione delle donne. Tutti questi dati, visti nel loro insieme, cosa altro sono se non gli indicatori di un generale processo mondiale di elevazione culturale degli uomini? No, se guardiamo alla storia del secondo dopoguerra ci accorgiamo che il mondo ha tradito la “profezia” di Orwell. Il mondo è andato in un’altra direzione.»
Adornato gli ricorda allora che la «rivoluzione elettronica» è già agli inizi. In URSS – tramite la penna di Medvedev – questa rivoluzione era vista come una spinta alla libertà, mentre negli USA tutto il contrario. Berlinguer, da marxista esperto, imposta il ragionamento su un’analisi delle possibilità di potere nella società, rigettando (cosa di cui sono spesso accusati i marxisti) il determinismo tecnologico:
«Credo che l’atteggiamento più corretto di fronte alle nuove rivoluzioni tecnologiche sia quello di considerarle in partenza come neutrali. L’esito di queste rivoluzioni, infatti, così come è sempre accaduto nel passato, non dipende dallo strumento in sé, ma dal modo col quale gli uomini decidono di utilizzarlo. Per essere più chiaro io vedo oggi la possibilità di due processi contemporanei: da una parte l’uso della microelettronica per rafforzare il potere dei gruppi economici dominanti, il potere di quello che in una parola viene chiamato il complesso militare industriale. Dall’altra però vedo una grande diffusione di nuove conoscenze che può portare ad un arricchimento di tutta la civiltà. […] Non mi sentirei di dire che in Unione Sovietica i computer porteranno sicuramente ad una liberalizzazione e che negli Stati Uniti invece si andrà verso un’involuzione. Le profezie lasciamole a Orwell. Anche se le ha sbagliate.»

(Immagine: Berlinguer imbraccia l’Unità)
Dopo essersi tolto il sassolino dalla scarpa, Berlinguer viene interrogato sul 1984 reale, se lo vede come anno di passività oppure di creatività. Il segretario mette l’accento sul «movimento per la pace», quasi come antidoto concreto alla passività. E aggiunge una frase che, dalle guerre civili in Jugoslavia fino allo strascico della guerra al terrorismo, risuona perfettamente avverata: «Piuttosto segnalerei il pericolo di nuove espressioni di fanatismo ideologico o religioso che possono, in qualche Paese, prendere il sopravvento.»
Oltre alla Repubblica Islamica di Khomeini cita, un po’ a sorpresa, gli Stati Uniti con Reagan: fanatismo ideologico e religioso significa ogni adesione un po’ messianica a principii dottrinari dati per certi ed assoluti senza ragionamento ulteriore. E quindi, dentro, Berlinguer ci mette dentro anche una nuova, «forte ventata di nazionalismo».
Estremamente attuale nell’analisi, il segretario nota anche che non basta essere un governo di sinistra per eliminare il richiamo al nazionalismo, spacciato per tradizione: è il caso della Francia di Mitterand, presidente socialista. Lo fa dando una lezione molto utile per l’oggi: la sinistra «non può e non deve opporsi alle tradizioni buone, ma deve opporsi a quelle regressive.»
Il convegno di futurologia
Adornato spinge Berlinguer ancora verso la rivoluzione elettronica, e neppure ora riesce a strappargli un briciolo di determinismo. Invece, ne esce uno spunto inaspettato. Dice il segretario: «Avevo proposto […], al congresso della FGCI, l’idea di un convegno di futurologia».
Il giornalista sottolinea come questa parola faccia pensare più alla fantascienza, ma Berlinguer è irremovibile: «Ho usato quel termine per segnalare che oggi non sono entrati in discussione soltanto gli assetti produttivi e le strutture del capitalismo maturo, ma siamo di fronte a una vera e propria crisi del mondo.»
E qui pronuncia parole che, se fossero state prese sul serio allora, oggi vivremmo decisamente meglio: «Viviamo in un’epoca per molti aspetti suprema della storia dell’uomo sia per le possibilità che per i rischi. L’allarme non riguarda solo il rapporto tra lo Stato e l’elettronica ma riguarda anche i fiumi, i laghi, i mari, l’aria che respiriamo, l’atmosfera e la troposfera della Terra. Grava infine sull’umanità l’incubo di una crescente insufficienza delle risorse alimentari.»
Ecco perché il convegno di futurologia, «in sostanza, dunque, un convegno che guardasse al futuro con un po’ di fantasia e sempre sulla base delle acquisizioni e previsioni delle varie scienze.» Inventare il futuro, trent’anni prima del libro di Srnicek e Williams.
Le innovazioni tecnologiche vanno padroneggiate, «in modo che non siano sacrificate esigenze vitali dei lavoratori e dei cittadini.» Ma anche – e qui sgancia una bomba poco considerata – comprendere che bisogna «ormai considerare come un dato ineluttabile la progressiva diminuzione del peso specifico della classe operaia tradizionale.» Il Partito deve capire quali siano le forze di trasformazione e riuscire a portarle dalla propria parte. Ne cita alcune: lavoratori intellettuali, tecnici, ricercatori, donne, giovani.
Senza dimenticare che «il carattere sociale della produzione (e anche della informazione come produzione) è sempre ancora in contrasto con il carattere ristretto della conduzione economica.» (Forse proprio questo passaggio, invece, è stato a lungo dimenticato dai suoi successori.)
Democrazia elettronica e dintorni
Adornato è abbastanza in nelle profezie tecnologiche. Alla prospettiva un mondo in cui il partito di massa potrebbe rendersi superfluo, Berlinguer gli risponde secco:
«La lotta, la pressione di massa saranno sempre necessarie. Certo si può immaginare un mondo nel quale la politica si riduca solo al voto e ai sondaggi; ma questo sarebbe inaccettabile perché significherebbe stravolgere l’essenza della vita democratica… […] La “democrazia elettronica” limitata ad alcuni aspetti della vita associata dell’uomo può anche essere presa in considerazione. Ma non si può accettare che sostituisca tutte le forme della vita democratica. Anzi credo che bisogna preoccuparsi di essere pronti ad affrontare questo pericolo anche sul terreno legislativo. Ci vogliono limiti precisi all’uso dei computer come alternative alle assemblee elettive. Tra l’altro non credo che si potrà mai capire cosa pensa davvero la gente se l’unica forma di espressione democratica diventa quella di spingere un bottone. […] Naturalmente compito dei partiti dovrà essere quello di adeguarsi ai tempi e alle epoche. È qui che si misura la loro tenuta: sulla loro capacità di rinnovarsi.»
Berlinguer, inconsapevolmente, ha dato un giudizio storico sulla capacità dei suoi stessi successori. Aggiungendo: «Bisogna attrezzarsi per saper essere anche partiti-immagine e partiti d’opinione. Il rischio è quello di diventare solo questo. Perché sarebbe un impoverimento non solo della vita politica, ma della vita dell’uomo in generale. […] Non ci si può opporre ad avvenimenti di questo genere schierandosi con il “vecchio” o cercando di mantenere un carattere chiuso al patrimonio culturale. Perché, portata all’estremo, questa diventa una posizione reazionaria. I periodi di grandi trasformazioni possono anche comportare, temporaneamente, abbassamenti del livello culturale, della creatività, della creazione artistica ma, insieme, mettono in campo nuove energie, nuovi intelletti, nuove forze. Conta in modo decisivo la capacità di orientare e governare questi processi.»
Chiosa il giornalista: «Insomma “l’uomo onnilaterale” di Marx e Gramsci potrà nascere proprio dal computer?» Berlinguer non si sbilancia: «Mettiamola così: tutti questi mezzi danno maggiori possibilità di arrivare ad una dimensione onnilaterale dell’uomo proprio perché sono portatori di un enorme arricchimento delle conoscenze, e offrono la possibilità di una cultura politecnica.» E anche l’uomo ad una dimensione di Herbert Marcuse è messo in soffitta.
E non dimentica lo storicismo marxiano: «Nessuna epoca ha mai raggiunto la realizzazione dell’individuo, della maggioranza degli individui. Nel passato moltissimi individui erano “distrutti” non solo sul piano morale ma anche sul piano fisico. […] Quante erano le persone che riuscivano a diventare “individui” nel passato? Molte meno di oggi. Ma anche nel sistema capitalistico la morte precoce per lavoro dei fanciulli nella prima rivoluzione industriale non era una distruzione? E oggi, i bambini, gli uomini, le donne, che muoiono di fame o che restano analfabeti nel Terzo mondo non sono “distrutti”?»
Ancora a proposito di parole d’attualità, per Berlinguer la guerra rimane il problema centrale, il rischio maggiore – se non altro perché un conflitto nucleare eliminerebbe quasi tutta la vita dalla faccia del pianeta.
«Non c’è nessuna legge storica che ci possa far dire: è impossibile. Per quanto la mente si ritragga, assolutamente inorridita, di fronte alla eventualità della fine della civiltà umana, questo non è un motivo sufficiente ad arrestare la possibilità della guerra. E direi che, negli ultimi tempi, il pericolo è diventato più reale. Infatti, mentre per una certa fase il cosiddetto “equilibrio del terrore” ha funzionato come deterrente, oggi comincia a non essere più così.[…] Ma c’è di più: sento che oggi si comincia a parlare di “guerra nucleare limitata” o di “guerra nucleare vittoriosa.” È già un segnale gravissimo che si parli in questi termini, che si pensi di poter uscire vittoriosi da uno scontro nucleare. E anche che qualcuno pensi di poterne uscire incolume.»
Il capo comunista dà una splendida definizione del socialismo: «Bisogna anche avere il coraggio di una Utopia che lavori sui “tempi lunghi” per raggiungere l’obiettivo di utilizzare sempre nuove scoperte scientifiche per migliorare la vita degli uomini e, nello stesso tempo, di guidare consapevolmente i processi economici e sociali. Cos’è il socialismo se non questo? È la direzione consapevole e democratica, quindi non autoritaria, non repressiva, dei processi economici e sociali con il fine di uno sviluppo equilibrato, della giustizia sociale e di una crescita del livello culturale di tutta l’umanità.»

(Immagine: Berlinguer in uno dei suoi ultimi comizi)
Già all’epoca si percepiva una certa allentamento della sinistra socialista e comunista – lo stesso Berlinguer fu in prima linea contro il definirsi socialdemocratici. Il segretario delinea un manifesto programmatico:
«Quali furono […] gli obiettivi per cui è sorto il movimento socialista? L’obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento fra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell’accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realtà del mondo d’oggi, chi potrebbe dire che questi obiettivi non siano più validi? […] I motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci conducono a una sempre più incisiva azione in Italia e nel mondo.»
Chiude con l’ennesimo particolare inatteso: il Sol dell’avvenire, classica immagine del movimento operaio internazionale, diventa energia. Nel senso concreto della parola, sono i primi anni dell’uso dell’energia solare: «Ecco un modo scientifico di rifarsi ancora all’idea del sol dell’avvenire!»
Bibliografia
BERLINGUER Enrico, Orwell sbagliava. Un’intervista-profezia sul 1984 di Ferdinando Adornato, a cura di Ferdinando Adornato, Aliberti, Reggio Emilia 2022
TELESE Luca, Opposizione. L’ultima battaglia di Enrico Berlinguer, Solferino, Milano 2024
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