Nel 2004 il Presidente Ciampi promulgò la legge 92/2004 con la quale veniva istituita la Giornata del Ricordo; da 20 anni il 10 febbraio si ricordano le vittime delle fobie, cavità carsiche dell’Istria e della Dalmazia. Il dibattito politico, però, da subito fu acceso e questo fuoco arde ancora oggi.
L’istituzione della Giornata del Ricordo
Da esattamente 20 anni, il 10 febbraio si tiene in Italia la Giornata del Ricordo (da non confondere con la Giornata della Memoria, 27 gennaio).
L’istituzione della ricorrenza risale al 30 maggio del 2004, quando il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi promulgò la legge 92/2004, presentata alla Camera il 6 febbraio 2003 e regolarmente approvata il 16 marzo dell’anno dopo.
La proposta di legge, con primi firmatari Roberto Menia e Maurizio Gasparri, non era in realtà la prima ma la quarta a proporre una forma di commemorazione ufficiale per i morti delle foibe.
Le precedenti leggi, del 1995, 1996 e 2000, non erano andate in porto per vari motivi, tra i quali i delicati rapporti con la Jugoslavia in violenta implosione e la grandissima polarizzazione che il tema delle foibe attirava.
Nel 2004, invece, si riuscì a riunire intorno alla legge un numero sufficiente di parlamentari provenienti da diversi schieramenti politici, anche dagli ex PSI e PCI.
La legge vide solo 15 voti contrari alla Camera, provenienti da membri di Rifondazione Comunista e del Partito dei Comunisti Italiani.
Foibe: un tema divisivo da sempre
Dire che il tema delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata sia divisivo è dire poco.
Non è ancora stato raggiunto un punto di convergenza tra gli storici su quanto i massacri in Istria e Dalmazia tra il 1943 e il 1947 (o 1956) fossero finalizzati alla reazione antifascista e quanto invece alla pulizia etnica contro persone di cittadinanza italiana.
Non aiuta l’indagine il fatto che non sia possibile effettuare un conteggio preciso delle vittime italiane dei partigiani iugoslavi, dato che il terreno carsico in cui si aprono le foibe non rende facile localizzarle.
Non è ancora stata del tutto riparata la ferita dell’oltre mezzo milione di profughi che, abbandonate le loro case per sfuggire alla scelta tra morte o integrazione forzata nella società iugoslava, non trovarono un clima più accogliente nell’Italia in piena ricostruzione.
Tuttavia, un fattore che ha contribuito molto a rendere estremamente spinoso il tema è il clima del dibattito a riguardo durante tutta la Prima Repubblica.
Negli anni di ricostruzione, di boom economico, poi di piombo, partitocrazie e dissesto istituzionale, le foibe saltavano fuori molto spesso come freccia nell’arco delle formazioni di destra, tenute quasi sempre fuori dalle compagini di governo.
Il fine era attaccare esponenti di forze di sinistra che sul tema rimanevano ambigui senza esprimere condanne, anzi talvolta esprimendo evidente approvazione per ciò che veniva presentato come un atto di guerra partigiana antifascista, non dissimile da ciò che in tanti avevano fatto in Italia per liberarla dal fascismo.
Inutile dire che un simile paragone aveva solo l’effetto di polarizzare il dibattito, facendolo confluire nel più ampio quadro della relazione distorta tra storia collettiva e memoria personale che rendeva complicati tanti dibattiti, su tutti quello su fascismo e antifascismo.
In questo quadro, la commemorazione dei “martiri delle foibe” divenne nell’arco di qualche decennio una sorta di “ambiguo contraltare del Giorno della Memoria”, molto caro alla destra che faceva capo al MSI.
– Leggi anche: Il male nella sua banalità: riflessioni per la Giornata della Memoria 2025
Le segnalazioni degli storici
L’istituzione della giornata, avvenuta quando ormai la destra post-missina era entrata a far parte delle compagini di governo del centrodestra berlusconiano, fu seguita da accesissime critiche mosse da diversi storici che, indipendentemente dalla parte politica, segnalarono l’incompletezza delle narrazioni di entrambe le parti.
Spesso poi, diversi soggetti, che si limitavano a segnalare queste incompletezze, si sono vedevano rivolgere le accuse più strampalate, come quella di voler privilegiare una memoria sull’altra, come se commemorare i lager portasse necessariamente le foibe all’oblio, e viceversa.
Franco Cardini, bonariamente definito da alcuni “l’unico storico in Italia sicuramente non di sinistra” data la sua nota passata vicinanza al MSI, ha sintetizzato efficacemente i toni surreali che il dibattito ha spesso assunto:
“Va detto al riguardo che era già molto sgradevole e imbarazzante la tensione, attraverso la quale si pervenne in Italia alla definizione e legittimazione della “Giornata del Ricordo” – per certi versi quasi in emulazione e in opposizione, anziché in complementarità come sarebbe stato giusto –: come se la memoria dei morti nei campi di sterminio nazisti potesse in qualche modo essere imbarazzante o sgradita a certe aree del mondo politico e dell’opinione pubblica, per cui si dovesse procedere a un riequilibrio attraverso il ricordo dei massacrati nelle voragine carsiche da parte dei partigiani comunisti sloveno-croati; e come se l’ossequio agli uni potesse in qualche modo risultar poco compatibile con l’ossequio agli altri”.
(Sul Giorno della Memoria e su quello del ricordo, 7 febbraio 2012).
Certamente chiunque intervenga nel dibattito si muove su un filo molto sottile, in cui ogni affermazione può venire immediatamente attaccata all’arma bianca da una parte avversa.
Cosa è davvero accaduto?
Bisognerebbe guardare ai fatti, evitando di far finta che alcuni eventi non siano avvenuti.
I fatti, in ordine piuttosto rozzo, sono i seguenti.
Le foibe sono delle cavità carsiche tipiche della ragione tra Istria e Dalmazia, di fronte a Trieste.
Questa zona, come tutti i Balcani circostanti, è lo sfondo di incontri di popoli ed etnie almeno da quando i Romani bussarono violentemente alla porta dei Celti, quindi ormai da due millenni.
Qualsiasi periodo si scelga di studiare della storia dei Balcani, due fattori la permeano costantemente: la compresenza di masse di persone con usi, costumi, sistemi legali e credenze diverse e le conseguenze di tale compresenza.
Tali conseguenze possono essere proficue o problematiche per una parte o per più parti, ma degli elementi di tensione non sono mai mancati, tanto più dopo la prima metà dell’800, in piena affermazione del nazionalismo.
Questo pensiero, questa ideologia, questa superba passione della gioventù (lo si chiami come si vuole) generava facilmente delle antinomie nel momento in cui uno stato-nazione, in piena passione patriottica, reclamava un territorio strenuamente difeso, con impeto patriottico pari e contrario, dallo stato possidente.
Il reclamo avveniva per inglobare nello stato-nazione territori abitati in maggioranza (in questo caso) da italiani ma, dato il continuo miscuglio di genti tipico di alcuni territori, tale calcolo era quantomeno discutibile.
Ed ecco la sequela di crisi, guerricciole, guerre, attentati, fino a quel drammatico 14 giugno di Sarajevo.
Non si impedisca di ricostruire i fatti storici
Quanto sopra serve a ricordare che la zona chiamata in causa con la Giornata del Ricordo non è un mondo bianco e piatto, in cui dal nulla è esplosa la violenza dei “rossi mangia bambini” contro gli innocui italiani che nulla facevano se non essere brava gente.
Se gli scorsi millenni hanno qualcosa da insegnare, sarà sufficiente imparare che la violenza è sempre generata da altra violenza.
Occorre essere prudenti quando si commemorano le vittime di violenza senza prestare minima attenzione ai moventi dei carnefici.
Si tenga presente che la Giornata del Ricordo è dedicata esplicitamente alle vittime delle foibe.
La Giornata della Memoria invece, per quanto il paragone sia da fare con delicatezza, è intesa anche come una presa di coscienza delle responsabilità che ricadono sulle spalle di chi ha mosso la macchina dello sterminio.
La Giornata del Ricordo, in base alla formulazione che l’ha istituita 20 anni fa, non promuove la riflessione sui crimini di guerra commessi dagli italiani nelle regioni dell’ex Iugoslavia, ma solo la commemorazione per un numero non precisabile di vittime (attorno alle 17.000) e profughi (circa mezzo milione).
Tutto ciò che distingue le vittime italiane da quelle iugoslave, agli occhi della legge 92/2004, è appunto il loro essere di nazionalità italiana (esplicitamente dichiarata in legge art 1, comma 1).
Questo dovrebbe farci riflettere.
Con ciò non si vuole giustificare alcunché, né le violenze né la loro negazione attraverso l’amnesia mediatica.
Come qualcuno fa notare di tanto in tanto, agli esponenti politici non importa proprio nulla dell’accuratezza storica di ciò che dicono facendo riferimento al passato.
Almeno non si impedisca, a chi non è obbligato ad alzare i toni, di ricostruire un quadro completo.
Bibliografia
- Proposta di legge 2863/1995 56004.pdf;
- Proposta di legge 1563/1996 Progetto di legge della XIII legislatura;
- Proposta di legge 6724/2000 Progetto di legge della XIII legislatura;
- Legge 92/2004 Gazzetta Ufficiale;
- Eric Gobetti, E allora le foibe?, Laterza, Bari, 2020;
- Federico Chabod, L’idea di nazione, Laterza, Bari, 1961.
Contributi
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