Il male nella sua banalità: riflessioni per la Giornata della Memoria 2025

Il 27 gennaio ricorre la Giornata della Memoria, istituita per ricordare le vittime dell’olocausto ed evitare che possa riproporsi qualcosa di analogo. Contro una certa lettura che prevede il sionismo come ostacolo al ritorno di un tale antisemitismo sistematico, però, il processo ad Eichmann mostra una discrepanza: il male non è necessariamente qualcosa di sostanziale, percepito nelle viscere da chi lo compie, ma può anche essere frutto del ‘buon cittadino’.

Questa banalità del male, derivante da un sistema che considera i suoi membri come semplici ingranaggi per garantirne un corretto funzionamento, può essere evitata attingendo alla cibernetica. Con le opportune cauzioni in tale campo, Wiener suggerisce come solo un uso umano degli esseri umani può evitare la creazione della macchina fascista. Allora, anche Israele è aperto a questa problematica: il sionismo non comporta automaticamente una salvezza.

Israele ed antisemitismo

Il significato del 27 gennaio

Il 27 gennaio, coma da ricorrenza annuale, è la Giornata della Memoria: un monito affinchè vengano ricordate tutte le vittime dell’Olocausto, operato dal nazismo tra gli anni 30 e 40 del secolo scorso, al fine di non confrontarsi più con una tragedia simile. Lo Stato di Israele, nato nel 1948 come tentativo di ripagare questi torti, ne ha fatto un simbolo fondante: la necessità di costruire una patria per gli ebrei come scudo contro queste ingiustizie antisemitiche, di cui il nazismo è stato soltanto un esempio tra i tanti.

L’obiettivo qui preposto non è opporsi allo Stato di Israele, quanto piuttosto mostrare come la sua narrazione di unico stato ebraico che difende gli ebrei dall’antisemitismo sia una proposta sbagliata che comporta ugualmente un torto alla memoria di coloro che hanno vissuto l’olocausto. L’esistenza di uno stato ebraico è possibile, ma, forse, occorre che Israele si riguardi nei suoi intenti e su una certa visione pretenziosa che lo muove.

Il processo ad Eichmann

Hannah Arendt e Ben Gurion

Esempio illustre, che fa capolino a questi intenti, è un noto avvenimento che per Israele è stato considerato fondamentale: il processo ad Eichmann, avvenuto a Gerusalemme tra l’11 aprile e il 15 dicembre 1961. Tra le fila di coloro che assistettero all’intero processo ci fu Hannah Arendt: giornalista, era un’ebrea costretta ad abbandonare la Germania negli anni 30 per evitare i rastrellamenti. Già qui i punti di vista stridono: da un lato, Israele proponeva di mostrare l’intero processo come una risposta al male per palesare a tutti il motivo reale della sua esistenza; dall’altro, una giornalista ebrea che, tramite il suo resoconto, propone un’immagine molto diversa.

L’identità del male

Il primo ministro israeliano, Ben Gurion, predispose in modo chiaro gli intenti del processo:

«In questo storico processo, al banco degli imputati non siede un individuo, e neppure il solo regime nazista, bensì l’antisemitismo nel corso di tutta la sua storia. Questa era la direttiva impartita da Ben Gurion».[1]

Lo svolgimento, però, mise in mostra un uomo, certamente inserito all’interno del Terzo Reich e responsabile delle politiche di deportazione e sterminio, ma che sarebbe stato possibile incontrare nella vita quotidiana senza nessuna remora nei suoi confronti:

«Alla Corte [del processo], non disse però che in questo periodo “di crimini legalizzati dallo Stato”- così ora lo chiamava – non solo aveva abbandonato la formula kantiana in quanto non più applicabile, ma l’aveva distorta facendola divenire: “Agisci come se il principio delle tue azioni fosse quello stesso del legislatore o della legge del tuo paese”, ovvero, come suonava la definizione dell’”imperativo categorico del Terzo Reich” aveva dato Hans Frank e che lui probabilmente conosceva: “Agisci in una maniera tale che il Fuhrer, se conoscesse le tue azioni, approverebbe”».[2]

Contrariamente alla sua coscienza, che avrebbe messo in chiaro che gli ebrei erano esseri umani, non da adibire a carne da macello, Eichmann ha messo al primo posto la sua devozione nei confronti di Hitler: se aveva dato l’ordine di procedere allo sterminio, lui non aveva motivo di dubitarne. Del resto, il Fuhrer era riuscito a farsi strada nella società tedesca fino a diventarne Cancellerie. Ciò che diceva doveva essere giusto:

«“In quel momento mi sentii una specie di Ponzio Pilato, mi sentii libero da ogni colpa”. Chi era lui, Eichmann, per ergersi a giudice? Chi era lui per permettersi di “avere idee proprie”? Orbene: egli non fu il primo né l’ultimo ad essere rovinato dalla modestia».[3]

Preferendo lavarsi le mani e ‘rimettere Gesù alla folla’, Eichmann semplicemente si comportò da buon burocrate e cittadino: bisognava fare il meglio per la propria patria.

Le conseguenze del processo

L’antisemitismo funzionale

Palesata questa la banalità del male, appare evidente come l’antisemitismo non sia necessariamente coltivato nelle viscere: è sufficiente un singolo individuo, capace di farsi valere, che costruisce attorno a sé un gruppo di fidatissimi i quali, di giorno in giorno, spostano sempre più in là il limite sopportabile, fino a quando la società intera è inebriata e, quindi, disposta ad accettare tutto. Il desiderio di Ben Gurion di palesare Eichmann come incarnazione del male assoluto era fallito: un uomo qualunque, anche con i migliori intenti, può commettere crimini atroci se diventa un semplice ingranaggio.

La non-risposta del sionismo

Messa da parte tale pretesa di Gurion, rimane però l’altra: il sionismo come unica risposta all’antisemitismo. Ma anche tale fatto risultava più complesso di quanto sembrasse:

«In quei primi anni [dell’ascesa al potere di Hitler] esisteva un accordo tra le autorità naziste e l’Agenzia ebraica per la Palestina: uno Ha’avarah ossia “accordo per il trasferimento”, in base al quale chi emigrava in Palestina poteva trasferire laggiù il suo denaro in forma di beni tedeschi, beni che venivano convertite in sterline all’arrivo. […] il risultato fu che negli anni ’30, mentre gli ebrei d’America si davano un gran d’affare per organizzare il boicottaggio al commercio tedesco, la Palestina, unico paese al mondo, era letteralmente inondata da ogni sorta di prodotti “made in Germany”».[4]

I sionisti sfruttarono l’occasione per mostrare come fosse giunto il momento di costruire uno Stato: dato che anche i tedeschi avevano promulgato leggi in cui si definiva una separazione, allora il nazismo era a favore degli ebrei perché li avrebbe condotti ad avere una terra propria. Tale circostanza, però, fu l’inizio della fine, poichè, adeguandosi sempre di più a tale situazione, ben presto si passò da un estremo all’altro: non più emigrazione, non più deportazione, ma sterminio di massa. Certamente non è lecito accusare il sionismo di aver collaborato con l’olocausto, ma è chiaro che, in quanto non prestante attenzione ai campanelli d’allarme che avrebbe comportato un’apartheid sempre più violenta, si mostrò manchevole. Tutta la vicenda può essere riassunta in poche righe:

«Quello che per Hitler – l’unico, solitario “macchinatore” della soluzione finale – era uno dei principali obiettivi di guerra, a cui si doveva dare la precedenza assoluta senza curarsi della situazione economica o militare, e quello che per Eichmann era un lavoro giornaliero, monotono, con i suoi alti e bassi – per gli ebrei fu letteralmente la fine del mondo».[5]

Wiener: il funzionamento umano degli esseri umani

La scienza della cibernetica

Quale strada resta da imboccare per evitare una tale situazione? Una risposta può essere data da un matematico: Norbert Wiener, ricordato come il padre fondatore della cibernetica:

«Lo studio dei messaggi, e particolarmente dei messaggi effettivamente di comando, costituisce la scienza della cibernetica, come è stata da me chiamata in un libro precedente, con un termine greco (κυβερνήτης) che significa arte del pilota o timoniere».[6]

Tramite tale studio, è possibile non solo dedicarsi agli strumenti legati alla telefonia e alle telecomunicazioni, ma anche all’essere umano e a tutta la società: tutto può essere interpretato come un modello che, disponendo i suoi elementi con un certo criterio, mantiene un ordine per un corretto funzionamento.

Contro la macchina fascista

Ponendo sullo stesso piano sia società che l’essere umano, però, sembra legittimare la società fascista e, di conseguenza, ciò che ha comportato l’olocausto: vista come un essere umano più grande, la società necessita di un’intesa tra i suoi ingranaggi, appunto gli esseri umani, per essere ottimale. In realtà, Wiener va oltre rispetto a questo:

«Coloro che soffrono di un complesso di potenza sanno che la meccanizzazione dell’uomo è il mezzo più semplice per realizzare le loro ambizioni. Sono convinto che questa facile via al potere comporta non soltanto l’annullamento di quelli che io credo siano i valori morali dell’umanità, ma anche l’eliminazione delle attuali, labilissime possibilità di sopravvivenza della razza umana per un periodo considerevole».[7]

Una fabbrica ‘funzionate’ dovrà essere usata come macchina, un uomo ‘funzionante’ dovrà essere usato come essere umano. L’unicità umana viene riaffermata in termini diversi: un uso umano dell’essere umano non prevede la sua riduzione a burocrate, quanto dovrebbe permettergli di ragionare da umano e confrontarsi con la sua coscienza.

Il problema del sionismo

Da tutto ciò, allora, si può trarre una conseguenza abbastanza forte. Anche il sionismo può essere in un certo senso antisemita: non perché è contro gli ebrei (sarebbe un contro-senso) ma, dato che ormai ha attecchito la vita quotidiana di ogni suo membro, perché propone le stesse dinamiche del Terzo Reich contro altri individui non israeliani, cioè i palestinesi e, più in generale, gli arabi.

La Giornata della Memoria dovrebbe far riflettere anche su queste dinamiche che interessano lo Stato di Israele, non per condannarlo e proporre la sua fine, quanto per salvarlo da sé stesso: in quanto i suoi cittadini sono discendenti di una ferita, evitare che questa si ripresenti proprio ad opera di coloro che più hanno sofferto. Come è scritto nell’Antigone:

«Io non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza da consentire a un mortale di varcare i sacri limiti delle leggi non scritte e non mutabili che non sono di ieri né di oggi ma vivono da sempre, e quando furono rilevate, non sappiamo».[8]

Tali leggi si palesano nel corretto funzionamento della macchina-uomo: ogni comportamento deve essere reso evidente a chi lo esegue, con la possibilità di obiettare difronte ai soprusi e non considerarsi semplicemente come un ingranaggio del sistema. Ognuno è chiamato alla responsabilità.

Bibliografia

  • Arendt, H., La banalità del male. Processo a Eichmann, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2023.
  • Wiener, N., Introduzione alla cibernetica. L’uso umano degli esseri umani, Bollati Boringhieri, Torino 2012.
  • Sofocle, Antigone, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2016.

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[1] H. Arendt, La banalità del male. Processo a Eichmann, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2023, p. 27.

[2] Ivi, p. 159.

[3] Ivi, p. 135

[4] Ivi, p. 74.

[5] Ivi, p. 178.

[6] N. Wiener, Introduzione alla cibernetica. L’uso umano degli esseri umani, Bollati Boringhieri, Torino 2012, p. 23.

[7] Ivi, p. 81.

[8] Sofocle, Antigone, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2016, p. 154.