(In copertina: Lo Stars and Stripes, giornale delle truppe statunitensi, riporta la notizia della morte di Hitler)
Il rumore assordante delle bombe che assediarono Berlino all’alba della fiorente primavera del 1945 lasciò spazio al gravido silenzio della resa tedesca e alla conseguente caduta del Terzo Reich. Da quel momento, ciò che prima fu violenza e terrore si trasformò in angosciante quiete e tormento per l’ignoto.
Le conseguenze esistenziali e ontologiche dell’Olocausto
La fine delle Seconda Guerra Mondiale segnò non solo uno sconvolgimento del quadro geopolitico globale, ma anche la messa in discussione del senso dell’Uomo e la dignità dell’esistenza. Dopo Auschwitz, l’immagine dell’Uomo razionale di derivazione moderna entrò in crisi e perfino «Dio ha rinunciato alla sua potenza»[1], come scrive il filosofo tedesco Hans Jonas. Le narrazioni idilliache dei grandi pensatori illuministi, che disegnano la razionalità dell’uomo come l’unico strumento in grado di migliorare la sua natura, si distruggono di fronte alle macerie del totalitarismo e ciò di cui è stato capace.
Mentre le potenze alleate si spartivano la Germania e il mondo intero concordava i confini di una nuova pace, la filosofia si è gravata dell’onere di riflettere sulle conseguenze esistenziali e ontologiche che l’Olocausto ha portato con sé. Il tacito assenso del popolo tedesco alle barbarie perpetrate a danno del popolo ebraico imposero una riflessione filosofica sul significato della politica e il dovere della responsabilità individuale e civile sugli affari comunitari.
Sulla responsabilità della Germania riguardo ai fatti della guerra, infatti, si spesero numerosi intellettuali del secondo dopoguerra, fra i quali si ricordano con notevole intensità i tedeschi Hannah Arendt e Karl Jaspers. Sebbene con intenti e visioni divergenti, infatti, entrambi cercarono di ricostruire una prospettiva politica che potesse ridare nuovamente la speranza di una redenzione e insieme un superamento del trauma collettivo conseguente alle folli imprese del Führer.
Questo articolo si propone dunque di analizzare il concetto di colpa collettiva nel contesto filosofico e storico, confrontando le teorie dei due filosofi tedeschi, per riflettere su come l’ammissione di colpa possa influire sull’identità e sul comportamento politico di una nazione. Attraverso un confronto tra il caso tedesco post-bellico e la situazione italiana, si cerca di valutare se e in che misura l’assunzione di responsabilità collettiva sia utile o necessaria per affrontare il passato, risolvere traumi storici e costruire un modello politico più etico e consapevole nel contesto contemporaneo.

Jaspers: la colpa e il rapporto dell’uomo con il trascendente
Lo psichiatra e filosofo tedesco K. Jaspers fu uno dei primi intellettuali a pubblicare le sue riflessioni interamente dedicate alla colpa tedesca con un libro intitolato, per l’appunto «La questione della colpa. Sulla responsabilità politica della Germania», datato 1946. Formatosi come psichiatra, lasciò importanti contributi al sapere scientifico, ma lentamente i suoi interessi si spostarono sempre più verso la filosofia tanto che la pubblicazione in tre volumi della sua opera principale Philosophie[2] lo consacrerà completamente a questo sapere.
Diversamente dagli impulsi immanentisti e nichilisti della filosofia novecentesca, lo psichiatra tedesco mette in atto una filosofia esistenzialista trascendente, consacrata al riconoscimento della verità oltre le barriere del mondo oggettivo[3].

Senza addentrarsi troppo nelle questioni strettamente ontologiche però, è possibile affermare che questa presa di posizione filosofica si riverbera anche nei suoi scritti politici. Per questo motivo, la colpa viene analizzata in stretta relazione al rapporto dell’uomo con il trascendente, suggerendo che solo nel riconoscimento di un orizzonte più ampio rispetto alla pura razionalità si possa affrontare pienamente la responsabilità umana.
Nell’opera, il filosofo individua quattro tipi di colpa: la prima viene da lui denominata colpa criminale, e viene applicata ai singoli individui che hanno commesso un crimine punibile per legge come quelli perpetrati dai leader nazisti.
Successivamente vi è la colpa politica che contrariamente da quella puramente criminale, si applica all’intera comunità, colpevole di aver sostenuto o tollerato un regime ingiusto.
La colpa morale è invece quella che proviene dalle azioni e le omissioni di ciascun individuo di fronte al male.
L’ultima colpa che Jasper individua è centrale per la sua riflessione sulla risoluzione al problema della colpa tedesca, ovvero quella metafisica. Si riferisce al legame universale tra gli esseri umani e alla loro responsabilità di non aver fatto abbastanza per opporsi al male, anche a costo della vita.
Per meglio dire, la colpa metafisica emerge dal fatto che in quanto uomini, siamo corresponsabili per il male commesso da altri esseri umani. Anche chi non ha partecipato direttamente ai crimini del nazismo si trova quindi coinvolto moralmente, poiché appartiene a un’umanità che li ha resi possibili. Questa colpa non può essere giudicata tramite tribunali o risolta politicamente, poiché si tratta di una questione strettamente esistenziale e spirituale, che si affronta solo attraverso un confronto interiore e un’assunzione di responsabilità etica.
Proprio questo tipo di colpa è quella che il filosofo individua come punto di partenza per la rinascita morale e culturale della Germania, poiché attraverso il lavoro introspettivo di riflessione può diventare motivo di rigenerazione etica e spirituale. In questa riflessione dunque, quella della Germania non è una condanna definitiva, ma un’occasione di trasformare la vergogna e il fallimento in forza, attraverso il riconoscimento della propria responsabilità nell’orizzonte più ampio dell’umanità.
Harendt: la responsabilità individuale
Una visione completamente opposta, invece, è incarnata dalla filosofa e politologa naturalizzata statunitense Hannah Arendt. Come è noto, la sua attività filosofica fu profondamente toccata dagli eventi della Seconda Guerra Mondiale, tant’è che oltre a donare al mondo un’acuta analisi sui totalitarismi[4], la pensatrice si dedicò completamente alla riflessione sull’agire politico inteso come spazio della libertà e della realizzazione dell’esistenza umana.
Nonostante non affronti sistematicamente il problema della colpa, diversamente da Jaspers, la peculiarità dell’indagine filosofica arendtiana le permette di affrontare a più riprese la questione senza fornirne, tuttavia, un’aperta riflessione unitaria. Questa intuizione si riverbera anche nell’approccio alla questione: la pensatrice non riduce mai la colpa a un’unica dimensione, concentrandosi piuttosto sulla responsabilità individuale, sul rapporto tra colpa e totalitarismo e sulla necessità di un giudizio critico come fondamento per una riflessione etica e politica.

Le riflessioni più consistenti sull’argomento sono presenti per la maggior parte nello scritto pubblicato con il titolo La banalità del male, dedicato al processo del 1961 contro il funzionario delle SS Adolf Eichmann.
In questo libro il tema della colpa emerge indirettamente nell’analisi del ruolo di Eichmann come burocrate nel sistema nazista e dell’incapacità di molti tedeschi di opporsi al regime. La banalità del male – da cui l’opera prende il titolo – subentra proprio nel momento in cui gli individui non prendono attivamente su sé stessi la responsabilità delle proprie azioni, affidando il proprio agire alla cieca ubbidienza agli ordini. Questa particolare analisi suggerisce alla Arendt che ciò che Jaspers chiama colpa collettiva in realtà annulla le distinzioni fra chi ha commesso crimini di guerra e chi non ha avuto un ruolo attivo.
Tuttavia, la comunità deve assumere su di sé la responsabilità politica[5] del nazismo, sebbene non sia stata interamente coinvolta nei fatti specifici: infatti, è proprio attraverso l’assenza di una dimensione politica collettiva che diventa possibile il proliferare di sistemi folli ed omicidi come il nazismo. Il caso di Eichmann insegna che la colpa per molti tedeschi sotto il nazismo risiede nella mancanza di pensiero critico che si riverbera nell’incapacità di opporsi alle direttive immorali del regime, permettendo al male di proliferare.
Da queste prime considerazioni, è palese la volontà di Arendt di distinguere chiaramente tra la sfera morale e quella politica in modo diverso rispetto a Jaspers. La morale, infatti, riguarda il rapporto dell’individuo con sé stesso, mentre la politica si concentra sul rapporto dell’individuo con il mondo. Questa distinzione è cruciale per comprendere i pericoli insiti nella fusione tra morale e politica, che genera una politica sentimentale fondata sulla colpa. Una politica basata sulla colpa, infatti, rischia di trasformare la sfera pubblica in uno spazio governato da legami emotivi e naturali, piuttosto che dalle convenzioni e dalle istituzioni razionali che garantiscono il confronto e il dialogo.
Questo annullamento della distanza tra gli attori politici rende più difficile esprimere differenze e gestire i disaccordi senza sfociare nella violenza. Inoltre, l’introduzione di criteri morali assoluti nel regno politico compromette la natura intrinsecamente relativa di quest’ultimo. Le verità morali, quando vengono trasposte nella sfera pubblica, finiscono per essere percepite come semplici opinioni, perdendo la loro forza. La colpa stessa, poi, è legata a relazioni personali e specifiche e non si presta facilmente ad essere generalizzata. Tuttavia, per poter operare nel contesto pubblico, parole e azioni devono essere trasformate in qualcosa di condivisibile, superando il carattere privato e individuale.
Nonostante queste critiche, Arendt non propone una politica priva di emozioni o puramente razionalistica. Al contrario, ritiene che l’azione politica autentica debba nascere da una profonda apertura al mondo e da un amore sincero per esso. Poiché la politica si occupa di ciò che è comune e condiviso, il vero giudizio e la vera azione politica vanno oltre le preoccupazioni individuali, ponendo sempre il mondo e le sue dinamiche al centro dell’attenzione.
Il lungo e attuale percorso di espiazione della Germania
Ad ogni modo però, la Germania, da un punto di vista puramente storico e politico, intraprese un lungo percorso di espiazione delle colpe legate al nazismo e ai crimini dell’Olocausto. Oltre al processo di denazificazione[6] avvenuto negli anni subito successivi al conflitto, nel 1951 il cancelliere Konrad Adenauer dichiarò ufficialmente la responsabilità della Germania per i crimini commessi sotto il nazismo. A livello pubblico, queste politiche non solo furono ben accolte, ma anche sentite come una presa di responsabilità collettiva contro i crimini di cui i tedeschi si sono resi partecipi con il silenzio e l’assenso nei confronti del regime.
D’altra parte però, è impossibile quantificare il modo in cui la colpa morale e la responsabilità politica, di cui scrivono i filosofi, sia stata interiorizzata dalla collettività. Il rumoroso sostegno ad Israele per le immorali azioni intraprese contro la Palestina negli ultimi mesi hanno in parte sollevato un approccio acritico e irrazionale da parte della Germania. Tralasciando le questioni geopolitiche che legano l’intera Unione Europea al sostengo israeliano, una parte significativa della popolazione tedesca ha sostenuto le decisioni del governo, considerandole un dovere morale derivante dalle responsabilità storica della Germania per l’Olocausto e come un modo per contrastare la recrudescenza dell’antisemitismo in Europa[7].
È importante sottolineare che scrivere sul conflitto israelo-palestinese non è affatto un’impresa semplice, poiché le sue radici affondano in un passato ben più complesso, e attorno alla questione si intrecciano inevitabilmente problematiche economiche e politiche. Tuttavia, la posizione dell’opinione pubblica sottolinea la preoccupazione arendtiana del pericolo di concepire la colpa morale come ultima espiazione dai peccati e dagli errori nazionali.
Ciò porta, infatti, non solo ad una deresponsabilizzazione morale, ma anche e soprattutto ad una mancanza di giudizio critico che monitori e difenda la collettività, non solo nazionale ma anche transnazionale. Ciò che ha commesso Israele a danno della comunità palestinese è stato animato da una profonda e cieca violenza sotto gli occhi della comunità mondiale. Non riconoscere questo aspetto, ma sostenere Israele per un dovere morale nei confronti della comunità ebraica, indica un errore che, a detta di Arendt, perpetra violenza e cieca irrazionalità all’interno del contesto politico.
Il caso italiano: ambiguità e nostalgie
Questa problematizzazione, però, non implica una presa di posizione nei confronti della memoria storica tedesca, poiché il differente quadro italiano sottolinea invece l’opposto pericolo dell’incapacità dell’assunzione di colpe in merito alla Seconda Guerra Mondiale.
In Italia non si è mai, infatti, sviluppata una piena assunzione di colpa collettiva per il fascismo e i crimini commessi durante quel periodo, lasciando spazio alla persistenza di nostalgie per il passato fascista e alla proliferazione di movimenti neofascisti.
Mentre il mondo puntava il dito contro la Germania, l’Italia taceva sotto l’imponente figura di Hitler, lasciando che la responsabilità dei crimini fascisti ricadesse solo sulla figura di Mussolini e sui suoi stretti collaboratori. A riprova di questo, dopo la guerra, il fascismo fu spesso presentato in modo ambiguo, con una pericolosa distinzione retorica tra il buon fascismo delle origini e un cattivo fascismo legato all’alleanza con Hitler e alle leggi raziali.
A differenza della Germania, in Italia molti esponenti del regime rimasero attivi nella vita pubblica, soprattutto grazie all’amnistia promossa da Togliatti che nel 1946 garantì l’impunità a molti ex fascisti. Questo approccio portò necessariamente alla persistenza di movimento neofascisti, come il Movimento Sociale Italiano (MSI) che rappresentò un importante punto di riferimento per i nostalgici del regime fascista, trasformatosi poi, in seguito al crollo della prima repubblica e alla fine della guerra fredda, in Alleanza Nazionale. Senza poi trascurare il pericoloso quadro attuale italiano, popolato fin dalle più alte cariche dirigenti da emergenti sentimenti autoritari e ultranazionalisti.
Affrontare la colpa
L’assunzione di colpa collettiva, dunque, non è solo un gesto morale, ma un passaggio necessario per affrontare e trasformare il passato in una base solida per il futuro. Tuttavia, come suggerisce Hannah Arendt, questo processo non può essere ridotto a un atto emotivo o a una forma di sentimentalismo politico. La colpa deve essere riconosciuta e gestita con razionalità e criticità, evitando derive che potrebbero portare all’abolizione del giudizio o alla sua strumentalizzazione politica.
Per Arendt, affrontare la colpa significa innanzitutto preservare lo spazio pubblico, un luogo di pluralismo e confronto che permette l’elaborazione del passato senza cancellare le differenze. È in questo spazio che la colpa deve essere deprivatizzata e resa pubblica, non per le divisioni, ma per riconoscere responsabilità e trasformare le lezioni del passato in azioni politiche autentiche.
L’assunzione di colpa, se portata avanti con spirito critico, diventa allora un elemento costitutivo della democrazia, capace di prevenire nuove forme di violenza e intolleranza. Perché, come insegna la filosofa, solo un amore razionale per il mondo, che non teme di affrontare il male ma si rifiuta di accettarlo come destino inevitabile, può garantire una politica che non tradisca né il presente né il futuro.
Se è vero dunque che i momenti di crisi portano venti di cambiamento e impegno profondo, allora bisogna agire ora per cambiare una tendenza che ha basi decrepite e disfunzionali.
In questo quadro, la filosofia non può ignorare le condizioni nelle quali versa lo spazio politico, ma ha l’obbligo di instillare pensiero critico all’interno della comunità politica, con l’obiettivo di trasformare la teoresi nella quale si richiude in prassi al servizio dell’umanità. Le fiorenti teorie filosofiche nate in seno alle tragedie della guerra, sulla nuova immagine dell’Uomo al tramonto del razionalismo moderno, devono emergere come i semi di una pianta robusta e rigogliosa che cresce sempre, creando il proprio destino a partire dalle macerie del passato.
Bibliografia
- Arendt, Hannah. La banalità del male, Feltrinelli 2023.
- Arendt, Hannah. Vita Activa. La condizione umana, Bompiani 2019.
- Jaspers, Karl. La questione della colpa. Sulla responsabilità politica della Germania, Raffaello Cortina Editore 1996.
- Jaspers, Karl. Filosofia 1. Orientazione filosofica nel mondo, Biblioteca di filosofia Mursia 1977.
- Schaap, Andrew, Guilty Subjects and Political Responability: Arendt, Jaspers and the Resonance of the ‘German Question’ in Politics of Reconciliation, Political Studies Vol 49, 2001 pp. 749-766.
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Note
[1] Jonas, Hans. Il concetto di Dio dopo Auschwitz, SE 2023.
[2] Jaspers, Karl. Filosofia, 3 Voll., Biblioteca di filosofia Mursia 1977-2019.
[3] Cfr. Jaspers, Karl. Filosofia II. Chiarificazione dell’esistenza, Biblioteca di filosofia Mursia 2019. Per Jaspers, il mondo oggettivo è l’ambito della realtà che può essere conosciuto attraverso la scienza, la razionalità e l’esperienza sensibile, il quale tuttavia non rappresenta che una piccola parte dell’esistenza. Egli denomina l’Umgreifende (l’essere in sé) il principio di assolutezza che comprende ed abbraccia tutti i modi d’essere, il quale rimane perennemente al di là dell’orizzonte entro il quale l’uomo riesce a scrutare. La filosofia si pone come l’unico sapere in grado di poter scrutare questa dimensione, diventando così chiarificazione dell’esistenza.
[4] Arendt, Hannah. Le origini del totalitarismo, Einaudi 2017.
[5] Cfr. Arendt, Hannah. La vita della mente, Il Mulino 2009.
[6] Vennero istituito dei processi giudiziari che portarono alla condanna di molti leader nazisti per i loro crimini di guerra e contro l’umanità, non ché anche programmi di rieducazione condotta dagli Alleati per promuovere una visione critica del passato nazista.
[7] Secondo uno studio YouGov Eurotrack condotto in sette Paesi dell’Europa occidentale il 49% dell’opinione pubblica tedesca comprendono le ragioni degli israeliani rispetto al conflitto a fronte del 30% che invece non le comprendono. Fonte: https://it.yougov.com/politics/articles/48229-israele-e-palestina-lopinione-pubblica-in-europa-occidentale-nel-terzo-del-conflitto
