(Credit immagine in copertina: CNN)
Tochigi è una città giapponese, poco a nord di Tokyo, con una popolazione non molto inferiore a quella di Taranto. Relativamente poco colpita dalla Seconda guerra mondiale, conserva un interessante centro storico che in altri casi – proprio come accaduto nella capitale – è finito in cenere.
Nelle ultime due settimane, Tochigi non è andata alla ribalta dei notiziari per i monumenti. Non ci sono state invasioni di turisti, né scoperte da esporre in museo. Indizio: è sede di uno dei maggiori penitenziari femminili del Sol Levante.
Casa di riposo?
Quante volte, magari da più piccini, abbiamo pensato che, tutto sommato, il carcere non è così male: pasti gratis tre volte al giorno, un letto assicurato, quattro mura idem, medico sempre presente.
Ora, che questo pensiero sia solo una pia illusione, una provocazione senza troppo ragionamento, non serve che lo si spieghi con un articolo.
Solo che, per molte anziane di Tochigi, questa provocazione è diventata realtà. No, di più: è diventata la realtà più auspicabile!
«Le stanze sono piene di anziane residenti, con le mani rugose e la schiena piegata. Si trascinano lentamente lungo i corridoi, alcune usando i deambulatori. Gli addetti le aiutano a fare il bagno, a mangiare, a camminare e a prendere i loro farmaci. Ma questa non è una casa di riposo – è la più grande prigione femminile del Giappone».
Così comincia il reportage di tre giornaliste della CNN, che ha puntato un po’ di riflettori su questa situazione particolare.
Una secondina spiega la situazione:
«ci sono persino persone che dicono che pagherebbero 20 o 30 000 yen [125-188 euro; NDR] al mese se potessero vivere qui per sempre […] E ci sono persone che vengono qui perché fa freddo o perché hanno fame».
E se una ha la sfortuna d’ammalarsi, allora
«può ricevere cure mediche gratuite mentre è in prigione, ma una volta fuori devono pagarle di tasca propria, quindi alcune vogliono restare qui il più a lungo possibile».
Secondo i dati governativi nipponici, l’80% e oltre delle detenute nelle carceri dell’Impero è dentro per furto.
Dal 2003 al 2022 il numero di persone anziane recluse è quasi quadruplicato, con effetti anche sul mestiere degli agenti.
Il clima nella galera di Tochigi, quindi, è diventato quello di una casa di cura: le detenute spesso non sono violente, ma necessitano di competenze ben poco, per così dire, da apparato repressivo.
L’incubo di Michel Foucault – il carcere come esempio della società disciplinare – viene ribaltato: per queste donne, avere il braccio sorvegliante dello Stato sempre a disposizione è la cosa «più stabile» della loro terza età.
E le altre detenute, quelle entrate non proprio per avere delle garanzie di assistenza, assistono testimoni di un continuo invecchiamento dell’età media della popolazione carceraria.
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La disuguaglianza nell’ultimo Impero
Diamo alcuni numeri. Secondo l’OCSE, in Giappone il 20% delle persone over-65 vive in povertà – contro una media (pur mica bassa) dei Paesi OCSE al 14,2%.
Nel 2021, il Ministero del Lavoro nipponico ha dichiarato che la probabilità di recidiva crollava se al detenuto anziano veniva dato supporto dopo aver lasciato il carcere; in caso contrario, non è per nulla raro ripetere il reato incrociando le dita di finire dentro.
Se la galera è più stabile della vita libera, qualche problema c’è, e neppure tanto piccolo.
Il governo di Tokyo, negli ultimi anni, ha potenziato i programmi di assistenza agli anziani e – per i detenuti in generale – di reinserimento sociale.
Non senza frutti, certo. Il problema non è però del tutto risolto.
Il vero nocciolo risiede nella disuguaglianza della società giapponese. Disuguaglianza di classe, disuguaglianza di genere: i due vettori s’incrociano. E producono effetti come il carcere di Tochigi.
Nel 2015, Koike Yuriko (allora deputata della Dieta nazionale e dall’anno seguente governatrice di Tokyo, ancora oggi in carica) scrive che il Giappone ha una tassazione sui grandi patrimoni e sulle successioni più rigida di quelle di altri Paesi industrializzati, così si evitano gargantuesche accumulazioni al vertice della piramide sociale.
Yuriko sottolinea, però, che le politiche economiche dell’allora capo del governo Shinzo Abe avevano visto un allargamento della forbice tra ricchi e poveri, iniziando a erodere un modello che era rimasto abbastanza stabile.
Con tutto il rispetto per le posizioni di Yuriko, il Giappone non è così egualitario. E non (solo) per le Abenomics, no.
Uno studio di Tetsuo Fukawa, intitolato proprio Disparità di reddito nel Giappone e pubblicato nel 2021, mostra come il coefficiente di Gini (una misura della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi: più alta è, più c’è disuguaglianza) dal 1985 al 2018 sia più alto rispetto ad altri Paesi industrializzati – tranne Regno Unito e Stati Uniti d’America, ma nessuna sorpresa – e peggiora ancor di più considerando solo la parte anziana della popolazione.
In questa classifica, per curiosità, l’Italia è abbastanza vicina all’ultimo Impero, ma in positivo.
Quindi sì, le scelte dei governi di Abe hanno peggiorato la situazione, tuttavia in primo luogo è un pericoloso trend internazionale a cui, purtroppo, il Sol Levante non fa eccezione, e secondariamente già da prima i sistemi di welfare dell’Europa continentale permettevano una minor disuguaglianza rispetto al Giappone.
Le anziane di Tochigi, che preferiscono le sbarre con un pasto garantito alla libertà senza sapere come arrivare a fine mese, sono, probabilmente, il simbolo più “strano” e significativo di cosa voglia dire vivere con la spada di Damocle della precarietà sulla testa.
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