Xenofobia chimica: cos’erano i bagni per i migranti messicani in USA?

Durante i primi anni del Novecento, al confine tra Messico e Stati Uniti d’America, migliaia di immigrati messicani furono sottoposti a una pratica disumanizzante: i bagni chimici. Queste procedure, ufficialmente giustificate da motivi sanitari, nascondevano motivazioni razziste e segnarono profondamente la storia delle relazioni tra i due paesi. 

Immigrazione e bagni chimici

All’inizio del XX secolo, l’immigrazione messicana verso gli Stati Uniti d’America raggiungeva già numeri rilevanti e migliaia di messicani attraversavano quotidianamente il confine per lavorare come braccianti o domestici nelle città di confine degli Stati Uniti, come El Paso, in Texas.

Con l’aumento di sentimenti xenofobi e con l’introduzione dell’Immigration Act del 1917, le autorità statunitensi implementarono misure più rigide per il controllo dei migranti, spesso giustificate dalla paura di epidemie, come il tifo, e dalla necessità di proteggere la salute pubblica dalla loro diffusione. 

Tuttavia, oltre alle preoccupazioni sanitarie, queste misure erano alimentate da una retorica razzista e disprezzante che dipingeva i messicani come “sporchi” e “portatori di malattie”: fu proprio l’ufficiale sanitario B. J. Lloyd a esortare la “disinfezione” di “tutte le persone sporche e schifose che arrivavano [in questo paese] dal Messico”, come si legge nell’articolo di The Nation

Gli immigrati messicani che cercavano di entrare negli Stati Uniti venivano obbligati a sottoporsi a rigide procedure di “pulizia” presso le stazioni di confine.

Durante queste procedure essi erano costretti a spogliarsi, spesso in condizioni umilianti e senza riguardo per la loro privacy, e a lavarsi con acqua e un mix di sostanze tossiche, come il cherosene e lo Zyklon B, agente fumigante a base di acido cianidrico adottato successivamente nelle camere a gas di alcuni campi di sterminio nazisti.

Solitamente, poi, anche i loro vestiti venivano disinfettati con gas tossici oppure direttamente bruciati e, sia uomini che donne, erano obbligati a radersi i capelli per eliminare i pidocchi.

A questo, inoltre, si aggiungevano altri episodi agghiaccianti: sembra, infatti, che molte donne messicane, una volta nude, venissero fotografate da alcune guardie di frontiera e le loro foto diffuse poi in città; sembra, inoltre, che alcuni operai morissero sui luoghi di lavoro prendendo fuoco, probabilmente perché ancora ricoperti da tutti i prodotti chimici utilizzati durante le “docce”.

La resistenza di Carmelita Torres e le Bath Riots

Uno degli episodi più significativi legati a queste pratiche avvenne il 28 gennaio 1917, quando Carmelita Torres, una domestica messicana diciassettenne, si rifiutò di sottoporsi al bagno chimico e fu arrestata.

La sua protesta ispirò centinaia di persone a unirsi a lei, bloccando i tram che trasportavano i lavoratori e assalendo le auto che attraversavano il confine. 

Le manifestazioni, note oggi come le Bath Riots, durarono per tre giorni e si spensero lentamente sotto le repressioni delle autorità statunitensi e messicane, senza portare però a dei risultati concreti: di fatto, i bagni chimici restarono una realtà fino agli anni Cinquanta.

Nonostante ciò, queste rivolte rappresentarono una resistenza collettiva contro le umiliazioni inflitte dagli Stati Uniti e diventarono simbolo di dignità e coraggio.

Lezioni per il presente

I bagni chimici al confine tra Messico e Stati Uniti rappresentano una pagina oscura della storia americana, una storia di discriminazione e razzismo da un lato e di resistenza dall’altro.

Riconoscere e raccontare questi eventi non è solo un atto di memoria, ma un passo verso un futuro in cui la dignità umana venga rispettata, indipendentemente dalle origini o dalla nazionalità.

Ancora oggi, le politiche di confine sono spesso intrise di xenofobia e pregiudizio.

A distanza di centootto anni dalle Bath Riots e mentre le preoccupazioni verso fenomeni come l’immigrazione continuano a rafforzare i partiti e i valori di estrema destra in tutto l’Occidente, il rieletto presidente degli USA Donald Trump mira a giustificare la chiusura del confine con il Messico richiamando un’emergenza sanitaria legata a malattie che sarebbero introdotte dagli immigrati.

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Secondo quanto riportato dal New York Times, benché non vi sia al momento una crisi sanitaria, i suoi consiglieri da mesi stanno cercando un modo per sostenere questa narrativa, prendendo in considerazione malattie come la tubercolosi e altri problemi respiratori. 

Bibliografia e sitografia

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