Tra gli stereotipi di genere secondo i quali i bambini devono giocare con le macchinine e le bambine con le bambole, è ancora presente la retrograda accoppiata uomo-scienziato e donna-maestra. Pur trovandoci nel XXI secolo, rimaniamo stupiti di fronte al divario di genere che continua ad esserci in quella che è la scelta della propria carriera professionale: apparentemente nulla sembra essere cambiato dalle credenze maschiliste del secolo scorso. Qual è stato il ruolo delle donne STEM nel corso del tempo e perchè, ancora oggi, in poche decidono di fare della scienza la loro compagna di vita?
Il caso di Rosalind Elsie Franklin
Pensa di trovarti nell’Inghilterra della Seconda Guerra Mondiale, pensa alle idee sensazionali che hai appuntato sul tuo taccuino di laboratorio, pensa al mondo misogino che ti circonda e ora pensa di voler “fare scienza”.
Quando nell’aprile del 1953, il mondo scientifico viene rivoluzionato dalla pubblicazione dell’articolo su Nature firmato Watson-Crick, una terza presenza rimane nell’ombra dell’anonimato. Il nome è quello di Rosalind Elsie Franklin. La motivazione è una e, nonostante sia trascorso un intero secolo, anche facilmente prevedibile: Rosalind è una donna.
“La terribile Rosy”, come era definita in maniera sarcastica dai suoi colleghi, è stata l’autrice di uno degli scatti più significativi della storia del genere umano: Photograph 51, ottenuta mediante diffrazione a raggi X. Questo scatto è la prova lampante che il DNA possiede una struttura a doppia elica. Allo stesso tempo esso è intriso di un inchiostro ancora più indelebile: la scienza è un mondo per uomini.
Pertanto, il merito di questa donna va oltre un premio Nobel mai ricevuto e apre le porte alla consapevolezza che l’ingegno non ha sesso e che prescinde da qualsiasi condizione biologica, socio-culturale e temporale.
Da Ida Noddak a Rita Levi Montalcini
La lista delle donne pioniere in ambito scientifico si arricchisce anche del nome di Ida Noddak (1896-1978), chimica e ingegnera tedesca. Il suo merito è quello di aver scoperto due elementi chimici che prendono il nome di Renio e Tecnezio, ma soprattutto di aver intuito cosa si cela dietro alla fissione nucleare.
Facendo leva sulle sue capacità, ha provato inutilmente ad andare controcorrente, cercando di smentire in maniera critica parte delle scoperte fatte da Enrico Fermi.
Ancora una volta, il suo destino non si discosta da quello delle colleghe e le sue intuizioni verranno confermate quattro anni più tardi dai due chimici Hann e Strassmann.
Tra le figure femminili di spicco rientra il nome di Gertrude Belle-Elion (1918-1999). É l’unica donna a laurearsi in Chimica nel suo corso, ma fatica a trovare un lavoro perché nessuno è intenzionato ad assumerla in un laboratorio scientifico. La motivazione? A detta dei suoi superiori, potrebbe distrarre i colleghi ricercatori.
Anche l’esperienza di Emmy Noether (1882-1935) è significativa. Ottiene il ruolo di professoressa a Gottinga, ma a causa dell’opposizione di un gruppo di colleghi, si trova obbligata a svolgere il suo lavoro con uno pseudonimo maschile.
Per l’Italia, invece, ricordiamo gli studi senza precedenti sul fattore di accrescimento della fibra nervosa a opera di Rita Levi Montalcini (1909-2012) o Emma Strada (1884-1970), la prima donna italiana a laurearsi in Ingegneria presso il Politecnico di Torino nel 1908 e Margherita Hack (1922-2013), nota per le sue scoperte sulle Cefeidi, un gruppo di stelle variabili, così chiamate perché cambiano continuamente la loro luminosità nell’arco di appena 50 giorni.
“Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di dimostrare nulla, se non la loro intelligenza.”
RITA LEVI MONTALCINI
STEM: un quadro statistico
Oggigiorno con STEM (Science, Technology, Engineering e Mathematics) si indicano tutte le discipline scientifico-tecnologiche e i relativi campi di studio e di applicazione.
In termini di gender gap, la situazione non è molto distante da quella descritta in precedenza per le donne scienziate del secolo scorso. La condizione italiana è nettamente sotto la media europea: solo un professore ordinario su cinque è donna e, su oltre ottanta rettori, appena sette sono di genere femminile.
La problematica affonda le sue radici già nella scelta del percorso universitario: analizzando le fonti del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) e dell’ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica, dati per l’anno accademico 2020/2021), riscontriamo che solo 21 ragazze su 100 decidono di immatricolarsi ad un corso di laurea STEM.
In generale, la componente maschile si aggira intorno al 59% mentre, nell’intero panorama universitario, la percentuale di studentesse supera quella dei colleghi uomini. Ciò significa che, in Italia, ci sono molte più ragazze iscritte all’università, ma solo poche sposano la vocazione di dedicarsi alla scienza.
Le cause sono chiaramente da ricercare negli stereotipi di genere che aleggiano ancora nel mondo del lavoro, soprattutto per le discipline STEM.
Il caso-studio di Babbel
Secondo un dossier condotto da Babbel (piattaforma linguistica), il 71,5% delle donne intervistate sostiene di ricevere come appellativo “signora” o “signorina”, indipendentemente dal titolo di studio ottenuto, mentre quello di dottore o ingegnere è assegnato senza alcun problema ai colleghi uomini.
Due altri luoghi comuni fanno riferimento all’esigenza femminile di un equilibrio più rigido tra sfera lavorativa e sfera familiare rispetto agli uomini (73,9%) e al fatto che la donna si faccia portavoce di una maggiore emotività che va in contrasto con la razionalità su cui il pensiero tecnico-scientifico si basa (63,4%).
I social network come emancipazione
Nonostante il mondo sia ormai scandito dal numero di views e dalle nuove tendenze, i social network potrebbero comunque rappresentare un punto di partenza per abbattere gli stereotipi di genere e avvicinare sempre più ragazze alle materie STEM.
Tantissime sono le content creator che si dedicano alla divulgazione scientifica online, mettendo a disposizione le loro conoscenze, frutto di anni di studio e di ricerca nel mondo della scienza.
Tra queste Virginia Benzi (@quantum_girl_vivi su Instagram) con più di 100k followers, Eleonora Svanberg (@eleonorasvanberg) e Ilaria Lucrezia Rossi (@_shescience_).
Conclusioni
Sicuramente il superamento del divario tra generi è un percorso lungo e complesso, che deve partire in primis da ognuna di noi e dalla consapevolezza delle nostre potenzialità. In secondo luogo, spetta alle aziende e all’ambiente lavorativo il compito di equiparare – ed eventualmente far eccellere, senza alcuna vergogna – il profitto di una professionista rispetto a quello del suo collega uomo, non solo in termini di retribuzione, ma anche di successi e gratificazioni.
É molto importante che le donne si rendano conto delle proprie capacità e che vengano stimolate ad ampliare le proprie coscienze, ad andare in campi ritenuti tradizionalmente maschili, proprio perché tutto questo è tutta una sovrastruttura dovuta a una lunga tradizione da cancellare.
MARGHERITA HACK
Bibliografia e sitografia
[2] https://www.vanityfair.it/article/donne-stem-pregiudizi-linguaggio
[3] https://it.pearson.com/aree-disciplinari/scienze-matematica/articoli/donne-carriere-nelle-stem.html#
