L’Argentina non utilizzerà più un linguaggio inclusivo

La decisione del nuovo governo di Javier Milei ha inizialmente interessato solo le forze armate. Poi il portavoce presidenziale, Manuel Adorni, ha dichiarato alla stampa che il provvedimento interesserà l’amministrazione pubblica nel suo complesso. Se la scelta è coerente con le posizioni politiche del presidente, contraddice tuttavia il principio di uno “Stato minimo” che Milei sembra voler realizzare con i suoi tagli drastici alla spesa pubblica. C’è da domandarsi: perché un libertario come Milei è così tanto avverso al linguaggio inclusivo? Quale obiettivo si propone di raggiungere con questo provvedimento? Quant’è opportuno, per un governo, entrare in un dibattito aperto sulla lingua?

Chi è il nuovo presidente dell’Argentina: Javier Milei


Le ultime elezioni presidenziali in Argentina hanno visto la vittoria di Javier Milei. Si tratta di un personaggio che si è fatto conoscere nel corso della campagna elettorale per i suoi toni molto accesi, per le proposte radicali di riforma dell’economia e per una strategia comunicativa stravagante ma di effetto. Slogan come “Afuera!” o il simbolo della motosega per rappresentare i tagli alla spesa sono diventati molto popolari anche al di fuori dei confini argentini.

Milei ha una formazione da economista ed è piuttosto difficile collocarlo politicamente. La definizione che ne dà la stampa spesso oscilla tra l’estrema destra filo-trumpiana (come l’ex-presidente del Brasile Bolsonaro) e il libertarismo. Entrambi questi termini, però, sono molto imprecisi e, se accostati, possono facilmente cadere in contraddizione.

Semplificando, diamo per scontato almeno due tratti della linea politica del nuovo presidente: è tradizionalista, ovvero ostile al progressismo, e seguace di una dottrina che vorrebbe ridurre le funzioni dello stato ai minimi essenziali (tra cui la difesa nazionale, la garanzia dei diritti economici dei privati, e poco altro). Da ciò ne deriverebbe anche una riduzione drastica della spesa pubblica e l’affidamento ai privati della gestione di servizi come la sanità e l’istruzione.

Chiariti questi aspetti, non dovrebbe risultare difficile comprendere perché Milei abbia vietato l’utilizzo del linguaggio inclusivo nella pubblica amministrazione. La destra conservatrice di tutto il mondo ha condotto una vera e propria crociata contro le istanze progressiste che vogliono scardinare il binarismo di genere anche nel linguaggio. Nonostante ciò, uno Stato che sia davvero minimo non dovrebbe avere propositi educativi o moralizzatori: se l’istruzione in Argentina dovesse essere affidata ai privati, Milei dovrebbe tollerare l’idea che gli istituti scolastici possano utilizzare un linguaggio inclusivo, anche solo per una questione di policy aziendale.

Proibendolo o fissando dei limiti, si finirebbe, in altre parole, per ricadere nell’idea di uno stato dirigista che entra nell’attività economica e nella vita dei cittadini per normare comportamenti difformi. Ovvero, proprio quello contro cui Milei lottava ferocemente in campagna elettorale – salvo poi proporre, una volta eletto, la penalizzazione dell’aborto.

Si tenga anche a mente che nazionalismo e libertarismo, teoricamente, non sono conciliabili. Un libertario che sia davvero tale preferirebbe abolire le nazioni solo poiché attraverso l’idea di “nazione”, il potere statuale può legittimarsi e trovare la forza per intervenire anche nell’economia.

L’obiettivo politico di Milei


Un fatto alquanto noto è l’Argentina che Milei deve governare è uno Stato che esce da decenni di durissima crisi economica. I tassi di povertà della popolazione sono molto alti e lo stato si è pesantemente indebitato per far fronte all’instabilità economica e sociale.

La nuova presidenza ha proposto misure drastiche per risolvere il problema, tra cui privatizzazioni e l’abolizione di molti ministeri che si occupavano di erogare servizi ai cittadini. Non è nelle intenzioni di questo articolo stabilire se queste misure risolleveranno le sorti dell’Argentina, anche perché solo valutazioni di lungo periodo potranno rivelare in maniera esaustiva l’efficacia dell’azione economica di Milei.

Ciò che è certo, però, è l’evidenza che queste siano delle riforme molto impopolari, che andranno a colpire soprattutto le fasce più povere della popolazione argentina senza fornire loro alcuna garanzia. Buenos Aires, nelle scorse settimane, ha visto la mobilitazione di migliaia di cittadini in protesta contro il governo, arrivando talvolta a scontri con la polizia. Milei, quindi, ha bisogno di riguadagnarsi il consenso della popolazione, non solo ostacolando o reprimendo le manifestazioni contro di lui e il suo esecutivo, ma anche e soprattutto con una strategia tipicamente populista: la creazione di un nemico pubblico a cui imputare la rovinosa situazione dello stato.

Negli ultimi mesi Milei si è molto speso a parlare di una minaccia “marxista” piuttosto vaga: un triste richiamo agli anni bui della dittatura militare, che si serviva della retorica anti-comunista per mettere in atto sanguinose repressioni civili. Per il nuovo presidente, la minaccia marxista è inquadrabile nelle rivendicazioni di femministe e gruppi LGBTQ+ che, tra le altre cose, vedono nel linguaggio una struttura che preserva il potere sessista, omofobo e transfobico dello Stato.

Puntare il dito contro queste minoranze è molto vantaggioso per Milei: così facendo non solo dà l’impressione che il suo lavoro sia ostacolato da gruppi sociali nemici del popolo e del senso comune, ma aizza anche le frange più conservatrici della società contro quei gruppi, distogliendo l’attenzione dal proprio operato. Questa tecnica è molto efficace soprattutto nell’epoca corrente, dove le cosiddette culture wars sono un argomento politico molto più divisivo rispetto a questioni economiche o di classe, e vengono percepite con maggiore impatto emotivo presso una popolazione di già molto spaventata dalle presunte derive del politicamente corretto.

Linguaggio e costruzione dell’identità nazionale


Dagli albori della modernità e dalla nascita degli stati nazionali, il potere politico ha dovuto costantemente occuparsi del linguaggio. Poiché l’identità collettiva si fonda su elementi culturali come lingua, religione e usanze, è solo con la difesa di questi valori che lo Stato può difendere sé stesso.

La realtà è molto meno romantica di quanto sembri. Per affermare la propria legittimità, i governi nazionali hanno bisogno di uniformare la popolazione perché condivida tratti comuni come la lingua. Lo sappiamo bene noi italiani, che negli anni immediatamente successivi all’Unità nazionale abbiamo imparato una lingua che era parlata soltanto in Toscana e formalizzata secondo canoni letterari molto complessi per un utilizzo quotidiano. In altre parole, lo stato liberale e lo stato fascista hanno avuto bisogno dell’unità linguistica come presupposto per l’azione politica, e alla nascita della Repubblica ancora si combatteva l’analfabetismo educando il popolo all’italiano.

Il linguaggio, in quanto modo di rappresentare il mondo, è una questione politica e una “fotografia” della società. Il binarismo di genere in lingue come l’italiano o lo spagnolo è sintomo di un binarismo di genere radicato anche nei rapporti sociali. Il maschile sovra-esteso è allo stesso modo indice di una preminenza della componente maschile su quella femminile. Il linguaggio, però, non è immutabile e varia a seconda delle esigenze dei parlanti che lo adoperano.

Quando il potere politico si propone di insegnare una lingua, lo fa fissando dei criteri di correttezza grammaticale che nascono da un’esigenza molto banale: preservare la propria legittimità. Dare rappresentanza a soggetti non binari, e poterlo fare partendo dal linguaggio, è un atto politico pericoloso per un potere tradizionalista e ancorato ad un’immagine della società binaria e patriarcale.

Uno stato che non fonda la propria legittimità sul principio di nazionalità (si ricordi a questo proposito che lo stato nazionale è solo una tipologia politica e, per quanto attualmente predominante, in passato la collettività si è organizzata secondo forme meno legate alla nazionalità degli individui: si vedano le città-stato, le piccole repubbliche, le monarchie dinastiche e gli imperi multietnici) guarderebbe alle questioni linguistiche come ad un fatto intellettuale la cui diramazione va affidata agli intellettuali. In altre parole, che nella lingua letteraria italiana ci siano due o tre generi era una questione che sarebbe stata molto più interessante per Pietro Bembo che per il doge di Venezia.

La decisione di Milei, invece, sembra dimostrare altro: il consolidamento del potere nel mondo moderno richiede ancora il richiamo agli elementi fondanti della Nazione, e la realizzazione di un modello economico neo-liberista, dovendo passare per le istituzioni statali, richiede ancora che quel tanto vituperato Stato mantenga il consenso per garantire la libertà economica dei privati.

Alla luce di quanto detto ci sarebbe da domandarsi provocatoriamente: si può superare lo Stato, svuotarlo di funzioni, smantellarlo e darlo in pasto agli imprenditori privati attraverso una retorica nazionalista, che, al contrario, assegna allo Stato funzioni e potere sui cittadini?