Siamo veramente sicuri che la religione non ricopra più alcun ruolo all’interno della società? Affrontare tale tematica non significa fare un passo indietro, verso il tradizionalismo post-moderno, ma cercare di sondare le profondità nelle quali il concetto di religione si trova e si rinnova.
Il nuovo vuoto del trascendente
Gli abitanti della post-modernità sentono spesso e volentieri l’eco nietzschiana relativa alla morte di Dio, ma cosa si intende per essa? Questa morte non indica semplicisticamente il non essere più di Dio, ma la fine di tutta la tradizione metafisico-occidentale e del corrispettivo apparato trascendente.
Il soprasensibile, o meglio il non-sensibile, a partire dalla tradizione illuministica di metà ‘700 e fino a quella nichilistica del filosofo prussiano, diviene un prodotto inconsistente del sensibile. Si verificano, in tal modo, deposizione, destituzione e degradazione del soprasensibile, le quali culminano non in una determinazione di ciò che viene a costituirsi, bensì nel più profondo insensato – ove, per tale concetto non si intende ciò che non ha senso, ma ciò che è privo di senso (Sinnlosen).
L’omicidio mancato
La riflessione di Nietzsche consistente nella distruzione del divino non è altro che un ribaltamento della metafisica, il quale non culmina in un’anti-metafisica – per tale concetto si intende un rigetto ed un allontanamento radicale da essa, ma in una non-metafisica che conserva, tuttavia, le sue proprietà: la presenza di un Positivo e di una Sua negazione.
Detto altrimenti, se l’intento del filosofo di Röcken era quello di distruggere l’architettura della tradizione occidentale e del Divino, egli ha fallito, poiché altro non ha fatto che destrutturarla. La dissoluzione portata dal pensatore avanti non termina, dunque, in una negazione assoluta delle cose, ma in una loro affermazione in una nuova forma.
Rincorsa nella tradizione e salto nel futuro di Nietzsche
La morte della divinità è annunciata da molte personalità. Tra questi Nietzsche, che nella Nascita della tragedia (1870) scrive
Io credo alla parola protogermanica: alle Götter müssen sterben
(tutti gli dei devono morire)
Allo stesso modo, il giovane Hegel alla fine del saggio di Fede e sapere (1802) parla del «sentimento su cui riposa la religione della nuova epoca – il sentimento: Gott selbst ist tot (Dio stesso è morto)». È possibile quindi osservare che la morte di Dio non è una novità nietzscheana, ma un’eco risuonante nel mondo contemporaneo.
Nelle parole di Nietzsche appena citate si osserva un contromovimento a-metafisico, il quale altro non è, per citare Heidegger, se non «l’irretimento senza scampo entro la metafisica stessa»1. Affermare che Dio è morto significa quindi che il Nulla, tanto infinito quanto era l’infinita pienezza del Tutto soprasensibile, va espandendosi nel mondo.
Sostenere la morte della Divinità comporta anche lo svuotarsi di significato del magistero della Chiesa, al posto del quale subentrano le autorità della coscienza e della ragione. La cura del culto religioso viene in tal modo rimpiazzata dall’entusiasmo per le creazioni di una cultura o per la diffusione della civiltà. La creatività diviene il segno distintivo dell’agire umano che elude l’escathon per tra-passare nell’affare.
La morte di Dio come Sua trasfigurazione
La morte di Dio non termina, quindi, nella semplice professione della sua morte, ma in uno svuotarsi di qualcosa in modo da poter ergere qualcos’altro. Detto altrimenti, seppure Dio è svanito dal Suo trono, il posto resta sempre, benché vacante. Il posto vuoto pretende inoltre di essere rioccupato: questo è il momento in cui si ergono nuovi ideali e nuove religioni. La trasvalutazione di tutti i valori culmina, quindi, nella creazione di altri valori e di nuove forme di religioni, o meglio ‘religiosità’, che hanno nella coscienza la loro sorgente.
Cosa si intende, però, per religione? Essa non indica il credere-in qualcosa – questa è una delle virtù teologali, ma è semplicemente un dare una forma razionale al sentimento (Stimmung), ossia dare a Dio il culto che gli è dovuto; dunque, procede dall’uomo verso Dio.
La fede è, invece, un essere avvinto, che vince ed avvince senza convincere. L’effetto della filosofia di Nietzsche non è stato, dunque, quello della distruzione della religione, ma semplicemente una negazione della fede mediante la fede stessa. Tale tentativo ha avuto un risuono metafisico significativo, ma a livello logico è contraddittorio, poiché ha negato A partendo da A ed utilizzando gli strumenti che A mette a disposizione a chi pensa.
Ciò che scaturisce in parte dalla riflessione nietzscheana è che il pensatore non ha distrutto la religione in sé, ma una certa visione della stessa. Detto altrimenti, il Positum cristiano è intatto, e con tale critica vive ancor più pienamente e con ancor più forza. Esso è infatti paragonabile al fuoco: per continuare a vivere ha bisogno di ossigeno e quando esso si esaurisce, la fiamma, a sua volta, si riduce; quando però il rogo si trova en plaine aire divampa e non si esaurisce. Nietzsche ha avuto per la fede e la cristianità il medesimo effetto del “nuovo” ossigeno per il fuoco.
È quindi possibile parlare di un pensiero del religioso? Certo ed ora mai come prima! Il nichilismo non è infatti la dottrina della morte delle cose, ma è il fondamento di un nuovo filosofare, il quale è definibile come fenomenologia dell’urto. Essa non indica solamente la finitezza del soggetto pensante, ma soprattutto la presenza di un’eccedenza sostanzializzabile e traboccante di significato, il Deus quatenus adventurus2, ossia escatologico.
Bibliografia
[1] F. Nietzsche, La nascita della tragedia.
[2] G. W. F. Hegel, Fede e sapere.
[3] M. Heidegger, Contributi alla filosofia: dall’Evento, L’ultimo Dio.
[4] M. Heidegger, Sentieri interrotti, Dio è morto di Nietzsche.
