“Jeanne Dielman, 23, quai du commerce, 1080 Bruxelles” è un film del 1975 diretto da Chantal Akerman. Soggetta ad un’attenzione critica crescente negli ultimi anni, nel 2022 quest’opera si è posizionata al primo posto nella lista dei “100 migliori film di tutti i tempi” redatta da Sight and Sound. Per coloro che sono riusciti ad affrontare tre ore e mezza di statica e monotona agonia, il film ha rappresentato un’esperienza significativa, che ha gettato luce e dignità sull’esistenza della donna nella società contemporanea.
Il cinema secondo Laura Mulvey
Nel 1975, stesso anno dell’uscita di Jeanne Dielman, viene pubblicato un saggio cardinale, considerato fondativo della Feminist Film Theory. Si tratta di Visual Pleasure and Narrative Cinema di Laura Mulvey. L’autrice mette in radicale discussione il modo in cui il cinema classico racconta i sessi, soffermandosi in particolare sull’idea di sguardo. Nel film tradizionale — Mulvey fa esplicito riferimento ad alcuni film di Hitchcock come Vertigo (1958) o Rear Window (1954) e ad altri di Sternberg come Morocco (1930) — è l’uomo ad essere detentore dello sguardo. Egli ne possiede la forza e lo orienta a suo piacimento sul corpo femminile oggettificato. È uno sguardo scopofilo, che si compiace dell’azione stessa dell’osservare e si connota spesso di tratti narcisistici. L’uomo si specchia idealmente nel protagonista maschile e, attraverso di lui, assoggetta la donna al proprio dominio, dando sfogo alle sue fantasie1.
Il cinema si presenta allora come una macchina che alimenta l’immaginazione maschile e avalla i rapporti di potere esistenti. L’efficacia del mezzo cinematografico è data dalla sua capacità di agire a livello ipodermico, inconscio. La sfida per Mulvey è proprio affrontare «the unconscious structured like a language (formed critically at the moment of arrival of language) while still caught within the language of the patriarchy»2.
Una forma di dominio invisibile
Semplificando, il cinema, secondo Mulvey, presenta come “naturali” relazioni e situazioni che rispecchiano un sistema di potere patriarcale e maschilista e questo, inevitabilmente, contribuisce alla costruzione del reale stesso, della vita quotidiana. La società si nutre dell’immaginario e gli individui modificano i propri comportamenti anche in base a ciò di cui fruiscono ogni giorno. Non si tratta infatti dell’effetto di una singola opera, ma piuttosto di un meticoloso «lavoro di inculcazione e di incorporazione». D’altronde, è necessario un
Immenso lavoro preliminare […] per operare una trasformazione durevole dei corpi e produrre le disposizioni permanenti che essa scatena e risveglia; azione trasformatrice tanto più potente in quanto si esercita, essenzialmente, in modo invisibile e insidioso, attraverso la familiarizzazione insensibile con un mondo fisico simbolicamente strutturato e un’esperienza precoce e prolungata di interazioni abitate dalle strutture di dominio.3
In questo modo, viene legittimata l’ideologia dominante, con il rischio sempre più urgente che essa possa diventare egemonica, soffocando una visione femminista dell’esistenza.
Secondo Pierre Bourdieu, la dominazione maschile agisce a molteplici livelli e ha la caratteristica di esercitarsi sui corpi «come per magia, in assenza di ogni costrizione fisica»4. L’influenza del cinema nel consolidamento di un immaginario è smisurata, ma altrettanto vasto è il suo potere nello stravolgerlo.
Jeanne Dielman e la rivoluzione dello sguardo
Jeanne Dielman è considerato da molti un “capolavoro cinematografico femminista”5. L’opera di Chantal Akerman altera la prospettiva tradizionale e dà valore a uno sguardo prettamente femminile e femminista. Come sottolinea Mulvey, il film si caratterizza per un’«unwavering and completely luminous adherence to a female perspective (not via the character herself, but embedded in the film itself)»6. Finalmente, la donna non è soltanto oggetto della visione (“to-be-looked-at-ness”), ma diventa soggetto, detentrice dello sguardo (“bearer of the look”). La prospettiva di Akerman è spietata e illumina con assoluta chiarezza proprio quell’aspetto della vita femminile che il cinema tradizionale ha sempre tralasciato: ciò che avviene all’interno delle mura domestiche, quando la donna è affaccendata dentro casa, costretta alle solite monotone, ripetitive e strazianti mansioni.
Il film indulge nel raccontare, con una cura formale estremamente accurata, le azioni, o meglio le non-azioni, che contraddistinguono l’esistenza della protagonista. La matassa della sua vita si dipana ineluttabilmente, lasciando emergere il nucleo originale traumatico e incandescente. L’accumulazione di violenza e soprusi non potrà che sfociare in un estremo atto sanguinoso nel finale del film. Eppure, anche l’uccisione di uno degli uomini che la costringono alla sottomissione, non dona alla protagonista liberazione, anzi, ciò sembra spingerla ancora di più nel baratro dell’alienazione. La violenza subita è troppo grande affinché un solo atto possa sciogliere le sue catene: è necessaria un’azione collettiva.
Jeanne Dielman scaglia una pietra contro l’ideologia patriarcale, mostrando come il cinema possa essere uno strumento di emancipazione e non soltanto di oppressione. Il film dimostra l’inumanità a cui è sottoposta una donna comune e, in questo modo, rende visibile la sua esperienza e legittima il suo dolore. Le menzogne dell’ideologia patriarcale insistono perfino nel negare la sofferenza femminile e l’esistenza stessa di una dominazione sistemica7. Il primo passo è quindi necessariamente il portare alla luce tutto il dolore che viene nascosto e negato.
Conclusioni. C’è ancora domani?
Molte voci si sono unite al grido di Chantal Akerman. La frattura nella percezione tradizionale, a partire dagli anni settanta, si è andata espandendo, con il risultato che anche opere rivolte ad un ampio pubblico possano essere latrici di visioni femministe. Basti pensare a film come C’è ancora domani?, Poor Things o Barbie.
In particolare, in Italia, gli effetti del film C’è ancora domani? sono stati capillari ed estremamente impattanti sulla percezione pubblica del tema, per quanto i femminicidi non accennino a diminuire8. Memorabile, per esempio, la presenza di frasi e immagini tratte dal film durante la manifestazione del 25 novembre o, solo per citarne uno, il post Instagram pubblicato dall’associazione Differenza Donna il 19 febbraio 20249, che riporta l’immagine di una torta preparata per il compleanno di un’operatrice di un centro antiviolenza. Sulla torta c’è scritto «“Te però sei in tempo” / “Pure te ma”. / C’è ancora domani», il che dimostra come anche un film possa essere di sostegno alle pratiche quotidiane di lotta alla violenza di genere.

Bibliografia e sitografia
- Bourdieu P., Il dominio maschile, Feltrinelli, Milano 2021.
- Canepa C., La verità sul numero dei femminicidi in Italia, in Pagella Politica, 21 novembre 2023. https://pagellapolitica.it/articoli/numero-femminicidi-italia-europa (03/24).
- Cazzullo A., Vannacci: «In Costa d’Avorio ho pensato: ci mangiano. Mengoni in gonna a Sanremo era ridicolo. I gay? Condizionati dalla società», in Corriere della Sera, 1 marzo 2024. https://www.corriere.it/cronache/24_marzo_01/vannacci-intervista-69ccc14e-d742-11ee-975a-6160745d9362.shtml (03/24).
- Differenza Donna [@differenzadonna], Instagram, 19 febbraio 2024. https://www.instagram.com/p/C3ivi5usk6w/ (03/24).
- Mulvey L., Visual Pleasure and Narrative Cinema, in Film Theory and Criticism: Introductory Readings, a cura di Leo Braudy e Marshall Cohen, Oxford UP, New York 1999, pp. 833-44.
- Mulvey L., A Neon Sign, A Soup Tureen: The Jeanne Dielman Universe, in Film Quarterly , Vol. 70, No. 1 (Fall 2016), pp. 25-31.
- Mulvey L., The greatest film of all time: Jeanne Dielman, 23 quai du Commerce, 1080 Bruxelles, in Sight and Sound, 1 dicembre 2022. https://www.bfi.org.uk/sight-and-sound/features/greatest-film-all-time-jeanne-dielman-23-quai-du-commerce-1080-bruxelles (03/24).
Note
- Cfr. L. Mulvey, Visual Pleasure and Narrative Cinema, in Film Theory and Criticism: Introductory Readings, a cura di Leo Braudy e Marshall Cohen, Oxford UP, New York 1999, pp. 833-44. ↩︎
- Ivi, p. 834. ↩︎
- P. Bourdieu, Il dominio maschile, Feltrinelli, Milano 2021, p. 49. ↩︎
- Ivi, p. 48. ↩︎
- Tra i primi film femministi va sicuramente ricordato La Souriante Madame Beudet (1923), nel quale una donna, imprigionata tra le mura domestiche, cerca di evadere disperatamente. Il marito, in questo film, diventa una vera e propria figura demoniaca. ↩︎
- L. Mulvey, A Neon Sign, A Soup Tureen: The Jeanne Dielman Universe, in Film Quarterly , Vol. 70, No. 1 (Fall 2016), p. 25. ↩︎
- Si vedano, ad esempio, le dichiarazioni di Roberto Vannacci al Corriere della Sera. In particolare, alla domanda «Almeno è contro il patriarcato?» Vannacci risponde: «Ma dove lo vede in Italia questo patriarcato? Sarà che vengo da una famiglia matriarcale: le decisioni importanti le ha sempre prese mia madre. Mi manca moltissimo: il libro è dedicato a lei» (A. Cazzullo, Vannacci: «In Costa d’Avorio ho pensato: ci mangiano. Mengoni in gonna a Sanremo era ridicolo. I gay? Condizionati dalla società», in Corriere della Sera, 1 marzo 2024. https://www.corriere.it/cronache/24_marzo_01/vannacci-intervista-69ccc14e-d742-11ee-975a-6160745d9362.shtml (03/24)). ↩︎
- C. Canepa, La verità sul numero dei femminicidi in Italia, in Pagella Politica, 21 novembre 2023. https://pagellapolitica.it/articoli/numero-femminicidi-italia-europa (03/24). ↩︎
- Il post è consultabile qui: https://www.instagram.com/p/C3ivi5usk6w/ (03/24). ↩︎