Parlamento, giustizia o forze dell’ordine: di chi si fidano di più gli italiani? Quando e dove si fidano maggiormente di uno o dell’altro? Proviamo a capirlo e a fare qualche ipotesi sui “perché” dei dati raccolti, analizzando le tendenza nelle variazioni della fiducia verso le istituzioni italiane, dal 2012 al 2022.
Uno sguardo ai numeri
La fiducia nelle istituzioni è la base di un rapporto sano tra la cittadinanza – intesa come insieme di soggetti dotati di diritti politici e possibilità d’intervento decisionale – e le sedi della rappresentanza e delle garanzie costituzionali.
I dati presentati all’inizio cercano di evidenziare le tendenze che hanno caratterizzato l’andamento della fiducia nei confronti di tre espressioni istituzionali del potere pubblico in Italia: il Parlamento, il sistema giudiziario e – in un unico indicatore – le forze dell’ordine e il Corpo dei vigili del fuoco. Mentre può sembrare abbastanza scontato l’indicatore che riceve maggiore fiducia, meno banali sono invece le tendenze e le caratteristiche che emergono dall’analisi comparata dei dati.
I tre indicatori e le cifre espresse provengono dal Progetto sul Benessere equo e sostenibile (BES) dell’Istituto nazionale di statistica, che a sua volta li riprende dall’Indagine sugli aspetti della vita quotidiana (AVQ) dello stesso ISTAT.
Seguiranno ora tre grafici d’andamento che riportano il livello di fiducia a) in serie storica dal 2012 al 2022 – cioè il periodo più recente per cui sono disponibili per la comparazione – e b) su base sovraregionale, in modo da non appesantire troppo la visione e rendere meno caotica la ricerca di correlazioni e rapporti di causa-effetto. I dati sono raccolti e pubblicati su base annuale, nei primi mesi di ogni anno, nel sesto dominio BES, Politica e istituzioni.
La visione per grafici d’andamento e macroaree, per quanto comoda e relativamente semplice, presenta il problema non indifferente di livellare (talvolta eccessivamente) il particolarismo più locale. Emergono infatti differenze non del tutto trascurabili tra singoli membri: ad esempio, Sicilia e Sardegna in macroarea Isole, Emilia-Romagna e Veneto in Nord-est, o persino tra le due province autonome del Trentino-Alto Adige.
Perciò, di seguito sono presentati tre istogrammi che tenteranno di aggiungere pennellate all’affresco finora abbozzato. Ancora una volta, gli indicatori sono sulla fiducia 1) nel Parlamento, 2) nel sistema giudiziario e 3) in forze dell’ordine e Corpo dei vigili del fuoco. Sono stati scelti come esempi cronologici gli anni 2013 e 2022 in quanto rappresentano le date in cui si sono svolte le prime e le ultime elezioni politiche in Italia nell’arco di tempo considerato.
I dati, raccolti nella medesima modalità dei precedenti, sono incasellati su base regionale – o, nel caso specifico del Trentino-Alto Adige, provinciale. La classifica che si viene a formare è discendente dalla Regione con più fiducia a quella con meno fiducia nell’anno 2022. La scelta di quest’anno rispetto al 2013 è dovuta al fatto che – come si vedrà – in ogni caso il valore del 2022 è pari o superiore a quello del 2013.
Il primo aspetto che risulta, comune a tutti gli indicatori, è la relativamente piccola variazione nella fiducia. Il secondo è il fatto che uno degli indicatori sia avvantaggiato – e per nulla di poco – dal suo essere un aggregato tra due dati sostanzialmente differenti: come evidenziano il Rapporto BES 2013 e quello 2022, la fiducia nazionale verso le forze dell’ordine (6,5 nel 2013 e 6,8 nel 2022) risulta innalzata nel dato aggregato da quella verso i vigili del fuoco (8,1 in entrambi gli anni). Purtroppo non sono presenti dati disaggregati nel Rapporto (se non le cifre indicate), ma bisognerà non dimenticare mai questo non indifferente fossato.
I tre indicatori, se vogliamo, corrispondono grossomodo alle competenze dello Stato europeo moderno così come descritto – con tutti gli anacronismi e i limiti del caso – da Montesquieu. Il Parlamento della Repubblica come emblema supremo del potere legislativo; il sistema giudiziario come apparato del potere omonimo; FFOO e VVFF come personificazioni ultime del potere esecutivo.
Una precisazione doverosa riguarda la differenza tra fiducia e consenso. Quest’ultimo non è sinonimo dell’altra e non verrà perciò impiegato nell’analisi. Il consenso è legato alla sfera della rappresentanza e della rappresentatività della cittadinanza intera nelle sedi istituzionali, perciò è un concetto posteriore alla visione moderna dello Stato – sostanzialmente successivo a Montesquieu – e inoltre è rilevabile con metodi differenti da quelli del punteggio di fiducia qui usato dall’ISTAT.
La variazione della fiducia nel corso degli anni
È opinione corrente e comune che il Mezzogiorno d’Italia sia per eccellenza il luogo simbolo della trascuratezza delle istituzioni centrali dello Stato. Il clientelismo e i baronati politici sono più visibili, i procedimenti (soprattutto civili) presentano una durata vistosamente maggiore di quelli in altre Regioni, c’è meno fiducia verso le amministrazioni locali d’ogni livello.
Una vita da Cetto La Qualunque è l’allegoria perfetta per l’immaginario popolare. Perciò sarà tanto più sorprendente vedere come diversi dati siano controintuitivi. Forse aiuteranno a ripulire la nostra autopercezione dalla mano di vernice verde ormai secolare.

Un altro luogo comune che non trova riscontro tra i dati – anzi, è ben ribaltato – riguarda l’antifona secondo cui è in continuo calo la fiducia verso le istituzioni repubblicane. Questa percezione, atavica nel senso comune della Penisola, rappresenta un grave rischio per la tenuta democratica e per il livello di partecipazione civica: eppure non risulta nell’indagine.
Come una profezia che si autoavvera, peggiorano le percentuali di elettori che si recano alle urne e la magistratura continua ad essere attaccata, ma allo stesso tempo le strutture fondamentali dello Stato vedono accadere il contrario.
Un aumento generalizzato della fiducia verso tutte le istituzioni considerate è la tendenza che meglio traspare dai grafici d’andamento. Prima di passare alla disamina delle caratteristiche di singole macroaree, è bene considerare la curva ascendente che le accomuna.
Per quanto riguarda la fiducia nel Parlamento, è ben visibile una crescita della fiducia in ogni macroarea a partire dal 2018, dopo un predente periodo prolungato di stagnazione. La crescita è invariabilmente di un punto/un punto e mezzo; non la scalfisce nemmeno il triennio di nuova stagnazione iniziato nel 2020.
I valori rimangono comunque relativamente bassi, con un punteggio tra 3 e 5 lungo tutto il decennio. Di poco più alti sono quelli che riguardano il sistema giudiziario, ma su questo fronte sono anche meno vistosi i cambiamenti. Comunque, dopo una certa tendenza discendente tra il 2013 ed il 2017, entro il 2022 la fiducia nel terzo potere è salita ad un grado superiore ovunque rispetto a dieci anni prima.
Meno lineare l’andamento di FFOO e VVFF: se il risultato finale è sempre la crescita, è da notare che a) i valori si registrano tutti entro la fascia 6,7-7,7 e b) i picchi si registrano maggiormente nel 2020-2021, gli anni del lockdown, dopo che gli anni tra il 2013 e il 2017/2018 hanno mostrato una decrescita per tutte le macroaree.

Leggi anche: Il referendum sulla cittadinanza: tutto quello che c’è da sapere
In definitiva, si può dire che gli anni della trasformazione della Seconda Repubblica da un sistema formalmente bipolare ad un mosaico confusionario e caotico hanno anche mostrato la rigenerazione della Fenice Italia – almeno sul lato della fiducia civile.
La XVII legislatura (2013-2018) ha chiuso i conti con la logica dell’alternanza tra centrosinistra e centrodestra in almeno due modi: da una parte i cambiamenti interni allo schieramento di destra (crisi di Forza Italia e cambio di pelle nella Lega Nord da secessionista a nazionalista), dall’altra l’avanzare sostenuto di una forza – il MoVimento 5 stelle – esplicitamente esterno ai due poli ufficiali.
È senz’altro con la XVIII legislatura (2018-2022) che il senso di cambiamento nell’opinione pubblica fa capolino in modo sostenuto. Attenzione: non è questa la sede per fare una valutazione effettiva dell’operato delle istituzioni, né è da tralasciare il calo di aventi diritto alle urne; tuttavia, ignorare la tendenza al rialzo sarebbe davvero una follia antiscientifica.
Tanto più perché questi anni coincidono con uno degli eventi maggiori del secolo: la pandemia da Covid-19. È allora da notare che la fiducia non solo non cala, ma talvolta persino aumenta, anche in questi anni sostanzialmente duri per la corazza democratica della Repubblica. Confrontando questo dato con le cifre degli altri anni di grossi eventi storici (crisi dell’Euro nel 2011-2013, crisi migratoria del 2015-2017), e tenendo conto che il decennio considerato è pur sempre figlio della Grande crisi del 2008, non si può che rimanere sostanzialmente ottimisti sullo stato di cose e sulla possibilità di incidere nel cambiamento.
La lezione che si può trarre da questa analisi temporale è senza ombra di dubbio positiva: nonostante il periodo di fatto ambiguo e grigio per la qualità di vita e le aspettative, il catastrofismo non trova spazio, i profeti dell’Apocalisse ancora meno e il qualunquismo dell’indifferenza perde le sue basi empiriche.
I dati ci dicono che non è per nulla impossibile instillare la speranza – e persino la fattibilità – di un miglioramento delle strutture statali, e la cittadinanza non è né inerte né abbandonata al margine estremo dell’inazione sociale.
Ciò non significa certamente che tutto va bene e così continuerà ad andare: un atteggiamento propositivo non è sinonimo di positivismo. Se la Storia si muove per contraddizioni, sicuramente il terreno fertile per avanzare non manca.
L’indagine territoriale e le sue anomalie
L’analisi temporale ci ha portato in dono una fondata speranza, condivisa da ampi strati della società italiana – forse anche a loro insaputa. Ora la prospettiva cambia, passando dal dinamismo storico alle fotografie dello stato di fatto su base territoriale. È qui che troviamo altre informazioni molto interessanti e feconde. Prima verrà svolta l’analisi, successivamente si proveranno a dare delle spiegazioni a ciò che ne verrà fuori.
Innanzitutto, dai grafici d’andamento risulta che nelle macroaree in cui la fiducia in Parlamento e sistema giudiziario è più alta, tendenzialmente e generalmente – attenzione a questi due ultimi attributi – più bassa è quella in FFOO e VVFF. Essendo il dato su questi ultimi quasi un valore invariante, una sorta di effetto moltiplicatore sulle FFOO, lo si potrà tenere implicito quando si giungerà alle ipotesi di spiegazione, considerando solo le FFOO.
Come accennato, grossomodo dove è maggiore la fiducia dei primi due indicatori, è minore la fiducia del terzo. Questa relazione inversa è valida per tutte le macroaree italiane, pur con notevoli differenze che dopo vedremo. Fanno eccezione le due isole maggiori, ma qui bisogna fare delle distinzioni: la Sicilia presenta valori relativamente alti su tutti gli indicatori, mentre la Sardegna relativamente bassi. Questa specularità è più visibile dalla divisione per Regioni, e verrà affrontata successivamente.
Il Sud è dunque la locomotiva d’Italia sulla fiducia verso Parlamento e sistema giudiziario. Elevati sono in particolare i valori in Campania, Puglia e Abruzzo sul primo indicatore, e Campania, Calabria e Basilicata sul secondo. Il Centro è più frastagliato, con un Lazio molto fiducioso, la Toscana poco al di sotto e il resto è nella media nazionale; in effetti, le linee del Centro e dell’Italia intera vanno spesso a braccetto in tutti e tre i grafici.

Nord-ovest e Nord-est sono invece i gemelli diversi: il primo è quasi sempre più fiducioso del secondo, ma con un’eccezione rilevante, cioè l’Emilia-Romagna, con valori ovunque alti; anche la Provincia autonoma di Bolzano supera, pur di poco, la sua gemella tridentina.
In somma, il Parlamento gode di maggior fiducia nel Mezzogiorno e parzialmente al Centro, mentre le maggiori Regioni del Nord (e la Valle d’Aosta) sono vistosamente più sospettose; la Sicilia si accoda al Sud, offrendo ampia fiducia, al contrario la Sardegna guarda notevolmente con diffidenza.
Il terzo indicatore è la figura opposta. Ricordiamo le eccezioni: Emilia-Romagna, Liguria e parzialmente Lazio sono Regioni fiduciose anche per le FFOO (assieme alla Provincia di Bolzano), e la Valle d’Aosta è anche qui diffidente; in tutti questi casi la proporzione inversa non funziona. Essa si vede in grande stile nel quartetto Campania-Basilicata-Calabria-Puglia, in Umbria, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Provincia autonoma di Trento e Lombardia; si può rintracciare inoltre in Toscana, Marche, Piemonte, Abruzzo e Molise – ma in maniera meno accentuata. Per le Isole vale la stessa analisi dei precedenti indicatori.
Come mai questi dati? La relazione viene rispettata in Regioni importanti da tutti i punti di vista – storico, demografico, economico. Ma le eccezioni di Lazio, Liguria ed Emilia-Romagna ci suggeriscono anche una caratteristica fondamentale della relazione: essa è una tendenza e non una legge, una possibilità e non una necessità. Serve quindi riuscire a trovare la formula magica e sbrogliare questo nodo di Gordio.
Tentiamo ora alcune ipotesi di spiegazione della tendenza per le Regioni continentali, riservando una sede a parte per le Isole.
L’ipotesi economicista
Le Regioni più facoltose del Nord sono più propense ad una sorta di secessione dei ricchi, con le misure poliziesche a protezione della proprietà privata e i centri decisionali relegati a compiti di Stato minimo. Il Centro si adegua in parte a questa concezione, essendo anche economicamente a metà strada tra i due poli opposti. Il Sud, più povero, rimane invece legato maggiormente a politiche d’intervento pubblico, con la giustizia vista come sostegno sociale e non come accompagnatrice del diritto proprietario. Perciò, i corpi delegati al mantenimento dell’ordine sono osservati con diffidenza, legati alla protezione di chi già possiede e al ripetersi dei privilegi.
L’ipotesi storicista
Il Centro e ancor di più il Nord sono stati la patria europea dell’indipendenza comunale, prima, e delle signorie moderne, poi. Negli stessi secoli, e in realtà già dall’Alto Medioevo, il Sud ha rappresentato l’esempio opposto: una monarchia centralizzata e feudi locali molto forti ma che sostanzialmente scimmiottavano l’esempio del re, oppure ne erano succubi. Che siano stati bizantini, normanni, imperatori germanici, francesi o iberici, i dominatori del Sud hanno improntato le fondamenta dello Stato moderno quando invece il resto della Penisola contava al massimo qualche Stato regionale – e solo dal XV-XVI secolo in poi.
Potrebbe fare eccezione la Serenissima, ma in realtà proprio il carattere indipendentista veneto può aver forgiato con maggior forza l’attuale spirito autonomista sin dai tempi remoti. Inoltre, la lotta contro il fenomeno mafioso può essere anche vista come una crociata delle autorità statali contro forme postfeudali di poteri localistici: in tal modo, la magistratura è elevata di prestigio e le sedi politiche vengono viste come una possibilità di miglioramento ancor prima che un ostacolo alla proprietà.
L’ipotesi sociopolitica
Lombardia e Veneto sono senza dubbio la patria della Lega Nord e il sostegno che questo partito – e soprattutto la sua retorica, a prescindere dalle elezioni – riceve lì rappresenta un’eccezione in tutta Italia. Un movimento autonomista se non proprio secessionista è assente nel Centro (le rivalità campanilistiche in Umbria e Toscana sono ormai relegate a folklore e ad agoni sportivi), mentre le piccole spinte anticentralistiche al Sud o non riescono a raggiungere il minimo di rilevanza – come la Lega Sud e i gruppi neoborbonici – oppure usano il potere centrale come leva per portare avanti le proprie istanze – è il caso del Movimento Regione Salento e della demagogia di alcuni presidenti regionali.
Naturalmente in tutti i casi queste élite politiche ottengono scarsi risultati, più spesso solo sul piano elettorale: è però centrale l’impatto che hanno sulla cittadinanza, creando un modello mentale e una narrazione condivisa duri a morire. Non serve neanche menzionare, poi, il secessionismo antitaliano in Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige.
Queste tre ipotesi non si escludono a vicenda, anzi si integrano e rafforzano l’un l’altra. Ad esempio, la Lega (ipotesi 3) gode di ampi consensi in alcune delle Regioni più produttive d’Italia (ipotesi 1) ma per legittimarsi e costruirsi ufficialmente si rifà in modo grossolano a mitiche figure delle lotte tra i Comuni basso-medioevali e il Sacro Romano Impero (ipotesi 2).
Ora tentiamo di vedere come giustificare queste ipotesi alla luce delle eccezioni maggiori, per passare infine ad analizzare il comportamento delle Isole.
a) Il Lazio è forse l’eccezione più facilmente spiegabile, essendo un punto di mediana tra tutte le caratteristiche viste in precedenza. La presenza della capitale Roma, la visibile eredità imperiale e il ruolo svolto dal Patrimonio di san Pietro/Stato della Chiesa hanno fatto sì che questo territorio diventasse un modello in tutta Europa per la compattezza gerarchica, l’integrazione culturale popolo-governo e la centralizzazione dell’autorità. La zona subisce l’influsso economico positivo dell’Urbe e perciò, nonostante livelli produttivi non eccezionali, evita sia forme di baronati, come al Sud, che di diffidenza verso lo Stato assistenziale, come al Nord.
b) Per la Liguria è meno lineare la spiegazione. Da un lato il rispetto per il governo è un’eredità tanto dell’antica Repubblica di Genova, con le sue vestigia di potere finanziario e commerciale che l’hanno inserita prematuramente tra gli Stati moderni, quanto del dominio dei Savoia dal XVII secolo in poi, dinastia notevolmente accentratrice. Le legge, insomma, accompagna in ogni momento i capitali e non è un mostro da tenere a bada. A riprova di questa evoluzione, la Lega qui (come nel Piemonte) è più un fenomeno secondario rispetto alla destra moderata e mercantilista.
c) L’Emilia-Romagna è l’eccezione alla regola tra le grandi Regioni del Nord. La sua alta produttività è storicamente successiva a quella del Triangolo industriale, rimanendo zona prevalentemente legata ai lavori del settore primario. A ciò sia aggiunge una fortissima penetrazione delle ideologie di matrice socialista, comunista e democratica, persino anarchica, le quali hanno quasi del tutto attenuato il fenomeno della suddetta secessione dei ricchi, cementificandosi in un sentimento di maggior collettivismo sociale che nel resto del Nord.
Tuttavia, l’alto tasso di fiducia nelle FFOO è anche sintomo di una decadenza di questo sentimento; più che verso l’iperindividualismo proprietario esso è sfociato in una sorta di ghettizzazione securitaria di gruppi sociali di differente origine etnica, la cui integrazione è spesso mal gestita o del tutto inesistente. L’Emilia-Romagna come Regione rossa per eccellenza è un ricordo, ma l’attenzione al mondo politico e la speranza nella giustizia non sono dei simulacri vuoti.
Le Isole
La Sicilia, come già detto prima, presenta valori alti di fiducia per tutti gli indicatori: essi sono molto simili alla media nazionale per Parlamento e FFOO, mentre sono superiori nel caso del sistema giudiziario. Per quanto riguarda il primo indicatore, è da constatare che a) Palermo è sede del più antico parlamento d’Europa (assieme all’Inghilterra e al Friuli; ma l’assemblea rappresentativa di quest’ultima non ha avuto la stessa durata delle altre) e b) l’impronta secolare lasciata dai governi regionali, emanazione o meno di imperi e regni lontani, è stata forse sufficiente a depotenziare i localismi feudali.
Si può giustamente obiettare, però, che l’aspirazione autonomista, talvolta indipendentista, è comunque una costante sin dalle rivolte siciliane del XVII secolo, tanto da averla resa oggi una Regione a statuto speciale. I deputati della sua assemblea sono i soli, a livello regionale in Italia, a potersi definire parlamentari e non solo consiglieri. Qui bisogna azzardare un’ipotesi in parte già anticipata nella discussione sul Sud: la lotta alle mafie – e tra le mafie – è stata particolarmente dura e feroce, in alcuni casi (inizio anni Sessanta e Ottanta) ha assunto numeri e scenari da guerra. La criminalità organizzata è stata legata alle frange più impegnate del movimento indipendentista, e questo alla lunga può aver inciso sulla sconfitta di quest’ultimo: lo Stato centrale, nella visione popolare, deve aver assunto un ruolo più benevolo, se non salvifico.
Inoltre, per quanto importante sia la storia, i dati sono comunque da calare nel presente. Le manifestazioni più sanguinose delle mafie sono relativamente recenti, mentre i vecchi padrini sono rilegati in un passato andato. Semplicemente, è più facile ricordarsi dei bombaroli corleonesi e dei grandi trafficanti di droga che dei nobili gattopardeschi. In questo senso, nella memoria collettiva, si muove anche la fiducia verso il sistema giudiziario. La mitizzazione di magistrati e, in misura minore, pubblici ufficiali massacrati dalle mafie non può passare sott’occhio. Anche quando il sistema non funziona bene, l’esempio di servitori dello Stato diventati eroici servitori del popolo crea dei modelli quasi eterei, magari inconsci, a cui tendere.
Per la Sardegna vale in qualche modo il discorso opposto. Quest’isola è culturalmente di matrice italiana ma molto autonoma, mentre il potere politico è stato sempre in mani più o meno straniere. D’altronde è solo per giochi strategici tra dinastie e governi che la Sardegna è in Italia e la Corsica in Francia. Questa terra ha contribuito molto al continente, e ha ricevuto molto poco. Di conseguenza l’unico indicatore che si avvicina alla media nazionale è quello sulle FFOO; tuttavia non sembrano esserci i segni di una ossessione securitaria. Eppure, i sardi continuano a fidarsi di più delle istituzioni italiane dei valdaostani.
Giunti al termine dell’analisi territoriale, forse qualcheduna delle belle speranze si è affievolita. Conviene allora ripetere che:
- i valori nel decennio 2012-2022 sono cresciuti a prescindere dalla geografia;
- la resistenza della cittadinanza anche di fronte a eventi – criminalità, terrorismo, debolezza del tessuto sociale, pandemia e disuguaglianza – carichi di ricadute negative non si traduce automaticamente in un rigurgito antipolitico. Un mondo carico di possibilità di miglioramento è lo stesso mondo in cui troppe cose vano storte: bisogna scegliere come usarlo.
Alcune questioni irrisolte
Emergono alcune questioni rimaste senza risposta, anche al netto delle ipotesi che sono state quanto più onnicomprensive possibili. Innanzitutto: la tendenza inversa tra gli indicatori di fiducia può essere generalizzata a livello sociologico oppure rimane figlia di una serie di contesti nati dalla grande eterogeneità della Penisola? Bisognerebbe valutare almeno i dati europei, in quanto luogo d’origine dello Stato moderno come oggi lo intendiamo. Ma a questo punto si correrebbe il rischio di abbandonare particolari locali e, allo stesso tempo, sommare variabili indipendenti dall’obiettivo dell’indagine.
Ci sarebbe da chiedersi se l’influsso di nuovi grandi eventi – come la guerra in Ucraina – e il peggiorare di vecchi – crisi migratoria, disuguaglianza, personalismo politico, cambiamento climatico, instabilità globale – non offuschino i progressi, lenti ma costanti, finora compiuti. La ricerca dovrebbe essere compiuta su una serie storica molto più ampia, anche a costo di rischiare l’imprecisione di alcuni dati.
Quindi, di conseguenza, per ritornare al rapporto tra istituzioni e cittadinanza: quanto quest’ultima può influire e quanto invece subisce gli influssi? Neppure questa domanda può trovare una risposta completa e soddisfacente in questa sede. D’altronde, svelare la risposta significherebbe giungere a conoscere l’arcano, il nocciolo incandescente della sociologia stessa.
Bibliografia e sitografia
- Se volete divertirvi un po’ coi numeri del BES e rivedere i dati usati in questa ricerca, potete visitare questo sito:
https://public.tableau.com/app/profile/istat.istituto.nazionale.di.statistica/viz/BES2023/Bes2023?publish=yes - Questo è il link per il sito con i domini del BES: https://www.istat.it/statistiche-per-temi/focus/benessere-e-sostenibilita/la-misurazione-del-benessere-bes/gli-indicatori-del-bes/
Nello specifico, abbiamo usato il Rapporto BES 2013 e quello 2022, ma i dati li trovate facilmente al link del Public Tableau sopra indicato.
Contributi
- Editing: Enrico Pescarelli
- Grafici: Matteo Maci
- Impaginazione: Gianmarco Loiacono
