Il piano “T” per Gaza: colonialismo e deportazione

Immaginate che nel 2025 un immobiliarista pluricondannato proponga di acquistare un pezzo di territorio sovrano per trasformarlo in un immenso resort di proprietà d’un’altra nazione, deportandone all’occorrenza la popolazione.

Immaginate che il capo del governo dello Stato vicino, dopo aver ridotto questo territorio a una selva di rovine circondate da baraccopoli, appoggi il piano dell’immobiliarista.

Immaginate che questo capo di governo – ma non solo lui – sia indagato da un organismo internazionale per genocidio. Immaginate che l’immobiliarista sia presidente degli USA e che appoggi il capo del governo, decidendo di emarginare le istituzioni del diritto internazionale.

Immaginate che tutto questo non solo sia pensabile realisticamente, ma sia anche trattato come ipotesi concreta. E che gli unici a poter fare qualcosa di concreto nella situazione siano proprio questi loschi soggetti. Chi si oppone è un terrorista o un collaboratore di terroristi.

Avete immaginato? Bene, adesso potete cominciare l’articolo con lo spirito giusto.

La finestra su Gaza

Per «finestra di Overton» s’intende un concetto di ingegneria sociale basato sui lavori del sociologo Joseph Overton: le idee, nel senso comune, transitano in uno spettro che va da impensabili a legalizzate – passando per radicali, accettabili, sensate e diffuse, in quest’ordine. Ovviamente, questa intuizione – come tanti concetti sociologici spacciati per neutri – è subito arrivata nel campo della comunicazione politica.

Se per Overton e i suoi colleghi (studiosi in un think tank liberista) questa finestra serviva solo a fotografare l’esistente, nel linguaggio quotidiano è invece usata per mostrare come idee prima inaccettabili siano diventate normalità. Se non nell’implicito, almeno nell’esplicito.

L’ultimo capitolo della pulizia etnica della Palestina, cominciato con il contrattacco genocida israeliano nella Striscia di Gaza e ampliato in queste settimane con le feroci incursioni in Cisgiordania, ha mostrato un deciso spostamento della finestra.

Basti pensare all’Ospedale Martiri di al-Aqsa, struttura sanitaria di Gaza colpita da un attacco israeliano: inizialmente si disse che era esploso un arsenale di Hamas, per pudore. Poi ci furono altri attacchi a strutture simili: Hamas non poteva più reggere come scusa, perciò si disse che era stato un errore di mirino.

Poco tempo dopo, vennero centrati convogli di operatori sanitari, giornalisti e volontari di ONG: nessun errore di mirino, ma informazioni secondo cui persone e mezzi con la croce rossa o la scritta «PRESS» potevano essere miliziani di Hamas.

Infine, gli attacchi continuarono e persino le tendopoli di sfollati iniziarono a essere rase al suolo, assieme a cliniche, scuole, università, templi e palazzi delle Nazioni Unite. Nessun funzionario israeliano s’è più nascosto: questa era la punizione finale per i gazawi e i loro sostenitori.

La finestra di Overton era decisamente spostata: il genocidio era diventato accettabile.

Altri esempi recenti possono essere:

  • la guerra nucleare, come se un attacco nucleare localizzato o tattico nel contesto ucraino fosse un’opzione ragionevole;
  • la regressione della considerazione ufficiale della scienza, che ha portato un Kennedy no vax (che ora prova a fare abiura di sé, puntando a un seggio politico) al vertice del Dipartimento statunitense della Salute.

Restando sulla questione palestinese, la finestra di Overton ha subìto un improvviso spostamento con l’ultima visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu al nuovo presidente degli Stati Uniti.

Nuovo per modo di dire, e certamente non nuovo è il sostegno di Trump alla causa sionista, senza limiti di mezzi. Non che le precedenti amministrazioni avessero il cuore d’oro e i diritti palestinesi come albero maestro, ma – a conferma che raschiando il fondo del barile non si arriva mai ad una vera fine – Trump è riuscito superare persino il precedente governo americano. Quest’ultimo, probabilmente, ha perso la rielezione proprio a causa della questione del genocidio palestinese.

Parola di Donald (e Bibi)

«Gli Stati Uniti si impegnano a compare e controllare Gaza»; «per quanto riguarda la ricostruzione, possiamo affidarla ad altri Stati del Medio Oriente»; «[la Striscia] è un luogo distrutto, non si può vivere in quegli edifici in questo momento, sono molto insicuri»; «[Gaza] sarà la Riviera del Medio oriente, abitata da persone di tutto il mondo, anche palestinesi».

Mentre pronunciava queste parole, Netanyahu gli sedeva accanto, guardando ebbro di vittoria la stampa.

E il presidente USA, che fino a qualche ora prima aveva parlato del ritorno degli sfollati dopo la ricostruzione (le parole appena riportate), ha aggiunto in conferenza stampa parole gelide: «Gaza è un inferno, nessuno ci vuole vivere. I palestinesi adorerebbero andarsene» e i palestinesi dovrebbero andarsene «per sempre».

Netanyahu, ovviamente, non si è tirato indietro. I due hanno concordato di «garantire che Gaza non rappresenti più una minaccia per Israele […] Il presidente Trump è arrivato con una visione completamente diversa e molto migliore per Israele, un approccio rivoluzionario e creativo»

In realtà, questo incontro è l’esempio perfetto della mentalità coloniale dietro al progetto.

Altro che rivoluzionario e creativo: è l’apice dell’imperialismo, non a caso accompagnata dall’uscita di USA e Israele dal Consiglio ONU dei diritti umani e dalle continue critiche alla Corte penale internazionale. Giuristi e osservatori che fanno il proprio lavoro sono scomodi: sia tratto il dado!

Le parole di Trump, così premurose per i palestinesi, sono solo l’ennesima prova che il piano israeliano non è mai stato distruggere Hamas (altrimenti non l’avrebbero anche usata per i propri scopi in passato, o almeno avrebbero fermato l’attacco del 7 ottobre 2023), bensì facilitare la costituzione del Grande Israele, portando a termine la sottomissione delle popolazioni autoctone in Palestina e sancendo il predominio nell’area mediorientale.

Perciò Netanyahu ha segnato, tra gli obiettivi comuni, quello di «impedire all’Iran di ottenere armi nucleari, naturalmente.»

Donald Trump, nel suo discordo pietista (e pietoso), “dimentica” alcuni dettagli indimenticabili. Ad esempio, dimentica che, se Gaza è un cumulo di rovine inabitabili, è grazie al suo alleato ridacchiante sedutogli accanto.

Dimentica che migliaia e migliaia di gazawi sfollati, come un fiume umano, stanno ritornando nelle loro case o almeno in quel che rimane, ricominciando da capo, dimostrando che quella è la loro terra, nonostante decenni di attacchi e provocazioni, e nessun libro sacro o governo straniero potrà loro toglierla.

Ovviamente non “dimentica” veramente: semplicemente non gli dispiace pensare che una deportazione di massa e una colonizzazione commerciale non siamo fenomeni così criminali. E infatti gli danno fastidio quelli – dagli studenti che protestano nelle università al procuratore della CPI – che reputano atti del genere poco conformi ai diritti umani.

Anche la critica trumpiana al trattamento di Hamas degli ostaggi – paragonata al nazismo, con tanto di avvertimento prepotente alle milizie palestinesi, come se finora nulla sia accaduto – cade come castello di carte quando si confronta lo stato di salute dei prigionieri israeliani con quello dei detenuti palestinesi in Israele.

Le reazioni

Anche se ormai di nulla ci si stupisce, pure nelle dichiarazioni ufficiali, bisogna riportare le reazioni internazionali.

Hamas ha ovviamente bocciato il piano, definendolo razzista. Anche il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, lo ha scartato a priori. Così, le menti dominanti di USA e Israele sono riuscite nell’impresa di unire due fazioni politiche che si odiano a vicenda – tanto più dopo la collaborazione dell’ANP con le IDF nella repressione dei moti di Jenin di dicembre e gennaio.

Da mezza Europa sono piovute critiche; l’Italia, che ha una spina dorsale un po’ lesa, tramite Tajani, ha dichiarato di essere per la soluzione a due Stati, ma ha respinto il piano di Trump non per la sua criminalità, bensì perché non godrebbe dell’appoggio dei mediorientali.

Il che è vero (pur non essendo quello il problema): nessuno Stato vuole accollarsi milioni di deportati palestinesi. Non l’Egitto, non la Giordania, né l’Arabia Sauditaparticolarmente dura, rispetto alla normalizzazione dei rapporti con Israele degli ultimi anni. Sicuramente non apprezza il piano l’Iran, ma questa non è una sorpresa.

Persino il segretario di Stato USA, il ferreo anticomunista Marco Rubio, ha cercato di minimizzare, facendo sapere che la deportazione è solo temporanea. Ma è stato smentito in un giorno dal suo presidente.

(Curiosità su questi due personaggi della commedia dell’arte: nel 2016, da avversari nelle primarie repubblicane, Rubio attaccò Trump ricordandogli che «i palestinesi non sono un affare immobiliare». Trump vinse le primarie, e domina i repubblicani da allora, così oggi Rubio deve baciargli i piedi. Vedete che, a furia di stare proni, alla fine si hanno problemi di spina dorsale?)

Per capire, crudamente, se questo piano trumpiano è fattibile, bisogna vedere le dichiarazioni degli israeliani. E allora non resta che concluderne una cosa: non solo è fattibile, è persino auspicabile. Netanyahu, colto di sorpresa dal presidente immobiliarista, ritrova a fare pace con l’estrema destra – poco contenta della tregua.

Il ministro delle Finanze, Smotrich, è come sempre chiaro (infatti, per capire se sulla questione palestinese siete ancora in una posizione moralmente adeguata, basta pensare all’opposto di quel che dice): «Il piano presentato ieri dal presidente Trump è la vera risposta al 7 ottobre […] Ora lavoreremo per seppellire definitivamente la pericolosa idea di uno Stato palestinese.»

Persino il leader dell’opposizione, Lapid (quello-di-sinistra in Israele; poi ci sono i comunisti e i pacifisti, ma di solito fuori il parlamento), ha dichiarato che l’idea di Trump va studiata per bene. E il presidente della Knesset, del partito Likud (lo stesso di Netanyahu, quello-di-destra-moderata), è abbastanza esplicito: «Alba di una nuova era».

Infine, l’ex ministro per la Sicurezza nazionale, Ben-Gvir (quello che aveva dato il via libera agli assalti dei coloni sionisti in Cisgiordania, facendo impazzire persino i servizi israeliani), un po’ ci rimane male, dacché si era dimesso essendo contrario alla tregua e ora si trova all’opposizione; ma vuole recuperare: «Dobbiamo tornare alla guerra e distruggere!»

Comunque, quella di Trump non è un’idea nuova: è solo più esplicita. Già nel 1993, all’indomani degli Accordi di Oslo tra Yasser Arafat e Israele, la Striscia di Gaza veniva vista come un affare immobiliare. Per il New York Times, se fosse andata male sarebbe diventata una Somalia (all’epoca in piena guerra civile dopo la caduta del presidente-carabiniere Siad Barre), se fosse andata bene sarebbe diventata un Singapore.

Il vizietto coloniale di non lasciare che un popolo si autodetermini è vecchiotto. La Palestina può essere tutto, fuorché la patria dei palestinesi. Fingiamoci tutti stupiti, dai: ci vien tanto bene!

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