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L’attacco terroristico dello scorso 7 ottobre, lanciato dall’organizzazione palestinese Hamas contro alcune città del Sud di Israele, ha infiammato l’opinione pubblica mondiale. L’obiettivo è porre fine alle violazioni israeliane e lanciare un chiaro messaggio ai coloni e alle truppe di occupazione israeliane, nonché a tutti gli alleati di Israele.
Panoramica del conflitto israelo-palestinese
Gli avvenimenti di questi giorni
L’organizzazione palestinese Hamas (Movimento Islamico di Resistenza) nei giorni scorsi ha lanciato 5000 razzi e missili a partire dalla Striscia di Gaza su alcune città del Sud di Israele e infiltrato numerosi terroristi sul territorio, entrambe azioni subito rivendicate dallo stato maggiore del gruppo. Il bilancio delle vittime è di 700 morti, 2000 feriti, oltre a 100 persone rapite nel corso delle incursioni.
Tra queste ha suscitato profonda indignazione l’attacco a un rave nel deserto, in cui molti ragazzi sono rimasti uccisi nel pieno dei festeggiamenti. È festa in realtà in tutta la nazione, per via dello Shabbat e dello Simchat Torah. Così come nel 1973 quando avvenne l’attacco a sorpresa durante lo Yom Kippur da parte di Egitto e Siria.
Secondo le dichiarazioni delle forze di difesa israeliane la rappresaglia sarà durissima. Tanto che il ministro della difesa Yoav Gallant ha dichiarato che:
«Verrà ricordata per i prossimi 50 anni…Sarà un assedio totale, non contro uomini, ma animali umani.»
La risposta armata avverrà con raid a tappeto (“Operazione spade di ferro”) e attacchi via terra con blindati, carri armati, droni e ogni altro mezzo offensivo a disposizione di Israele.

I bombardamenti tra Israele e la Striscia di Gaza
Le premesse
Questo ennesimo bagno di sangue è la diretta conseguenza dei fatti del 4 luglio: lo stesso giorno un blitz israeliano ha portato al sequestro di materiale esplosivo e munizioni con 12 morti palestinesi a Jenin. Invece a Tel-Aviv un furgone lanciato sui passanti ha provocato otto feriti, il tutto durante reciproci bombardamenti. A seguito di questo ennesimo scontro (ultimo di una lunga serie), l’Autorità nazionale palestinese ha interrotto lo scambio di informazioni con il governo israeliano portando a una ulteriore escalation.
Attualmente il territorio palestinese in Cisgiordania è estremamente frammentato, organizzato in un vero e proprio arcipelago di enclavi, interrotti da insediamenti di coloni, posti di blocco e basi militari israeliani. Separata da questa porzione di territorio troviamo la Striscia di Gaza, una lingua di terra chiusa su tutti i lati da un muro e controllata persino via mare dalle navi israeliane.

Israele in Cisgiordania
La storia di Israele
Per comprendere le cause degli attuali scontri occorre fare un passo indietro e spendere qualche parola sulla storia di Israele. L’idea di uno stato ebraico nacque dalla mente di Theodor Herzl, dopo aver assistito al processo a Parigi contro l’ufficiale ebreo Alfred Dreyfus, accusato ingiustamente di alto tradimento.
Herzl pubblicò nel 1896 il volume Der Judenstaat, in cui affermava che:
«una nazione indipendente e separata può salvare gli ebrei dall’antisemitismo o una vera integrazione in Europa non avverrà mai.»
Sull’onda delle feroci persecuzioni avvenute soprattutto nell’Europa Orientale di inizio secolo, decine di migliaia di ebrei colonizzarono la Palestina. Questi si organizzarono in comunità ma rimanendo comunque in netta minoranza rispetto alla popolazione araba indigena. Le migrazioni furono incoraggiate dagli esponenti del neonato Movimento Sionista, che aveva come obiettivo dichiarato quello di fondare uno stato ebraico indipendente.

Le cose cambiarono nel 1917, in piena Prima Guerra Mondiale, quando il segretario per gli affari esteri inglese Arthur Balfour nell’omonima Dichiarazione Balfour promise a uno dei leader della Federazione Sionista, il banchiere Lionel Walter Rothschild, di costruire un “focolaio nazionale” sotto tutela inglese in cambio di appoggio (anche economico) per vincere la guerra.
Infatti fino a quel momento la Palestina era stata per secoli sotto dominio ottomano, costituendo un melting-pot: una società sicuramente cosmopolita, ma comunque a netta prevalenza araba. Dopo oltre 20 anni di mandato britannico in Palestina, a causa delle crescenti tensioni tra arabi ed israeliani, immigrati a causa delle persecuzioni naziste in Europa, l’Inghilterra restituì la Palestina alle Nazioni Unite.
L’Onu nel 1947 con la risoluzione 181 decise a maggioranza di seguire la “politica dei due Stati”. Il territorio veniva cioè diviso in due parti:
- 56% ad Israele;
- 44% ai palestinesi, in cui erano compresi Striscia di Gaza, Alture del Golan e Cisgiordania.
Gerusalemme invece venne dichiarata soggetta a giurisdizione internazionale.

I numeri sulla Striscia di Gaza
La svolta
Il 15 maggio 1948, il giorno della Dichiarazione di Indipendenza di Israele, una coalizione di stati arabi, (Egitto, Transgiordania, Siria, Libano e Iraq) sferrò un attacco a sorpresa a cui seguì la prima guerra arabo-israeliana. Questa si concluse con la vittoria di Israele che aumentò i suoi territori fino al 78% della Palestina.
Seguirono altre guerre, nel 1967 la Guerra dei sei giorni e nel 1973 la Guerra dello Yom Kippur, conclusesi entrambe con la sconfitta delle coalizioni arabe. Anche le ultime terre rimaste in mano palestinese furono occupate dai carri armati israeliani. A causa di questi fallimenti cominciarono a formarsi organizzazioni terroristiche e paramilitari con l’obiettivo di perseguire, anche in maniera violenta, le aspirazioni nazionali palestinesi.
Nel 1987 ci fu la prima svolta per via di una vasta sollevazione popolare palestinese (la prima intifada), che creò un clima di violenza tale da costringere entrambe le parti a sedersi a un tavolo. Nel 1993 si arrivò a un accordo, suggellato dalla storica stretta di mano tra i due leader Yitzhak Rabin (poi assassinato da un giovane israeliano estremista) e Yasser Arafat, con la mediazione USA.

La storica stretta di mano
Contrariamente alle aspettative, il processo di pacificazione si arenò a causa delle reciproche resistenze delle frange più estremiste di entrambe le parti. L’attuale premier israeliano, Benjamin Netanyahu, fu a capo del paese anche all’epoca e fu accusato di cercare di bloccare ogni negoziato.
Indipendentemente dalle responsabilità del fallimento delle trattative, nel 2002 avvenne la seconda intifada. Questa fu una ulteriore ondata di proteste palestinesi che si concluse con la costruzione di un vero e proprio muro presidiato dall’esercito, che chiudeva gli abitanti della Striscia su ogni lato.
Inoltre da allora Israele impone un embargo sui territori palestinesi. Ufficialmente per:
«tutelare la sicurezza di Israele e sottrarre risorse al terrorismo palestinese.»
Cosa sta succedendo oggi nella Striscia di Gaza?
Numerose organizzazioni umanitarie hanno denunciato ripetutamente le condizioni disumane in cui si trovano gli abitanti palestinesi a causa dell’embargo.
- Tra queste la Ong Oxfam, le cui parole sono riportate dal giornale Avvenire:
«A 15 anni dall’inizio del blocco israeliano su Gaza, ancora 2.1 milioni di persone vivono recluse, in quella che di fatto è una prigione a cielo aperto. Un’intera generazione di giovani palestinesi, oltre 800mila, ha trascorso l’intera vita in questa situazione, senza conoscere nient’altro.»
- Amnesty International è tra le organizzazioni più dure con le politiche israeliane:
«Il fatto che stiamo documentando da tempo lo stesso schema di uccisioni e distruzioni illegali è un atto d’accusa nei confronti della comunità internazionale, che non chiama Israele a risponderne. L’impunità di Israele per i crimini di guerra che commette a ripetizione contro i palestinesi e il suo crudele blocco illegale di Gaza, che va avanti da 16 anni, incoraggiano ulteriori violazioni dei diritti umani e rendono cronica l’ingiustizia.»
Amnesty fa riferimento in particolare alle situazioni di violenza che coinvolgono i coloni israeliani. Il governo israeliano infatti autorizza e finanzia la costruzione di nuovi insediamenti, vere e proprie colonie in territorio palestinese, considerate illegali dal diritto internazionale e dall’Onu.
I palestinesi reagiscono con attacchi terroristici, a cui seguono durissime rappresaglie israeliane con raid e bombardamenti che uccidono indiscriminatamente anche donne e bambini. La costruzione di colonie e basi militari sottrae ulteriore terra palestinese, che si è ridotta notevolmente negli anni.

Bombardamenti e dominio sui palestinesi
A causa dell’odio viscerale tra le due nazioni un compromesso appare impossibile rispetto al 1993 e il fine ultimo, in particolare dei gruppi estremisti di entrambe le parti, sembra essere l’annientamento totale dell’avversario. Seguendo la retorica della sete di vendetta e del nazionalismo fondamentalista.
Conclusioni
Come è evidente la situazione geopolitica è molto complessa e caratterizzata da una rete di alleanze che va oltre la dimensione prettamente locale del conflitto. Infatti Israele guarda a USA e NATO come suoi principali protettori, mentre i palestinesi cercano il sostegno in primis del mondo arabo, il cui capofila è l’Iran.
In secondo luogo dei nemici dell’Occidente, quali Russia e Cina. Si tratta quindi dell’ennesimo teatro di guerra in cui si scontrano i due blocchi che oggi si contendono il dominio mondiale. Difficilmente quindi si arriverà a una pace duratura, anche perché la comunità internazionale è fortemente divisa, più del 1993, periodo caratterizzato dalla dissoluzione del blocco sovietico.
Sempre il ministro israeliano Gallant ha dichiarato inoltre che alla rappresaglia di questi giorni seguirà anche un blocco totale di “luce, acqua e generi alimentari”. Questa dichiarazione ha suscitato l’indignazione anche di politici storicamente pro-Israele, come Emma Bonino, che ha parlato senza mezzi termini di “crimini di guerra”.
La pressione dell’opinione pubblica, di politici di ogni schieramento, di giornalisti e intellettuali su Israele perché cessi questo massacro è più forte che mai. Nonostante ciò il governo israeliano sembra intenzionato ancora una volta a tirare dritto.
Bene e male non esistono
Come abbiamo visto le responsabilità di un conflitto che perdura tra alti e bassi da 70 anni sono difficili da accertare, così come è impossibile parlare di un aggressore e di un aggredito chiaramente identificabili.
D’altra parte ha più ragione chi dopo secoli di persecuzioni vuole finalmente una patria sicura o chi dopo aver abitato per 2000 anni una terra la vede occupata da migliaia di stranieri?
La questione rimarrà ancora a lungo irrisolta, ma occorre sempre vedere le cose con chiarezza, senza sbilanciarsi troppo né per l’una, né per l’altra parte. Questo nonostante i rapporti di forza tra i due avversari siano senza dubbio molto sbilanciati, trattandosi di una lotta dei bombardieri contro le mitragliatrici, dei cannoni contro la fionda e la pietra.
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