Il femminicidio: fenomeno sociale, non cronaca

(Foto in copertina: Jakub SchikanederOmicidio in casa (1890) )

Nell’anno appena trascorso in Italia si è registrato un numero allarmante di femminicidi, con dati che evidenziano una vera e propria emergenza legata alla violenza di genere. Il 2024 è stato segnato da 107 vittime, dato che preoccupa e allarma, ma che purtroppo non sorprende. Nel 2023 erano state 120, mentre nel 2022 se ne registravano 126.

Femminicidio: la narrazione dei media

Questi numeri evidenziano un problema sistemico, non un caso isolato, come spesso viene raccontato da media e televisione.

Le vittime vengono descritte come donne sfortunate” finite nelle mani dell’uomo sbagliato: un “gigante buono” che, in un momento di debolezza o di follia, le ha ferite o uccise.

Questa narrazione contribuisce ad alimentare il problema, poiché lo riduce a episodi individuali ridicolizzandone la sistematicità.

La violenza viene rappresentata come un incidente, svalutando la responsabilità dell’aggressore.

Questo avviene secondo precise modalità: il colpevole non viene mai definito come tale, raramente è descritto come omicida, né tantomeno come femminicida.

Inoltre, questa rappresentazione priva la donna della sua autodeterminazione come persona.

Spesso le vittime subiscono una vittimizzazione secondaria che finisce per colpevolizzarle, giustificando indirettamente il loro aggressore.

Questo tipo di narrazione ha conseguenze sulle donne che sopravvivono: i femminicidi sono solo una piccola percentuale del fenomeno della violenza di genere, la cui forma più diffusa è la violenza domestica, spesso ignorata dalla stampa.

Questa visione non solo mantiene il problema soppresso, ma alimenta una cultura patriarcale che giustifica la violenza.

La base del fenomeno non risiede solo nel fenomeno stesso, ma si annida in comportamenti quotidiani di cui spesso siamo inconsapevolmente complici.

La narrazione stessa è lo specchio di un modello profondamente radicato e stabile nella società.

Un punto di partenza risiederebbe proprio nelle modalità in cui tali episodi vengono raccontati, i mezzi di comunicazione dovrebbero promuovere una sensibilizzazione e, soprattutto, una rappresentazione rispettosa e consapevole per le vittime, abbandonando questo tipo di narrazioni.

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Educazione nelle scuole

Una delle vie più efficaci per combattere la cultura patriarcale risiede nella formazione.

Bisognerebbe partire dagli ambienti educativi per affrontare il problema dalla radice.

L’educazione affettiva e sessuale deve porsi l’obiettivo di responsabilizzare il singolo individuo nei suoi rapporti interpersonali ed educarlo al rispetto reciproco.

Nella pre-adolescenza, il primo approccio alla sessualità è spesso collegato alla scoperta e alla visione di materiali pornografici, che tendono a distorcere l’idea di una relazione sana.

Questi contenuti promuovono principalmente modelli di sottomissione e violenza nei confronti delle donne, rappresentate come figure passive e sempre disponibili a soddisfare richieste, senza possibilità di controbattere.

Inoltre, la pornografia favorisce l’iper-sessualizzazione delle relazioni, generando standard irraggiungibili che non rispecchiano la varietà del mondo reale.

L’istituzione scolastica in Italia è esente sempre di più dal suo ruolo sociale ed è incentrata prevalentemente sugli obiettivi nozionistici, allontanandosi dalle esigenze di sviluppo di competenze emozionali e relazionali degli individui.

L’assenza di educazione alla sessualità e al consenso esplicito lascia pieno spazio alla normalizzazione della violenza di genere, che si radica nella quotidianità degli individui fin dall’infanzia.

Questo sistema è alimentato da atteggiamenti apparentemente banali, che costruiscono un terreno fertile per la violenza, culminando spesso in tragedie.

Per far sì che questo non avvenga è necessario incrementare l’educazione affettiva nelle scuole di ogni grado, per creare adulti che possano alfabetizzarsi emotivamente.

Le radici culturali della violenza di genere: come possiamo reagire?

Come puntualizzato, sin da piccoli siamo soggetti a stimoli e comportamenti che fanno parte di un sistema culturale radicato che, crescendo, tendiamo a replicare, aumentandone le problematicità.

Le radici della cultura patriarcale sono molteplici e sarebbe impossibile elencarle tutte, ma è utile concentrarsi su alcuni aspetti fondamentali.

Questo sistema educa uomini e donne a ricoprire ruoli rigidi, definiti da un binarismo di genere che condiziona ogni aspetto della nostra identità.

Evadere dalle caratteristiche dal genere risulta anomalo e, in molti casi, può generare incomprensione, isolamento e persino violenza.

Siamo costretti a regole prestabilite, che ci vengono imposte in base alla nostra identità: agli uomini si richiede di essere forti e dominanti, mentre alle donne viene negata questa possibilità, perché devono restare sottomesse alla figura maschile.

Ad esempio, se una donna dimostra ambizione o determinazione, rischia di essere giudicata prepotente e fuori luogo.

Agli uomini, invece, viene insegnato a reprimere le emozioni, a non piangere e non esprimere ciò che provano.

Farlo significherebbe uscire da questo schema binario e apparire deboli.

Basti pensare ad alcune espressioni come “femminuccia” che amplificano questa dinamica, rafforzando la convinzione che la vulnerabilità sia una prerogativa di un genere percepito come inferiore.

Questo è un punto cruciale: da qui si evince perfettamente come la violenza di genere non sia affatto un problema esclusivamente femminile, ma riguardi tutti.

Il sistema che ci impone comportamenti e ruoli rigidi imprigiona anche gli uomini, limitandone la libertà di espressione e il modo di relazionarsi agli altri.

Sradicare queste radici culturali significa creare uno spazio dove ogni individuo, indipendentemente dal genere, possa essere libero di vivere la propria identità e sessualità senza giudizi e repressioni.

Gli uomini, infatti, giocano un ruolo fondamentale in questo contesto.

Anche se molti di loro non sono direttamente colpevoli di atti violenza, spesso partecipano alla cultura che li sostiene, anche solo rimanendo in silenzio di fronte ad atteggiamenti problematici.

Essere alleati della lotta alla violenza di genere e al movimento femminista significa essere soggetti attivi e reattivi.

Il primo passo risiede nell’abbandonare i modelli di mascolinità tossica, imparando a educarsi e a educare gli altri, attraverso l’ascolto e la riflessione.

Sradicare le radici culturali della violenza di genere richiede uno sforzo collettivo, perché questa non è una battaglia unilaterale, ma una responsabilità condivisa.

Decostruire il patriarcato significa riconoscere che il cambiamento parte da gesti quotidiani di ognuno di noi.

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Sitografia

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