Le parole al femminile non esistono e nei tribunali si vede

Una piccola postilla linguistica a latere, anche se, in realtà, la lingua non è mai un fatto secondario. Dovrebbe avere un ruolo di primo ordine e merita una riflessione costante.

Idola: un errore al femminile

Se si prova a scrivere la parola idola su un dispositivo elettronico, ci si renderà conto che il correttore automatico lo sostituirà con isola o termini affini. Alla fine la parola verrà sottolineata in rosso, perché considerata un errore.

Idola, inteso come femminile di idolo, non esiste in lingua italiana. Non è contemplato a livello di pensiero linguistico, e dunque – a mio avviso, di azione – la possibilità che esista un idolo donna. Gli idoli sono, per eccellenza, maschi perché sono personaggi da imitare. Le donne, invece, non si emulano, non si stimano. Alle donne è concesso servire, obbedire, curare, morire per mano di uomini, ma non di essere stimate e prese come modello.

La lingua al femminile nei tribunali italiani

Ho deciso di iniziare con una riflessione sulla lingua poiché quest’ultima dice molto anche di ciò che accade nei tribunali italiani e nelle sentenze emesse nei casi di femminicidio.

Grazie a Carlotta Vagnoli, emerge una spiacevole storia giudiziaria. Un passo indietro: Gabriella Trandafir e sua figlia Renata Trandafir sono state uccise il 13 giugno del 2022. Il femminicida (termine che non è contemplato dai dispositivi elettronici e viene anch’esso segnato in rosso: che curiosità significativa!) è Salvatore Montefusco, che ha sparato alle due donne davanti al figlio minorenne.

Il movente è il solito: l’incapacità dell’uomo – intenso qui in quanto maschio – di accettare il rifiuto e la volontà della moglie di separarsi. Ha sparato alle spalle di entrambe e poi le ha uccise con un colpo alla testa.

Il tribunale di Modena ha condannato Montefusco a 30 anni di carcere, ma ha respinto la richiesta di ergastolo, riconoscendo all’uomo le attenuanti generiche e negando la premeditazione, i futili motivi e la crudeltà. Montefusco ha sparlato a Renata Trandafir mentre scappava dalla finestra, ma per i giudici non vi è alcuna crudeltà.


Sono stati pubblicati solo stralci della sentenza – come sottolinea la stessa Vagnoli – e sarebbe necessario leggerla nella sua interezza. Tuttavia, emerge che le violenze esercitate dall’uomo vengono assorbite dall’omicidio. Nella sentenza si legge:

«Il movente non può essere ricondotto e ridotto a un mero contenuto economico (relativo alla casa dove vivevano, ndr), ma è piuttosto da riferirsi alla condizione psicologica di profondo disagio, umiliazione e enorme frustrazione vissuta dall’imputato, a cagione del clima di altissima conflittualità», e che l’uccisione è stata indotta da «un black-out emozionale ed esistenziale e che lo hanno portato ad agire in un impeto d’ira».

I Giudici aggiungono inoltre:

«Meritevole di beneficiare delle attenuanti generiche perché incensurato, per la sua confessione, per il contegno processuale e per la situazione che si era creata in famiglia che lo ha indotto indubitabilmente a compiere il tragico gesto. […]
Arrivato incensurato a 70 anni, non avrebbe mai perpetrato delitti di così rilevante gravità se non spinto dalle nefaste dinamiche familiari che si erano col tempo innescate».

Il cortocircuito è evidente e gravissimo: la conflittualità familiare non può essere una giustificazione. Se la conflittualità diventa un’attenuante, significa che la vittima è, in qualche modo, responsabile della propria morte.

Grazie a Carlotta Vagnoli per aver fatto emergere questa vicenda giudiziaria. Essa non sembra lasciare spazio a nulla di buono e, soprattutto, sembra far retrocedere il dibattito e la legislazione a un’epoca feudale.

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