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Abstract
Il recente incremento dei flussi migratori è ancora una delle terribili conseguenze della disumanizzante storia di colonizzazione imposta sul territorio africano dalle potenze europee. La nascita di campi di transito europei che stanno innalzando frontiere sempre più difficili da valicare, regolamentate con direttive rigide, aspre e che complicano notevolmente la vita delle persone coinvolte nella migrazione verso il continente.
La lotta all’immigrazione in Italia: il sistema di accoglienza e le sue evidenti contraddizioni
Dal punto di vista nazionale, dopo circa dieci anni caratterizzati da un fenomeno migratorio costante e di grande portata, che potremmo quindi definire strutturale, il governo italiano continua ad agire in chiave emergenziale, non rispondendo così all’esigenza di elaborare un sistema che sia in grado di accogliere, tutelare e permettere l’integrazione delle soggettività migranti all’interno del tessuto sociale.
Questa dinamica, in Italia, si traduce quindi nell’istituzione di strutture d’accoglienza addizionali che violano sistematicamente i diritti dei migranti e che nascono come una misura provvisoria, ma che finiscono, col tempo, per essere normalizzate e superate da altre nuove strutture sempre più precarie.
È esattamente il caso dei CAS (centri di accoglienza straordinaria), inizialmente istituiti come alternativa qualora si esaurissero i posti disponibili nei centri governativi, dove chi manifesta la volontà di richiedere asilo in Italia viene trasferito (d.lgs. 142/2015, articoli 9 e 10).
Le prefetture possono, infatti, prevedere l’istituzione di CAS e affidarli a soggetti privati mediante le procedure di affidamento dei contratti pubblici (d.lgs. 142/2015, articolo 11).
Non è giusto che si continui a trattare come emergenziale quel che dovrebbe essere ormai normalizzato.
Se ci si pensa bene, in fondo, le migrazioni sono intrinseche alla storia dell’umanità e fin dai tempi più antichi, infatti, sono state alla base della sopravvivenza di intere popolazioni.
– Leggi anche: Open Gates, Open Eyes
CAS, Campi di Transito…che altro?
Non è chiaro il motivo per cui i CAS vengano ancora definiti tali, dato che sono recentemente stati istituiti dei centri se possibile ancor più “stra-ordinari”, definiti campi di transito o semplicemente strutture di accoglienza provvisoria.
Il cosiddetto Decreto Cutro ha, infatti, creato un nuovo tipo di CAS che può essere attivato dalle prefetture in caso di indisponibilità nei centri governativi. Tali strutture sono attivate con le stesse modalità dei CAS e si differenziano da questi e dagli altri centri governativi solo rispetto ai servizi erogati che, in questi casi, sono ridotti ulteriormente.
Infatti se, oltre all’accoglienza materiale, nei primi sono previsti l’assistenza sanitaria, l’assistenza sociale e la mediazione linguistico-culturale, in queste nuove strutture l’assistenza sociale è esclusa.
Per comprendere meglio la drammaticità della situazione può essere utile un focus sul Decreto Cutro (del 2023), il quale segna una riduzione dei servizi senza precedenti. Innanzitutto, questo decreto si muove in antitesi rispetto ad una serie di garanzie che il legislatore comunitario ha inteso cristallizzare nelle diverse fonti che interessano il diritto dell’immigrazione, casse di risonanza dei più basilari principi fondamentali di tutela della vita e che prevedono che gli Stati membri devono provvedere:
“A che le condizioni materiali di accoglienza assicurino un’adeguata qualità di vita che […] tuteli la salute fisica e mentale”.
Diversi sono, infatti, i profili di incompatibilità nell’ambito di recepimento delle disposizioni del CEAS (Common European Asylum System) che interessano i beneficiari di misure di accoglienza e che sono accolti nei centri (ex art. 9 e 11), nonché nei centri di cui al nuovo comma (2 bis dell’art. 11).
Incompatibilità costituzionali
Il nuovo modello, inoltre, è grandemente in contrasto anche col dettato costituzionale, in particolare con gli articoli 3 e 10.
Nella pratica ne consegue un’ingiusta soppressione di servizi che sono previsti dalle direttive UE per tutti i beneficiari a garanzia dei loro diritti essenziali, quali la tutela del benessere psico-fisico, la possibilità di essere informati dei propri diritti e obblighi e le garanzie procedurali in merito al procedimento che interessano il richiedente.
Dall’altra, una drammatica correlazione tra l’assenza di tali servizi (in particolare dello psicologo e dell’operatore legale) e l’individuazione delle persone vulnerabili che ad oggi sono le sole, in qualità di richiedenti protezione internazionale (fatta eccezione per i beneficiari di evacuazioni, ricollocamenti e cittadini ucraini), ad avere accesso al sistema SAI (sistema assistenza integrazione).
Proprio riguardo alle persone più vulnerabili a cui di diritto andrebbero servizi accurati e specifici per la persona, è necessario chiedersi come, in assenza di figure quali lo psicologo, l’operatore legale e l’assistente sociale, tali vulnerabilità possano essere individuate.
Viene poi spontaneo chiedersi perché il Decreto Cutro prenda il nome di una strage.
Che senso ha?
Che messaggio vuole rilanciare il governo italiano con questo decreto? Il decreto in questione prende infatti il nome dell’omonima tragedia consumatasi il 26 febbraio 2023, quando un’imbarcazione partita dalla Turchia con a bordo circa 200 persone si è spezzata in due a pochi metri dalla riva del litorale di Steccato di Cutro, in provincia di Crotone.
Le autorità italiane erano state avvisate della presenza del caicco, ma non hanno attivato nessuna operazione di soccorso. 80 persone sono sopravvissute, ma vi sono stati oltre 100 morti in totale. Tra le vittime anche molti bambini. La strage per omissione di soccorso era “prevedibile ed evitabile”, dato che le condizioni meteo apparivano già proibitive dal giorno prima del terribile accadimento.
Il messaggio lanciato dal governo con l’emanazione del Dl Cutro e l’incremento della precarietà nell’accoglienza
In ultima battuta, la conversione in legge del Decreto Cutro, oltre a confermare la persistenza di un doppio standard nelle misure di accoglienza riservate ai richiedenti asilo: che vedono contrapposti da un lato le vittime di emergenze umanitarie arrivate in Italia con corridoi umanitari e operazioni di ricollocamento, come cittadini ucraini e vulnerabili;
dall’altro, i migranti che partono da paesi che strutturalmente sono bacino di provenienza del maggior numero di arrivi e perdono oggi l’accesso al SAI.
Si perpetua un modus operandi costante nel tema dell’immigrazione che vede una forte contrapposizione tra la garanzia formale di accesso ai diritti e le risorse effettivamente previste.
L’eliminazione di servizi fondamentali è aggravata dall’incertezza dei tempi di permanenza, poiché la riforma non ha fissato alcun tipo di limite temporale. In tal senso, la normativa formulata così apre delle pericolose zone grigie, limitandosi a sopprimere dei servizi e delegando alle strutture territoriali, agli enti locali e alle associazioni, sperando che sopperiscano alle inefficienze del sistema di accoglienza.
Il rischio insito in una tale formulazione normativa è, infatti, quello di vedere frammentata sul territorio italiano, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, l’erogazione del servizio.
La riforma
La “riforma” comporta che la riuscita o il fallimento nella gestione delle strutture, dipenderà in larga misura dall’adeguatezza dei servizi territoriali che operano nel settore sanitario, di assistenza sociale e di supporto alla persona. Questo significa che, molto spesso, l’unica assistenza che queste persone possono ricevere grava sulle spalle del terzo settore, il quale, operando principalmente grazie al volontariato, è attualmente al collasso.
Ultimi avvenimenti
Negli ultimi mesi sono stati numerosi gli scandali e le testimonianze relativi alla sistematicità con la quale i diritti umani vengono violati all’interno dei campi di transito e dei CPR. E’ un fenomeno riscontrabile sul territorio nazionale. Ne è un esempio il campo di transito istituito a Padova alla fine dell’estate 2023 nei pressi dell’ex aereoporto Allegri, ai margini della città. Questa struttura è, infatti, piuttosto lontano dal centro e ben nascosto alla vista dei passanti, ma soprattutto è costituito da container nei quali gli ospiti vivono interamente le loro giornate.
All’interno del campo non vi sono attività, né tentativi di informare e integrare nel tessuto sociale queste persone le quali, anzi, hanno riferito di essere in condizioni di grave malessere. Vi vige grave negligenza dal punto di vista medico, per cui i malesseri fisici delle persone vengono gestiti con medicinali generici finalizzati ad attutire il dolore, senza individuare la cura adeguata; inoltre, è caratterizzato da promiscuità tra adulti e minori.

Una violenza indisturbata, nascosta seppur così prossima: chi non vuole vedere è complice
I ragazzi volontari dello Spazio culturale e sociale Stria, che si trova nel vivo della città di Padova, hanno intravisto per primi questo disagio, interessandosene. Ci sono state diverse visite del campo, caratterizzate da scambi con gli operatori che vi lavorano e con l’utenza stessa. Si sono preoccupati di dare contatti e indicazioni cui i ragazzi del campo potessero riferirsi per ricevere supporto legale e consulenza medica gratuiti.
Molti di loro si sono presentati agli uffici indicati, tra cui quello dello sportello addetto al supporto legale, Open Gates, dove hanno potuto raccontarsi e testimoniare la vita e le loro difficoltà all’interno del campo.
Il presidio di Spazio Stria
Questo lungo e faticoso percorso ha condotto Spazio Stria ha lanciare un Presidio davanti al Comune di Padova il 17 febbraio 2024 per chiedere miglioramenti delle condizioni di vita delle soggettività migranti all’interno del campo e denunciare il modello di accoglienza che si sta mettendo in atto sul territorio nazionale.
Il tutto si è svolto con una serie di interventi molto forti ed emotivamente significativi, con al centro della piazza un container blu in legno che riproduceva le dimensioni reali di quelli presenti nel campo. E’ stato un presidio molto partecipato, garantendo la forte sensibilizzazione della cittadinanza riguardo questa sistematica violazione dei diritti, così vicina, eppure così ignorata.
Le istituzioni sembrano aver migliorato effettivamente le condizioni di vita delle persone in quel campo. Ma rimane il fatto che il luogo in cui vengono ospitate soggettività migranti, cioè caratterizzate da una certa vulnerabilità, non può essere una struttura simile. Un piccolo container come stanza da spartire in quattro, non è una soluzione per nulla dignitosa. E non dare le informazioni e gli strumenti adeguati a queste persone, lo è ancor meno.
Significa negare loro una vita normale che, in quanto esseri umani, spetta loro. Ecco perché dovremmo preoccuparci tutti quanti di questo attuale modello di accoglienza, che in realtà, consiste principalmente in luoghi di segregazione, disinformazione e violenza.
Sitografia
[1] https://www.openpolis.it/parole/come-funziona-laccoglienza-dei-migranti-in-italia
[2] https://www.europarl.europa.eu/factsheets/it/sheet/152/politica-di-immigrazione
[3] https://temi.camera.it/leg19/post/l-accoglienza-dei-richiedenti-asilo.html
[4] https://www.meltingpot.org/2023/05/cosa-resta-della-prima-accoglienza-dopo-il-decreto-cutro
