Fine del Fascismo o intenso “Fascismondo”?

Oggi, in una società che sostiene la competizione, che alimenta l’odio, facendo valere ancora la “legge del più forte” – secondo cui ci sarà sempre una parte più debole, destinata a essere vinta da una più forte – è lecito sostenere che la presenza del fascismo sia ormai del tutto scomparsa?

Una scomoda dimensione

Umberto Eco, filosofo e scrittore del Novecento, è autore del saggio Il fascismo eterno o “Ur-fascismo”, all’interno del quale tratta dettagliatamente il tema di questa espressione di totalitarismo, evidenziandone tutte quelle caratteristiche che lo rendono “eterno”.

Con grande preoccupazione è possibile constatare che il mondo, purtroppo, non sia manchevole di alcun attributo delineato dallo scrittore.

Dunque, ho scelto di dare un nome a questa scomoda dimensione in cui tutti, in modo più o meno consapevole, ci siamo ritrovati a vivere. Definisco questa condizione con il termine Fascismondo.

Il Fascismondo

È un termine semplice, che naufraga in uno spazio rassicurante, come potrebbe essere quello di un bambino che, ingenuamente, allineando dei concetti ricevuti passivamente, estrapola un’idea brillante.

Coniare una parola simile non significa condividere il culto “dell’azione per l’azione”, quindi ricavare un pensiero privo di riflessione, ma vuol dire approcciarsi a un termine nuovo e insolito, come se fosse il frutto del pensiero di un bambino, al quale non è possibile “evirare” la fantasia.

Può essere efficace, a questo punto, abbandonarsi all’osservazione del modo di interagire proprio dei bambini. Sarebbe più piacevole da immaginare uno scenario dolce, tipico di un essere ancora privo di un carattere ben delineato, ma ricolmo di gentilezza, di gioco; eppure, la dimensione bambinesca è particolarmente complessa, per molti versi amara.

Il carattere di un infante si forma già all’età di tre anni; non deve essere sconvolgente, quindi, se insito nell’anima di una piccola creatura ci sia un certo spirito violento, di prepotenza, che porta a emergere sugli altri, e non insieme agli altri.

È meno comune, invece, che ci sia un bambino nettamente distinguibile, con caratteristiche stravaganti e particolari, non facilmente comprensibili e quindi non ampiamente accettabili.

La conseguenza, in una realtà di questo tipo, è generalmente l’esclusione della diversità, vista come minaccia, perché tradisce ciò che è uniforme e privo di conflitto.

È proprio da questo momento che si innesca il meccanismo della differenza “non rassicurante” e della diffidenza, dettato non dall’età infantile, o da una scarsa capacità di adattamento sociale, ma dalla percezione di un bambino “intruso” o di un possibile “piccolo amico curioso”, all’interno di un contesto di divertimento.

Questo processo è alimentato da una forte “frustrazione individuale” e porta a identificare “l’intruso” come capro espiatorio; poi, successivamente, trasforma la dinamica infantile in una realtà feroce, di guerra.

Spesso la frustrazione deriva dalla costante sensazione di impotenza di fronte alla tutela della propria identità; il modo più evidente per formare e affermare quest’ultima è il conflitto.

Questo conflitto, tipico della fase adolescenziale, per svilupparsi ha bisogno di due espedienti fondamentali:

  • Il mito dell’eroe.
  • L’individuazione del nemico.

Il termine “eroe” deriva dal greco “ἥρως”, significa amore, desiderio. All’interno dell’amore è presente, infatti, la componente fisica, quindi l’eroe è colui che ama a tal punto da essere disposto a pagare con il proprio corpo.

Ognuno, in modo più o meno sentito, vive offuscato dall’ambizione di diventare un “eroe”, ossia un essere valoroso, dotato di un’enorme forza, pronto ad annullarsi in nome del proprio valore e della propria verità.

Ciò che purtroppo viene omesso è che l’eroe esiste ogni volta che c’è mancanza di libertà e che l’atto di eroismo, risultato di una società deteriorata, è strettamente legato al culto della morte, che deve essere affrontata con coraggio e dignità.

Il secondo espediente è quello dell’inimicizia. Il prodotto di un’identità forte, che emerge, non può che essere la visione dell’altro come nemico, “troppo forte e al tempo stesso troppo debole”.

Entrambe le concezioni risultano dannose, se apprese mediante quest’unica impostazione, ma possono essere interiorizzate in maniera differente.

Basterebbe pensare proprio alla concezione che assumeva la morte, all’interno delle tragedie, portate in scena nella Grecia del V secolo a.C.; la morte era vista come fase inevitabile della vita stessa, dunque non prevedeva alcuna ricompensa.

Ciò su cui si doveva riflettere era, invece, la caducità della vita umana, la quale proprio perché breve e impotente, rispetto alla volontà degli dei, doveva essere vissuta con intensità e affrontata con forza e determinazione.

Inoltre, vedere ovunque nemici, quindi possibilità di scontro e complotto per poter rivendicare la propria personalità, porta unicamente all’incapacità di decifrare la potenza del nemico e quindi conduce, inevitabilmente, alla sconfitta.

Leggi anche: Il No del Referendum 2026: le due facce tra sconfitta e vittoria

L’ingresso nel sistema

Infine, quando si diventa adulti, dopo aver vissuto sempre con quel costante senso di impotenza e umiliazione, resta la pretesa di ottenere il potere, così da gestire la vita degli altri, perché non si è riusciti a farlo realmente con la propria.

In questa fase finale il meccanismo è entrato, senza nemmeno aver bisogno di nascondersi, all’interno della realtà quotidiana che tutti quanti vivono: chi ambisce alla rivendicazione di sé cercherà qualcuno da poter persuadere, quindi dominare; chi non ha abbastanza ambizione, invece, sentirà la necessità di farsi gestire da chi anche solo apparentemente detiene l’autorità.

Sono queste le condizioni che consentono ancora oggi al Fascismo di restare in vita, nonostante lo scorrere degli anni, la vastità e la varietà del mondo. È lecito soffermarsi, ancora per una volta, sul significato di un’espressione:

il sostantivo “meccanismo” deriva dal greco “μηχανή”, letteralmente “macchina”, “ordigno”, “apparecchio”, ma in senso figurato può assumere anche accezione di “trucco”, “artificio”.

Il meccanismo è quindi un sistema, di cause ed effetti, dipendente da definite condizioni, che funziona in modo preciso.

Proprio perché varia in base a determinate dinamiche, le quali possono essere interrotte o modificate, il meccanismo può essere disinnescato.

Sarebbe quindi possibile smettere di alimentare un sistema degradato, se la società iniziasse a preferire la figura dell’anti-eroe (capace di andare contro le regole del sistema, facendo valere il proprio diritto di parola), al posto di quella dell’eroe, così evitando che vi siano adulti che non hanno mai avuto la possibilità di essere bambini liberi, trasportati da grande immaginazione.

Contributi

Prima di lasciarci, citiamo il lavoro di tutte le persone che hanno contribuito alla stesura di questo articolo e che, ogni giorno, si impegnano affinché Requiem Pamphlet possa fare, nel suo piccolo, la differenza.

  • Articolo di: Amanda Amato
  • Correzione bozze, impaginazione e SEO editing: Sara Altamura