(In copertina: foto di Iunio Romano)
«Il Jobs Act è come un abito, già di per sé bruttino, che è stato strappato e reso logoro. Ha perso la sua funzione di abito. Per questo va accantonato.» Requiem Pamphlet ha intervistato Iunio Romano, ex senatore del M5S (2018-2022) e ispettore del lavoro, sul referendum dell’8 e 9 giugno.
Classe 1971, leccese, Romano è stato vicepresidente della Commissione d’inchiesta sulle condizioni di lavoro. Gli abbiamo chiesto il suo parere – un tecnico navigato in politica – sui quesiti del lavoro… e sul quinto quesito, su cui la sua forza politica lascia libertà di voto.
Le domande
Senatore, ci può dare una breve panoramica sui quattro quesiti del lavoro?
Lo scopo dei quesiti referendari è quello di garantire la stabilità e la sicurezza del lavoro. In definitiva, si chiede di abrogare il famigerato Jobs Act, già in buona parte ‘picconato’ dalla Corte Costituzionale, laddove ha previsto il contratto di lavoro ‘a tutele crescenti’, un aberrante istituto che, lungi dal favorire l’occupazione e la crescita economico-sociale, ha di fatto legalizzato il precariato, privando i lavoratori del diritto alla reintegrazione sul posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo.
Gli altri quesiti mirano a fornire maggiori tutele ai lavoratori delle piccole imprese, eliminando il tetto legale al risarcimento danni, ora fissato in sei mensilità, nell’ipotesi di licenziano nullo, per lasciare al giudice la quantificazione dello stesso, nonché a reintrodurre l’obbligo di motivare l’esigenza del ricorso al contratto al lavoro a tempo determinato, che dovrebbe essere un’eccezione, anche quando è inferiore ai 12 mesi e, infine, a responsabilizzare committenti e appaltanti nella filiera degli appalti, così inducendoli ad accertare la professionalità delle aziende coinvolte negli stessi.
L’iniziativa economica è libera, ma per non recare pregiudizio alla salute e alla sicurezza collettiva deve essere esercitata da aziende qualificate.
La CGIL ha improntato la sua campagna referendaria come un potenziale scacco al governo Meloni. Ha paura che questo possa influire sul successo del referendum stesso?
Purtroppo il rischio è reale, per questo l’informazione sui contenuti dei referendum è importante. L’elettore tende ad astenersi o a cadere nella trappola della politicizzazione del referendum quando non è correttamente informato.
Nel caso specifico, al di là dei tecnicismi, la scelta è morale e riguarda la dignità del lavoro e dei lavoratori. Votando sì, la nazione non esprime il proprio consenso per una o per l’altra parte politica, ma per garantire stabilità e sicurezza al lavoro.
Credo che le forze politiche non dovrebbero indirizzare la scelta dell’elettore, ma informarlo correttamente, affinché lo stesso possa votare consapevolmente.

Lei si aspetta il raggiungimento del quorum?
Lo auspico, così come auspico una partecipazione cosciente e responsabile.
I quesiti toccano dei provvedimenti già in parte sconfessati dalla Corte costituzionale. Perché allora farci un referendum?
Il Jobs Act è come un abito, già di per sé bruttino, che è stato strappato e reso logoro. Ha perso la sua funzione di abito. Per questo va accantonato.
Sabino Cassese ha detto che questi quesiti sono troppo tecnici per essere sottoposti a referendum. Essendo anche lei un tecnico, condivide questo pensiero?
A mio avviso il ricorso al referendum deve essere operato con estrema accortezza, dovendo coinvolgere direttamente i cittadini su temi di largo respiro e dalla valenza fortemente etica. Per interventi più specifici e tecnici c’è il legislatore, ovvero il Parlamento, al quale i cittadini hanno dato mandato.
Nel caso specifico, come già detto, il tecnicismo è solo apparente, perché il tema oggetto dei referendum ha una forte valenza etica, ossia quella della dignità del lavoro e dei lavoratori.

La CISL sta facendo campagna per il No. Come interpreta questa scelta che, di fatto, spacca anche il fronte sindacale?
Ogni presa di posizione, se adeguatamente motivata, è legittima. Sono gli elettori a trarre le dovute conclusioni.
C’è anche chi, da una posizione istituzionale alta, fa campagna per l’astensionismo. Secondo lei sarà in qualche modo decisivo il loro invito al non voto?
Se l’elettorato avrà assolto il dovere morale di informarsi correttamente, non cadendo nella trappola della partigianeria da stadio, saprà certamente discernere, agendo secondo la propria coscienza.
Non è raro vedere banchetti e gazebi del MoVimento 5 stelle con pannelli e volantini dei 5 Sì. Tuttavia, la linea ufficiale da Roma è di lasciare libertà di scelta sul quinto quesito. Non crede che un lavoro dignitoso e una cittadinanza in tempi dignitosi siano due argomenti collegati?
Sul tema della cittadinanza il MoVimento ha lasciato libertà di scelta perché ha una propria proposta depositata in Parlamento, quella sullo ius scholae, ma va da sé che legalità e regolarità del rapporto di lavoro vanno declinate a tutto tondo.

A qualcuno questi quesiti possono sembrare un’altra batosta per le piccole e medie imprese. Concorda?
Assolutamente no! Le piccole imprese sono esse stesse vittime di un sistema perverso che tende a contrapporre il lavoratore al datore di lavoro. In realtà, la stabilità del lavoro e i salari dignitosi spingono la domanda e, quindi, incentivano la produzione, per una crescita socio-economia collettiva. La legalità conviene a tutti, semmai è sul costo del lavoro che bisogna discutere. Ma questo è un altro tema.
Leggi anche: Guida intergalattica per elettori nei referendum dell’8 e 9 giugno 2025
Contributi
Prima di lasciarci, citiamo il lavoro di tutte le persone che hanno contribuito alla stesura di questo articolo e che, ogni giorno, si impegnano affinché Requiem Pamphlet possa fare, nel suo piccolo, la differenza.
- Articolo di: Giovanni Gemma
- Correzione bozze, impaginazione e SEO editing: Alessio Urgese
Se anche tu vuoi contribuire e unirti al nostro team, compila il nostro form e verrai contattato da uno dei nostri collaboratori.
