La solitudine è comunione?

(In copertina: illustrazione “Dualità: solitudine o rischio?“)

Come sosteneva Aristotele, l’uomo è un animale sociale: sin dagli albori della preistoria, l’uomo ha formato tribù e società. In lui, però, convive anche la tendenza alla solitudine, necessaria compagna per il cammino interiore.

La polis greca

Il rapporto dell’uomo con i suoi simili rappresenta da sempre il tratto distintivo che caratterizza la specie umana rispetto a tutte le altre presenti sul pianeta. L’essere umano sente da sempre questa impellente necessità di comunicazione con l’altro e questo bisogno nel suo significato più primitivo ha portato ragguardevoli risultati nell’evoluzione della nostra specie rispetto alle altre.

Grazie alle relazioni umane si sono così formate le primordiali strutture sociali, che con il tempo si sono allargate dando spazio alla formazione di civiltà antiche, ma non per questo non all’avanguardia.

Arrivati a questo punto, non si può non aprire una parentesi su una tra queste civiltà antiche, che probabilmente più di tutte ha fornito un grande impulso sociale, non solo a sé stessa, ma anche alle culture successive.

La polis greca custodiva, infatti, una peculiarità distintiva rispetto a qualsiasi altra struttura sociale esistente: la democrazia.

Le città-stato elleniche, nella loro dimensione democratica, avevano portato un forte sviluppo sul piano politico, creando tuttavia un importante squarcio sul piano sociale. I residenti di quella polis non erano dei semplici abitanti, ma dei polites, ovvero dei cittadini, in grado di incarnare con la loro stessa esistenza il concetto di politica inteso come dialogo propedeutico al progresso.

Forse è in questo punto storico che la differenza tra l’io e il tu si manifesta in modo chiaro ed evidente. I cittadini della polis erano parte di un gruppo sociale serrato e questa chiusura si manifestava evidentemente nell’acuto disprezzo nei confronti degli altri popoli e delle altre civiltà.

È proprio seguendo il filone di questo ragionamento che Aristotele insegnava ad Alessandro Magno a trattare i barbari come animali e il commediografo Menandro indicava, nelle sue rappresentazioni, le buone azioni come “degne di un animo greco”.

Tuttavia questo sentimento di superiorità culturale arriverà presto a sgretolarsi con l’impero alessandrino, il quale trasformerà il cittadino in suddito e il municipalismo in cosmopolitismo.

L’ormai ex polites greco si ritrova adesso a essere abitante di un impero vastissimo, privato delle sue certezze politiche e dell’appartenenza a quel gruppo sociale in cui si era formato. Questo smarrimento identitario porta così l’uomo ad aggrapparsi all’altro uomo e trasforma quello che prima era un rapporto verticale tra uomo e dio, in un rapporto orizzontale tra uomo e uomo.

E se prima era lo stesso Aristotele a sottolineare la differenza tra schiavo e cittadino, adesso quello stesso schiavo studia i pensieri ellenistici affianco all’uomo libero nel Portico e nel Giardino.

Nasce così un acerbo sentimento di philantropia, che i romani battezzeranno  con il termine humanitas e che i cristiani interiorizzeranno infine in caritas, percependo non più l’essenza umana in un proprio simile, ma quella divina.

Ma proprio perché, come afferma Feuerbach, l’unità dell’uomo con l’uomo si appoggia sulla differenza tra l’io e il tu, sarà lo stesso Seneca a teorizzare una nuova barriera nei rapporti tra l’uomo con i suoi simili.

Quello che prima era stato un limite di natura sociale, diventa ora un limite di carattere morale, che il filosofo di Cordova definisce in modo netto. Egli, infatti, distingue due modelli di categorie umane: la figura del sapiens e quella degli occupati e  paragona il primo a un dio, lacerando di fatto il paganesimo tradizionale contemporaneamente all’arrivo di Cristo e del cristianesimo.

Appare, quindi, chiaro come il sentimento di comunione tra gli uomini si sia reso evidente quasi quanto il sentimento di differenza tra gli stessi.

Lo stesso essere umano che nell’ellenismo ha cercato il confronto con il suo simile ha nello stesso tempo posto le basi per differenziarsi da esso, ed è forse questa la spinta sociale che porta l’uomo a non cadere nella finitezza della solitudine.

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Quale ruolo per la solitudine?

Proprio riguardo la solitudine, però, è necessario porre delle riflessioni al fine di comprenderne meglio il ruolo nell’animo umano.

Nella storia, infatti, lo sviluppo sociale non si è sempre associato al termine di filantropia, ma al contrario c’è chi già più di duemila anni fa parlava di solitudine come chiave di volta della crescita sociale.

Il filosofo Epicuro ha difatti fondato proprio il suo pensiero sul lathe biosas, cioè sul vivere nascostamente, lontano dagli affari pubblici, che devono essere rinviati fino a quando vi è la facoltà di farlo.

Qui la solitudine non è più una barriera o un limite, ma un mezzo per il raggiungimento del fine umano.

Nella solitudine ognuno elabora il suo essere; nel mancato confronto con l’altro ognuno di noi rimane intrappolato nella propria anima e impara a conoscere sé stesso

Nella forma più pura dell’inconscio comprendiamo i nostri limiti, le nostre forze, le paure e le debolezze permettendo al nostro io di diventare giudice della persona che abbiamo costruito fino a quel momento.

Dove risiede dunque il vero bene? Nel dialogo o nel monologo? Nella misantropia o nella philantropia?

La verità è che il progresso personale di ognuno di noi è conoscere quella percentuale di solitudine necessaria alla nostra anima per cogliere il meglio dal confronto con l’altro, al fine di evidenziare quel valore sociale che ci contraddistingue come esseri umani.

La vera finitezza e limitatezza umana si costituisce non tanto nel fisiologico stato di solitudine a cui ci sottoponiamo, quanto in realtà nella costruzione di barriere sociali, morali o politiche che portano l’uomo a dividersi dall’uomo, rompendo quel legame tra l’io e il tu necessario per lo sviluppo di ognuno.

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