
“Dite al papa che questa è piccola faccenda che facilmente si può acconciare, che acconci egli al mondo, ché le pitture si acconciano presto.”
Questa è la risposta riportata da Vasari che Michelangelo Buonarroti diede al successore di Papa Paolo III, quando quest’ultimo lo invitò a ricoprire le nudità di una delle opere più famose e meravigliose che il Buonarroti potesse mai concepire: Il Giudizio Universale.
La Cappella Sistina
La nostra storia inizia qualche decennio prima della comparsa di Michelangelo: siamo nella Roma di papa Sisto IV della Rovere, per la precisione nel 1475, e il cantiere per una nuova cappella all’interno del Palazzo Apostolico, residenza del papa e luogo di riunione del Conclave, è appena iniziato.
La cappella a cui Sisto dette il nome, ovvero la Cappella Sistina, nacque dai resti della Cappella Magna e fu una delle opere di recupero che il papa innalzò al momento della sua elezione. In quel periodo i maggiori monumenti cristiani di Roma erano distrutti e trascurati a causa della cattività avignonese, fatto che spinse i papi del XV secolo a condurre un’estesa campagna di riqualificazione urbana.
Nella Cappella, inaugurata il 15 agosto 1483, furono aggiunte nuove volte e rivestito il solaio di una cortina laterizia. Il Buonarroti non fu il primo artista a lavorare nella decorazione dello spazio sacro, anzi, sarà l’ultimo ad avere questo compito.
Prima di lui verranno altri grandi artisti, come Sandro Botticelli, Domenico Ghirlandaio, Cosimo Roselli, Pietro Perugino e Piermatteo D’Amelia, che fu il primo ad affrescare la volta. È interessante notare che gli artisti fiorentini presenti nella realizzazione della cappella furono inviati da Lorenzo de’ Medici per riconciliarsi col papa, dopo la Congiura dei Pazzi imbastita dallo stesso papa Sisto IV della Rovere.

Gli affreschi
Gli affreschi sono articolati in tre registri, dal basso verso l’alto: sullo zoccolo, sono presenti dei finti arazzi seguiti, in ordine, dal Vecchio e Nuovo Testamento e infine, ai lati dei finestroni, da alcune figure di papi disposte entro nicchie illusionistiche. In questo periodo il soffitto è costellato da un cielo blu pieno di stelle, nello stesso stile che che possiamo ritrovare anche nella Cappella degli Scrovegni di Giotto.
Solo ventisei anni dopo, nel 1508, Papa Giulio II della Rovere decise di modificare parzialmente le decorazioni a causa di una crepa sul soffitto, dovuta probabilmente dai lavori di ricostruzione della Chiesa di San Pietro, che rovinò le decorazioni di Piermatteo d’Amelia.
Di questo lavoro venne incaricato Michelangelo, mentre la parallela decorazione delle stanze private di Giulio II andò al rivale Raffaello Sanzio. La competizione tra i due artisti rimase comunque su toni amichevoli, tanto che entrambi gli artisti non perderanno occasione di citare il collega nei propri capolavori.
Michelangelo per i successivi quattro anni si dedicherà completamente alla sua volta, lamentandosi spesso nelle lettere ai propri cari dei dolori derivanti dallo stare sdraiato tutti il giorno sui ponteggi o delle difficoltà tecniche della tecnica ad affresco, che comportava tempi molto stretti per la sua realizzazione.
Come assistenti l’artista decise di chiamare pochi fidati collaboratori da Firenze ma, per i già citati problemi legati alle tempistiche degli affreschi, alla fine finirà per lavorare quasi del tutto da solo. La mancanza di aiuto è probabilmente la causa alla base del lungo periodo di tempo impiegato per le storie della Genesi, terminata il 30 ottobre 1512, dopo quattro anni dall’inizio dei lavori.
Il Giudizio Universale
La storia di Michelangelo e del suo lavoro nella Cappella Sistina però non finisce qui. I lavori nella cappella riprenderanno infatti nel 1536, su richiesta di papa Clemente VII e sotto papa Paolo III. Per i cinque anni successivi, distruggendo l’originale disegno del Perugino, un Michelangelo oramai sessantenne lavorò per concludere in bellezza il ciclo pittorico da lui iniziato 28 anni prima.
Michelangelo, coi suoi corpi possenti e il magnifico cielo azzurro, riesce a far immergere chi guarda questo spazio indefinito nell’angoscia completa della fine dei tempi. Si tratta di un’opera così coinvolgente che papa Paolo III, secondo le cronache, si inginocchiò in un pianto di sgomento alla prima veduta del capolavoro michelangiolesco.
Il Giudizio è sicuramente un’opera complessa e ricca di dettagli, che a prima vista appare come un insieme di gruppi di corpi ingrovigliati senza un’ordine.
Nonostante la complessità della composizione lo schema narrativo del ciclo pittorico è molto semplice da seguire: si parte dal Cristo giudice in alto, col braccio teso, accompagnato da una Vergine velata alla sua destra e circondati dagli innumerevoli santi; tra questi spicca San Bartolomeo, riconoscibile per il coltello e la propria pelle tenuta in mano, nella quale si può riconoscere un autoritratto del Buonarroti.

Sempre in alto, nelle lunette, altre schiere di angeli non alati portano con sé gli strumenti della Passione del Cristo: la croce, la colonna della flagellazione, la corona di spine e la spugna imbevuta d’aceto dell’ultimo supplizio.
Tra i vari gruppi che compongono l’opera uno dei più curiosi è la schiera degli angeli senza ali che chiamano, con le trombe da cui prendono l’appellativo di “tubicini”, i giusti. Il dettaglio iconografico dei pochi eletti e dei tanti maledetti viene rappresentato semplicemente dalla dimensione dei libri che gli angeli tengono in mano, piccolo per i giusti pronti per essere portati tra le grazie dell’Eterno, e grande per i tanti dannati destinati all’Inferno.

Ai piedi degli angeli tubicini, andando da sinistra verso destra, è possibile notare la resurrezione dei corpi dalle viscere della terra, seguita dalla figura del Caronte dantesco, che col remo intimorisce un gruppo di dannati. Un altro omaggio alla Commedia è la rappresentazione del re cretese Minosse, giudice delle anime, che Michelangelo raffigura come una creature attorcigliata nella sua stessa coda.
Il Vasari riporta come il volto del mostro sia parte della vendetta da parte del Buonarroti nei confronti di Biagio da Cesena, colpevole di aver disprezzato il Giudizio affermando come fosse “cosa disonestissima in un luogo tanto onorato avervi fatto tanti ignudi che si disonestamente mostrano le lor vergogne, e che non era opera da cappella di Papa, ma da stufe [allora con il termine “stufa” (stanza da bagno riscaldata) e d’osterie”.
Lo stesso Biagio da Cesena, una volta accortosi dello scherzo, finì per lamentarsene al cospetto del papa, il quale non mancò di fargli presente come “il papa non avesse giurisdizione all’inferno”. Altri studiosi sostengono invece la teoria secondo cui a essere raffigurato come Minosse fosse il figlio di Paolo III, tale Pier Luigi Farnese, noto a Roma per essere non solo sodomita ma anche prono ad abusi sessuali, come nel caso di un giovane ecclesiastico a cui causò la morte.

La questione del nudo
I nudi di Michelangelo sono la rappresentazione della bellezza e della gloria del corpo umano, nonché dell’idea che al giudizio si arriva nudi, nel pieno della propria gioventù e forma fisica, per restituire al Signore il dono della sua immagine che lui stesso ci ha dato. Biagio da Cesena non fu però il solo a non apprezzarli, dato che nemmeno il papa fosse felice di questi “ignudi” nella cappella del conclave.
Questi ne discusse a lungo con il cardinale Carafa, che accusò l’artista di immoralità e intollerabile oscenità, dando inizio alla cosiddetta “campagna delle foglie di fico”, con lo scopo di censurare e rimuovere gli affreschi ritenuti indecenti. Anche intellettuali anticonformisti come Pietro Aretino concordavano col fatto che il pittore fiorentino avesse esagerato, non tanto per il contenuto dell’opera, ma per il contesto nella quale si trovava. A
ver esposto liberamente le parti più intime delle figure Bibliche non era, tra l’altro, l’unico problema: Michelangelo si era preso troppe licenze artistiche, come l’assenza delle ali per gli angeli e delle aureole nei santi, oppure Caronte e Minosse che, per quanto si trattasse di palesi riferimenti alla Commedia dantesca, rimanevano comunque figure pagane.

I problemi problemi legati alle oscenità degli ignudi però non finivano qui. Alcuni posizionamenti dei personaggi infatti davano luogo a situazioni alquanto sconvenienti, come nel gruppo dei santi di destra al cui interno vi sono due giovani intenti a baciarsi.
La scena più emblematica di questo problema forse è la figura di Caterina d’Alessandria chinata con la ruota dentata in mano, all’epoca completamente nuda, con San Biagio dietro di lei che potrebbe dare l’impressione di dominarla.
Finché Michelangelo fu in vita le figure non vennero modificate, per la prima censura dovremo aspettare infatti fino al 1564, anno di morte dell’artista e della chiusura del Concilio di Trento.
Tramite il pennello di Daniele da Volterra, seguace del Buonarroti, il Giudizio venne modificato per come lo conosciamo oggi: Caterina d’Alessandria venne vestita e il volto di San Biagio spostato verso l’alto, per poi proseguire con la copertura delle nudità, appellandosi la nomina di “braghettone”. Nel recente restauro, le censure di Daniele da Volterra sono state mantenute, mentre alcune più tarde sono state invece cancellate.
Nonostante questa pesante campagna di censura, l’opera del fiorentino Michelangelo si è comunque stabilita come manifesto della Maniera, divenendo fonte di ispirazione per gli esponenti dell’arte cinquecentesca.
Concludiamo il nostro racconto con la citazione tratta da una lettera di tale Don Francesco Doni, amico di Michelangelo, a quest’ultimo: “in quel di che Cristo verrà in Divinità, meriterà che egli imponga che tutti faccino quelle attitudini, mostrino quella bellezza, e l’inferno tenga quelle tenebre che Voi avete dipinte, per non si potere migliorare”. Secondo Doni infatti l’opera del Buonarroti era così perfetta che Dio stesso dovrà ispirarsi ad essa per il vero Giudizio Universale, visto che nessun altro potrebbe ricrearne uno migliore.
Bibliografia e sitografia
- https://www.thevaticantickets.com/it/vatican-history
- Antonio Paolucci – La Cappella Sistina Salvatore Settis, Tommaso Montanari – Arte. Una storia naturale e civile 3
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