M5S: nella tana del Bianconiglio – Puntata 2

Credits foto in copertina: Giovanni Gemma

Vive nel buio mediatico l’Assemblea Costituente del M5S, un’enorme operazione chirurgica a cuore aperto che ancora non ha visto la sua fine. Sottovalutata, mitizzata, mal considerata o mal riportata: eppure segna un passaggio-cardine in una forza che è stata lo spunto originale della scena politica italiana da quindici anni.

Viaggio nel MoVimento 5 stelle: ri-costruito o eliminato?

Vi vorrei far immergere invece un attimo in questo processo, darne le coordinate e – se mi date la possibilità (e l’onore) di esser letto fino alla fine – magari fornirvi informazioni e specificazioni su cosa intendiamo come “progressismo” nel MoVimento e cosa è stata la Costituente, bistrattata dai media e di conseguenza ignorata  dal pubblico. Con un po’ di pazienza, arriveremo a illuminare di più la tana del Bianconiglio.

Ripassino di storia: come siamo arrivati qui?

L’ultima seduta del Consiglio nazionale pentastellato prima delle europee di giugno 2024 lascia un’atmosfera tutto sommato tranquilla, se non proprio ottimista.

Le aspettative sono alte – molto alte, a posteriori – e la gioiosa macchina da guerra (se Berlusconi ci additò di essere comunisti, almeno rubiamo ai comunisti un po’ di lessico) degli attivisti sparsi sul territorio sembrava reggere l’urto dell’offensiva meloniana, che da Palazzo Chigi ha trasformato un’elezione europea in un plebiscito sul governo e sulla propria persona.

L’aria speranzosa che si respira ai vertici, mentre Giuseppe Conte termina il tour nei teatri italiani in cui ha spiegato le scelte del MoVimento per Strasburgo, inizierà rapidamente a scemare.

Sarà l’ultima volta – ma questo ancora, nella base e non solo, non si poteva prevedere – che “grillini” e “5 stelle” saranno termini intercambiabili.

Il 9,9% ottenuto nelle aride giornate di giugno è un macigno che nessun condizionatore allevia; la bassa affluenza nei fortini gialli – Sicilia, ma anche Puglia e Campania, in primis – è la mazzata più dura da digerire, perché proprio negli astenuti si cela la gran massa di coloro che hanno determinato lo sconfortante risultato.

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Conte, forse con un sussulto dell’istinto da avvocato, decide di battere in avanzata la giuria popolare: si farà un’Assemblea Costituente, sarà tutto in discussione, e nessun dirigente potrà interporsi nel processo.

Il presidente, prendendo in contropiede i commentatori politici come il garante Beppe Grillo, annuncia che non sarà un normale congresso, bensì un qualcosa di decisamente nuovo in senso più partecipativo.

Se guardiamo dal punto di vista non tanto politologico quanto da quello sociologico questo annuncio, è chiaro che Conte si è posto l’obiettivo più ambizioso: tentare un esperimento sociale di democrazia diretta in un’organizzazione per sua natura in qualche modo gerarchica senza provocare la morte dell’organismo politico e al tempo stesso mettendo in forse tutta la linea e le cariche interne che ne dipendono.

Neanche nella mente del fu “avvocato del popolo” questo esperimento è ancora del tutto strutturato; l’unica certezza è che lui e gli altri dirigenti dovranno stare alla finestra mentre le operazioni deliberative e le varie fasi di discussione sono affidate ad una società esterna con tanto di notaio.

Come facilmente prevedibile, il vaso di Pandora esplode – ma a gradi, giacché a gradi sono comunicate le modalità di svolgimento di questa Costituente.

Così, l’estate passa un po’ delusa e anche relativamente tranquilla sull’epidermide del MoVimento.

Senza formalità, si parla del metodo delle autocandidature, delle “candidature deboli”, oppure si loda la mancanza di nomi “calati dall’alto” (che han fatto la fortuna di PD e AVS e salvato la Lega, ma non garantiscono né fedeltà interna, né promozione dei militanti) e il contatto umano oltre che elettorale tra candidati e attivisti.

Insomma, un’analisi del voto spartana e accalorata, ma fino a fine luglio pubblicamente limitata alle europee.

Il mago di Oz e l’Elevato

La vera faglia che ha sepolto definitivamente una fase storica del M5S arriva con la riapparizione sulla scena pubblica del MoVimento di Beppe Grillo.

Il garante, il fondatore, l’“Elevato”, il “consulente comunicativo” da 25 000 euro al mese dalle casse pentastellate (su scelta di Conte, che nel 2021 sperava di tenerlo alleato, evidentemente) che non comunica con la sua creatura da anni, anzi non va nemmeno a votare.

Grillo si risveglia e inverte il ruolo con Conte: il primo diventa l’esperto di carte e cavilli, con la mano dell’amico commercialista Nadasi; il secondo si scopre difensore inaspettato (forse anche un po’ inconsapevole fino a settembre) della democrazia dal basso, dell’uno-vale-uno – che, come sottolinea Travaglio, non significa uno-vale-l’altro.

L’obiettivo ufficiale del co-fondatore (troppo spesso dimentichiamo Gianroberto Casaleggio, senza cui probabilmente non esisterebbe neppure il Grillo politico) era limitare la discussione degli iscritti, togliendo loro la possibilità di dibattere su quelli che Grillo considera capisaldi essenziali del M5S: la regola dei due mandati, il nome e il simbolo del MoVimento.

Uno scatto di ortodossia abbastanza strano. Nome e simbolo, innanzitutto, pur avendo nel tempo subìto modifiche minime, non hanno mai creato problemi particolari – e infatti quasi tutti gli interventi, di eletti o semplici iscritti, ne hanno chiesto il mantenimento, senza polemiche.

La questione dei due mandati – sulla quale non entrerò nel merito in questa sede – era stata già toccata da Di Maio con il “mandato zero”, una deroga per cui il primo mandato nei comuni e nei municipi non si conta nella somma della regola del doppio mandato – sì, insomma, un terzo mandato nascosto.

Evidentemente c’erano dei limiti in questa regola, ma la dirigenza del tempo preferì fare un giochetto di parole occultando la riforma e ritardando la necessaria discussione sul metodo.

Seguendo le parole di Casaleggio,

“ogni volta che deroghi a una regola praticamente la cancelli”,

eppure nessuno, al vertice, urlò alla morte del MoVimento.

Grillo, a parer mio, si sveglia tardi, male e con la Luna più storta del necessario.

Si sveglia tardi, perché non ha aperto bocca sui magheggi di Di Maio, sul mandato zero, né sull’addio del popolare Di Battista, tantomeno sullo stato interno del MoVimento fino all’estate 2024.

Il suo arcinoto Blog, appannaggio del suo leggendario staff, pubblica notizie da Focus, naturalmente molto interessanti ma non bastevoli a giustificare il contratto di consulenza per una forza politica – mentre i gruppi di attivisti devono autofinanziarsi o chiedere contributi agli eletti – né a creare un concreto sostegno programmatico ai 5 stelle.

Si sveglia male, perché le uniche volte che dall’inizio del regno di Luigi Di Maio in cui si è esposto con forza sono state per sostenere il governo Draghi – che ha smantellato il cuore di molte riforme dei governi Conte – mentre Conte era solo il capo di governo uscente; per difendere goffamente il figlio accusato di stupro, una delle occasioni in cui il silenzio è d’oro se parole più sagge non vengono in mente; e, last but not least, per deridere nei teatri e davanti le telecamere il neoeletto presidente del MoVimento Conte, considerato un quattr’occhi senza carisma (da cui il titolo della tana del Bianconiglio che ho fatto), mentre gli eletti vengono giudicati dei miracolati senza arte né parte.

Insomma, Grillo si è elevato, questo sì, al di sopra della disciplina politica e del suo ruolo di saggio a cui rivolgersi per consigli mentre si ricevono insulti: il vaffa va verso l’interno.

E si sveglia con la Luna più storta del necessario, arrogandosi il diritto di biodegradare il MoVimento e sciogliere con un urbi et orbi da casa sua la terza forza politica italiana, in cui milioni di elettori si riconoscono e che migliaia di attivisti portano avanti, quotidianamente, senza chiedere rimborsi, ma volentieri, perché credono nella politica come servizio pubblico.

Conte, scusandosi per l’esperienza nel governo Draghi e promettendo di continuare il “Nuovo corso”, è ora senza dubbio il capo dei 5 stelle – ma nella retorica dell’ultimo Grillo viene presentato come un maneggione e prestigiatore: il “mago di Oz”, appunto.

Non il meglio per la comunità del M5S, che rischia un secondo strappo interno dopo la scissione dimaiana.

E – quel che è peggio – vede uno spreco immane di risorse intellettuali e di tempo a inseguire la chimera d’una contesa, dovendo accantonare sui media la carrellata di temi utili e interessanti che fuoriescono dalle discussioni della Costituente.

La nave di Teseo

A malincuore, un Grillo così ridotto, lontano anni luce dall’infiammatore di piazze, è un Grillo che non dà ritorni d’immagine positivi per il M5S.

Certo, sostiene il reddito di base e la transizione ecologica, ma non costruisce nessuna proposta politica, diventando man mano anacronistico.

In un qualsiasi partito, un capo che fa uscite come quelle sul figlio o contro il proprio numero 2 sarebbe stato licenziato in tronco.

Non per rancore o regolamento interno di conti: è una questione di opportunità politica. Da non confondere con l’opportunismo che – a giudicare dai tanti fuoriusciti – pure non è mancato nel MoVimento pre-Conte.

Invece, Grillo si risveglia e pontifica.

Gli attivisti sono superflui, gli eletti buoni a nulla, i dirigenti incapaci.

Tra i big, qualcuno lo appoggia in toto, qualcuno lo segue ma senza scottarsi, qualcun altro prova a equilibrarsi.

Solo che, arrivato l’autunno, dall’altra parte non si è più disposti a pazientare.

Per un motivo o per l’altro, con convinzione o meno, sulla stampa si finisce a creare un duopolio Grillo-Conte e i toni da guerra che ne derivano non agevolano la discussione sulla Costituente: in guerra si spara e basta.

Intanto, nella vera Costituente, questo sì, migliaia di attivisti provano a trattare i temi e ragionare lucidamente, stanchi di un conflitto fratricida che ancora si può evitare ma che – politicamente come emotivamente – in ogni caso impatta.

È chiaro che viviamo in un periodo storico, a livello globale, diverso da quello che ha generato il MoVimento.

È cambiato il web, da strumento di partecipazione a mercato di oligopoli; le piazze si sono esaurite in una fase di riflusso; il M5S stesso ha fatto tre governi, è entrato nelle sale dei bottoni e – per ironia della Storia – come forza antisistema ha fronteggiato in un modo ritenuto coraggioso e adeguato una pandemia.

La figura di Giuseppe Conte ha attratto molte persone, anche al di là dei 5 stelle, e al vaffa si è accompagnato sempre di più una sorta di visione socialdemocratica e moralizzatrice della società.

Se ciò non significa che vanno buttate a mare le “origini”, è però impossibile pretendere di riprodurre ugualmente all’interno le condizioni del MoVimento Grillo-Casaleggio (o Grillo-Di Maio) e pensare di ottenere le stesse condizioni esterne.

No, non dipende da Conte o Grillo o Di Maio: non sono solo i singoli uomini a fare la Storia, e un partito anti-partito che ha innalzato lo stendardo della democrazia diretta dovrebbe aspettarselo.

L’Italia, con il suo corpo elettorale e sociale, non è immune dalle dinamiche internazionali: il riflusso non finisce alle pendici delle Alpi.

Questo è il motivo per cui ho definito “anacronistico” il fondatore, senza disprezzo o rancore; e alcuni suoi sostenitori più radicali ancora sono fissi lì, come se la novità del 2009 fosse la stessa identica del 2024.

Il Grillo del 2019 sembrava comprenderlo molto lucidamente. E già allora si parlava della trasformazione in partito e del campo largo, ma erano voci dissidenti minori.

Alla festa “Italia a 5 stelle” a Napoli, per festeggiare le prime dieci candeline spente dal MoVimento, il garante affrontò l’argomento del cambiamento in una forza politica passata dall’opposizione a tutti alla guida di un governo di coalizione.

Microfono in mano, tirò fuori il paradosso della nave di Teseo descritto da Plutarco: se Teseo, tra i suoi viaggi, è costretto a cambiare i pezzi che si usurano, alla fine la nave sarà costituita da tutt’altri pezzi, ma sarà comunque sempre la nave di Teseo.

Una storia per giustificare l’evoluzione senza perdita di identità. Poi, essendo il M5S da poco entrato nel secondo governo di coalizione (stavolta col PD), Grillo mandò un messaggio a quelli che facevano gli schizzinosi:

“Vaffanculo a voi, stavolta!”

È Nova, vecio

Nova” è il nome dato all’evento finale della Costituente, e inizialmente viene da molti interpretato come una sorta di congresso in piccolo, ma in realtà è una due giorni al termine delle votazioni online in cui si susseguono diversi incontri con personalità rilevanti dell’economia, della politologia, del giornalismo, dell’antimafia e con gli eletti per discutere della linea del MoVimento del prossimo quindicennio.

Non posso nascondere che, al netto di qualunque critica, il 23 e 24 novembre il Palazzo dei Congressi di Roma ha visto svolgersi un evento in cui sono stati concentrati, in stretta vicinanza, centinaia di eletti, esperti esterni, semplici attivisti e cronisti, senza i compartimenti stagni che di solito sono riservati a ogni categoria.

E infatti le contestazioni non sono mancate, né per la dirigenza del MoVimento da parte di attivisti, né tantomeno per alcuni ospiti.

Comunque, il clima in generale è stato – e da partecipante a tutto l’evento posso testimoniarlo più di chi è entrato solo per fare il servizio al TG – estremamente denso di una voglia politica e sociale che ormai raramente si percepisce.

Nova, si sa, si è conclusa con la vittoria della linea che vede in Giuseppe Conte e non più in Beppe Grillo il leader del 5 stelle.

Ora, però, vi sarò sembrato piuttosto agiografico così.

Non voglio intendere che Conte sia un re taumaturgo o il re Mida – altrimenti non ci sarebbe stato nessun bisogno della Costituente, o non ci sarebbe stata nessuna messa in discussione totale! Le europee, i finanziamenti ai territori, la coesistenza tra coordinatori locali e rappresentanti dei gruppi, la giovanile non del tutto costituita sono alcuni problemi reali e quotidiani che si è dovuti affrontare.

Ma la scelta di mettersi in discussione, di fare riferimento alla democrazia diretta e il dover accettare anche le contestazioni più accese e plateali (no, tranquilli, non sono quelle che avete visto pubblicamente al Palazzo dei Congressi) hanno stabilito una red line che Grillo non è riuscito a cogliere. Purtroppo per tutta la comunità, che ora si trova orfana del fondatore.

D’altra parte, i limiti che Grillo voleva imporre alla discussione sono stati rigettati più dalla base che da Conte

Il vaffa è diventato, a un certo punto, un boomerang ineluttabile.

Imbrigliato nel suo personaggio, Grillo ha dato involontariamente credito a chi, anni or sono, lo accusava di essere il frontman di Gianroberto Casaleggio; forse non è un caso che Conte, inaugurando Nova, abbia citato solo quest’ultimo e non il genovese.

Intanto, mentre scrivo, nel MoVimento ci si appresta a rivotare alcuni quesiti su richiesta – come prerogativa prevista dallo Statuto – del garante.

Per alcuni è l’ultima spiaggia prima della morte del M5S; per altri, un cavillo con cui Grillo tenta disperatamente di tenere le redini della sua creatura.

Vista la disinformazione o la semplice svista che circolano, è bene sottolineare che si rivota non sui temi, non su alcune modifiche organizzative (giovanile, finanziamento ai territori, tessera con pagamento, neppure la modifica dei due mandati), non sul posizionamento né le alleanze: si rivota solo sulle questioni statutarie, quindi anche sulla eventuale riduzione dei poteri del presidente (già accettata dagli iscritti) e sulla eventuale eliminazione della carica di garante (anch’essa, come risaputo, accettata).

Ovviamente, non tutti gli iscritti hanno preso bene la pur democratica eliminazione del ruolo del garante.

Bisognerebbe, da parte di costoro, cercare di comprendere i motivi profondi che hanno portato al genuino applauso – che persino diversi eletti hanno aborrito – che la massa a Roma ha prodotto quando è stata ufficializzata l’eliminazione del garante per suffragio.

Come in qualunque elezione, il principio per cui son tutti stupidi (o capre) tranne chi li giudica tali è il primo passo per non capirci nulla della situazione e delle dinamiche che l’hanno generata.

Tuttavia, troppo spesso la voce di chi denuncia il “grillicidio” è intrisa non tanto di considerazioni strategiche quanto di riconoscenza emotiva.

Un sentimento nobile e, in un’associazione politica, senz’altro positivo: e che però non basta quando si parla del governo di un’organizzazione ed, eventualmente, di un Paese.

Soprattutto se la riconoscenza, negli ultimi tempi, non è stata adeguatamente ricambiata.

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