Crisi: una parola, mille accezioni. Affonda le sue radici nell’antica lingua greca, derivando dal verbo “κρίνω” e, nell’uso comune, ha a che fare con la “separazione”, intesa come interruzione di una condizione di benessere e avvio di una fase di peggioramento. Ma, allo stesso tempo, accoglie in sé un profondo messaggio di speranza. Il verbo significa anche “valutare”, “stimare”, “decidere”. Sono messo costantemente alla prova: e se non fosse per soccombere, ma per migliorare me stesso e lo stato in cui mi trovo?
Introduzione
Secondo l’Istat, in Italia il 33% di chi frequenta l’Università soffre di ansia e il 27% di depressione. Qual è il rapporto della Gen-Z con la crisi? Quando il fallimento universitario e scolastico intacca la salute mentale e perché non accettiamo di poter fallire, risultando succubi della società?
Ne parliamo con Mauro, studente del Politecnico di Torino che da un po’ di tempo si fa portavoce di questa tematica, parlando di Salute Mentale Universitaria tramite il suo profilo Instagram @maurov__.
Intervista a cura di Federica Rubino
Ciao Mauro, raccontaci un po’ di te e della tua mission.
«Allora, io comincerei con questo aneddoto divertente. La mia mission è iniziata grazie a un ragazzo indiano che stava in mensa. Mi ricordo che c’erano le lasagne quel giorno e, ad un certo punto, mi trovo questo ragazzo indiano di fronte a me. Prende le lasagne e, prima di iniziare a mangiarle, versa uno yogurt tutto sulle lasagne. Questo aneddoto divertente mi diede lo spunto per fare la mia prima storia parlata su Instagram e fu talmente divertente che ci presi gusto e cominciai. […]
Poi, in realtà, la mia presenza su Instagram è iniziata grazie a @spotted_polito perché diventai “memer” per loro e quindi poi, da lì, cominciai a prendere confidenza con la piattaforma e iniziai a scoprire il mio stile comunicativo e, tra un meme e l’altro, ho iniziato un po’ a raccontare quello che mi succedeva ed era, per me, degno di nota. Inizialmente ho usato i social come diario personale e poi come fonte di spunto utile per chi, ancora, non era arrivato fino a quel punto del percorso universitario. […]
Da lì, è stata tutta un’evoluzione di questa idea di fondo: aiutare il prossimo producendo contenuti “utili”, anche raccontando episodi personali. Adesso, però, ci siamo evoluti perché l’università “esige” e, quindi, non posso mettermi a scrivere post lunghi come vorrei.
In questo periodo, ad esempio, è nato un format che si chiama “Pillole di Poli” che raccoglie, in maniera più condensata, lo stesso valore che ho sempre voluto regalare e che spero di potere sempre regalare, in futuro, a chi legge i miei post».
Che ruolo ha, per te, la crisi e quali sono i campanelli d’allarme che devono portarci a reagire?
«Il valore della crisi credo che dipenda molto da come essa venga percepita. Istintivamente la crisi è sempre qualcosa di negativo, ma poi, una volta conclusa, ci rialziamo e ci rendiamo conto che da essa possiamo trarne qualcosa di buono.
Bisogna trovare il giusto punto di vista attraverso il quale interpretare la crisi e vederla come qualcosa che, in un modo o nell’altro, ci sta regalando esperienza […]».
Anche tu sei uno studente fuorisede. Come interpreti il “cambiamento” e quale può essere il suo significato più profondo?
«La crisi è il trigger del cambiamento. Attraverso questa, infatti, ci si rende conto che una particolare situazione sta evolvendo. […]
All’università, ad esempio, ci sono molti periodi di crisi e di cambiamento. Ogni semestre, se vogliamo, c’è sempre un periodo di crisi, un approccio con l’ignoto.
La crisi è, come ho detto prima, strettamente legata al fallimento e, per far comprendere la mia visione di quest’ultimo, faccio sempre la similitudine con l’attrito. Chi ha seguito Fisica 1 sa che, per ruotare da qualche parte, una ruota ha bisogno dell’attrito, altrimenti, gira su se stessa senza avanzare […]».

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“La pace che cerchi è nella stasi del continuo scorrere”. Prendo in prestito le tue parole per chiederti come è possibile rimanere a galla nel fiume della nostra quotidianità, senza sentirci sopraffatti dalla stessa.
«Se vogliamo mantenere la similitudine con l’acqua, se ci pensi, l’unico modo per “fare il morto” è semplicemente lasciarti andare; se ti dimeni, rimani comunque a galla ma fai più fatica […].
Il concetto di fondo è la capacità di riuscire a rimanere nel presente. Molte volte, infatti, tendiamo ad anticipare il futuro o a cullarci nel passato […]».
Bibliografia e sitografia
Contributi
- Intervista a cura di: Federica Rubino
- Editing Video: Benedetta Bruno
- Correzione bozze: Sara Altamura
- Trascrizione intervista, impaginazione e SEO editing: Gianmarco Loiacono
