Di recente è stata celebrata la giornata dedicata (5 Ottobre) agli Insegnanti di tutto il mondo: l’ambìto, il dibattuto, l’amato e temuto da generazioni. L’Insegnante c’è e il suo ruolo è inevitabilmente protagonista in ogni realtà educativa e scolastica dell’essere umano, ma in che misura insegnare è incisivo e, soprattutto, per quale motivo scegliere di farlo?
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Insegnare per sopravvivere o per rinascere?
Forse è questo insegnare: fare in modo che a ogni lezione scocchi l’ora del risveglio.
(Daniel Pennac)
È mezzogiorno e le campane iniziano a suonare. Battono imperterrite per richiamare l’attenzione del mondo sul Sole, che ha appena raggiunto il punto più alto nel suo viaggio quotidiano attraverso il cielo. È più pronto e vivo che mai per illuminare, per ricordarci che siamo vivi per mezzo della sua luce.
È così che immagino l’insegnante: portatore di luce accecante al rintocco della campanella.
Entra in aula e non vede l’ora di celebrare la sua rinascita e quella delle anime irripetibili che sta per incontrare. L’appello è il rituale attraverso cui gli studenti vengono invitati al risveglio e condotti all’ascolto di sé stessi e del presente.
Socrate, maestro di quest’arte, la chiamò “maieutica“, nonché esercizio mirato a tirar fuori la propria verità, quella di tutti i suoi allievi intenti a raggiungere la conoscenza.
Ma le lancette non segnano sempre mezzogiorno. Più si va avanti, più si fa notte e si svela la realtà.
Non tutti gli insegnanti agiscono per vocazione; molti, la ritengono l’alternativa, l’ultima carta del mazzo quando tutte le altre sono state già giocate e perdute.
Bisogna pur sopravvivere in qualche modo, ma scegliere di insegnare per sopravvivenza è una condanna alla “non vita” nei confronti di chi è lì che vorrebbe e dovrebbe imparare.
Diventare insegnanti
Oggi, insegnare sembra più difficile che mai. Concorsi e percorsi abilitanti, necessità di numerosi crediti formativi e nuovi DPCM all’ordine del giorno.
Occorre munirsi di un’estrema determinazione per intraprendere questo lungo e tormentato viaggio, eppure la richiesta non sembra calare: tantissimi aspiranti insegnanti, ma in pochissimi arriveranno in cattedra.
Sapere ciò che si vorrebbe fare e confrontarlo con ciò che si può fare risulta spesso scoraggiante, sebbene si possa sempre scegliere la prospettiva da cui osservare il proprio percorso.
Non è una professione bianca o nera, perché porta con sé infinite sfaccettature e molteplici strade per raggiungere la meta.
Nonostante la necessaria lontananza da casa e il mal di mare, è un’Odissea che merita di essere sinceramente vissuta da chi riesce a vedere la mappa e vuole seguirla a tutti costi pur di arrivare ad Itaca, che – per un docente – è un’aula piena d’amore, una terra fertile pronta ad essere coltivata all’infinito.
Imparare e insegnare nel terrore delle aspettative: docenti e alunni a confronto
Uno degli scrittori che più ammiro è il rinomato Prof 2.0, Alessandro D’Avenia, diretto a ricordarci che arriva quel momento per tutti, quello della fatidica domanda: “Per cosa sono venuto al mondo?”.
Potremmo rispondere direttamente con l’immagine di un uragano, perché sarebbe l’unica in grado di rappresentare ciò che vediamo e sentiamo quando si tratta di comprendere cosa ci rende davvero unici in questo mondo; cosa ci contraddistingue al punto da identificarci tra miliardi di persone.
Ed è subito caos: paura di non essere abbastanza; FOMO (Fear Of Missing Out); scadenze da rispettare pur di non deludere i riferimenti della nostra vita; confronto con la società che continua a mostrarci quanto non riusciamo ad essere all’altezza delle aspettative.
Ma di quali aspettative parliamo? Chi e cosa stiamo rincorrendo per davvero?
Possibile che a 16 anni sei convinto che la vita sia la scuola e la scuola sia la vita? Che l’inferno siano i professori e il paradiso i giorni di vacanza?
(Alessandro D’Avenia)
Che i voti siano il giudizio universale?
A qualsiasi età, ogni esame diventa un timone che non abbiamo mai il coraggio di condurre con serenità. Restiamo travolti da ciò che vorremmo essere e ci allontaniamo da chi siamo, dall’hic et nunc su cui è interamente basata la nostra vita e per cui siamo al mondo.
La scuola non dovrebbe essere un baratto di voti e di giudizi tra docenti e discenti, ma un trampolino verso il proprio io interiore, verso la vita della consapevolezza.
A scuola di di vita
Mi dicevano che sarei stato un morto di fame.
(Alessandro D’Avenia)
Si sbagliavano: sarei stato vivo dalla fame.
Questa è la citazione che mi salva ogni qualvolta, durante il mio percorso matto e disperatissimo, perdo di vista il mio infinito e mi lascio naufragare un po’. Chi ha fame di vivere non può fare a meno di donarsi alla vita e di donare vita.
Un “in-segnante” (l’etimologia latina parla da sé), pretende di lasciare un segno e di avere un posto nel mondo, ma non uno qualunque: il suo.
Egli necessita quella fame insaziabile, perché è segno di rivoluzione continua e segnale di energia vitale, proveniente da cuori illuminati apparentemente nascosti dietro un banco.
Il movimento di rinnovamento dell’educazione di John Dewey (1859-1952) è l’esempio di scuola intesa non più come trasmissione passiva di dati e informazioni aride, ma esperienza di vita vera, in cui l’insegnante è spettatore attivo e intraprendente.
Dove incontriamo un’anima con una storia difficile da amare, è li che dobbiamo fermarci e “ri-animare”. Solamente in questo modo si lascia un segno senza cicatrice: con e per amore.
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Bibliografia
[1] D. Pennac, Diario di scuola
[2] A. D’Avenia, L’appello
