Critica al populismo: una valle di restrizioni

Nel mondo occidentale di oggi, si respira un’aria nuova: il populismo. Le sue tendenze rischiano però di frantumare le nostre grandi conquiste: il mondo liberal-democratico si ritrova alle strette. E allora occorre affrontarlo, mostrarne le inconsistenze per poter provare a guardare oltre verso un’alternativa.

Un viaggio nel populismo


Populismo: il nemico che non si può definire

Considerare il fenomeno del populismo come se fosse solo qualcosa di indispensabile, e forse anche di passeggero, entro il panorama democratico è un errore: sviare da tale fenomeno potrebbe condurci a conseguenze ben più drastiche di quelle che è possibile immaginare.

La stessa democrazia oggi risulta essere messa a repentaglio da queste spinte populiste. Prima di vedere quali sono le conseguenze dei moti populisti, occorre individuare questo fenomeno che caratterizza sempre più governi del XXI secolo, e in particolare degli ultimi anni.

Già qui si incontra una prima difficoltà, ossia l’eteronomia del fenomeno: da quello di carattere latino-americano a quello europeo, risalendo anche ben prima ad alcuni movimenti contadini della Russia zarista, possiamo parlare sempre di populismo.

Dato questo panorama, risulta complesso trovare una definizione che raggruppi ogni sfaccettatura, suscitando un acceso dibattito tra gli studiosi del fenomeno.

Per i fini qui proposti, ci indirizzeremo a considerare il populismo europeo, data la sua rilevanza per noi al giorno d’oggi.

Il significato del risentimento

Il populismo può essere considerato come un figlio illegittimo dell’affermazione di un’economia del mercato incontrollata. Venute meno negli anni 70 e 80 dalle politiche protezionistiche del secolo scorso, il mercato libero è andato sempre più ad affermarsi come se fosse un principio naturale entro cui:

il migliore si afferma.

Tanto quanto la famiglia o la vita socievole, anche il mercato ha ottenuto il suo spazio nella natura. [2]

Di fronte a ciò, il ceto medio ha perso il suo orientamento: vedendo una politica sempre più interessata ai tornaconti economici e distante dagli interessi popolari, ha incominciato a coltivare risentimento.

Oltre a ciò, il fenomeno della migrazione ha allargato ulteriormente il peso: vedendo individui che valicano i confini nazionali e che sembrano godere più loro che noi dei diritti civili, abbiamo la goccia che fa traboccare il vaso.

Iniziano ad affermarsi demagoghi che, sulla scia di questo risentimento, guidano il popolo ferito verso una meta idillica in cui al centro ci sono i veri interessi della nazione.

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La base democratica del populismo

Il fenomeno del populismo prende avvio da una caratteristica totalmente democratica: una tensione mai risolta tra governati e governanti, che offre dinamismo alla stessa democrazia.

Data l’impossibilità di pretendere una maggioranza sociale, ogni governo deve fare i conti continuamente con una volontà che non potrà mai governare ma con la quale dovrà confrontarsi.

Proprio in questo limite al governo si iscrive un fondamento prettamente liberale della democrazia, ossia la garanzia di pluralismo di idee. Data la libertà di pensiero, è impossibile poter convogliare ogni idea e ogni visione sotto una comune bandiera.

Per rispondere a tale fine, la democrazia offre una vasta pletora di partiti che si fanno carico di alcune di quelle idee, battendosi per permettere a queste di avere un riscontro politico.

Se un solo partito pretende di costruire un governo volto solo alla sua di maggioranza, lo stesso concetto di democrazia viene storpiato. Questo orizzonte è quello che si delinea in una democrazia in mano al populismo: una democrazia che sceglie la governabilità, che piega il regime strutturale a quello che vuole.

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La presunta fine della storia


La tesi di Fukuyama

Tra le grandi opere pubblicate negli ultimi decenni, senz’altro si colloca la summa di Fukuyama: La fine della storia e l’ultimo uomo. [1]

Quest’opera venne salutata come la fine di un periodo di contesa tra due super potenze, gli Usa e l’URSS, e la nascita di un nuovo ordine mondiale entro cui la liberal-democrazia avrebbe trionfato.

A seguito della caduta del muro di Berlino avvenuta nel 1989, il mondo ha potuto conoscere la prosperità di un modello politico che permettesse a tutti di vivere le proprie libertà individuali, tutelate dai diritti, grazie all’affermazione incontrastata della democrazia.

In questo scenario, Fukuyama afferma l’avvento della fine della storia come meta ultima di un processo politico per eccellenza: la democratizzazione.

Ogni cittadino oggi può indirizzare in modi diversi la sua richiesta di identità in istanze politiche, ma questa possibilità si svolge sempre dentro il contesto democratico. Se però non è possibile nessun processo ulteriore, rimane la possibilità della regressione. Su questa traiettoria si pone un fenomeno oggi molto vivo nel mondo occidentale.

Il rapporto ambiguo con la costituzione


La costituzione come garanzia

Contro questa forzatura democratica, possiamo risalire al nostro più grande alleato: la costituzione. Nel mondo di oggi, ogni paese che si definisce democratico possiede una costituzione che definisce i diritti e i limiti di ogni potere; essenzialmente facciamo riferimento a tre tipi:

  • esecutivo;
  • legislativo;
  • giudiziario. [3]

Se facciamo un focus, in particolare sulle costituzioni europee, si nota un carattere di fondo comune:

evitare che le più semplici libertà e diritti individuali vengano sovvertiti.

Questa necessità è andata ad impostarsi dopo i violenti regimi autoritari che hanno caratterizzato il vecchio continente, primo tra tutti il fascismo: per evitare una nuova riduzione delle libertà individuali, la costituzione, con il rischio di risultare ridondante e ‘banale’, le pone nero su bianco.

La garanzia di ciò che non deve essere violato in nessun modo dipende da un pezzo di carta che deve essere vivo sempre nello spirito della cittadinanza.

In questo modo, pur essendo ‘date per scontate’, la cittadinanza si nutre di queste banalità e le rende concrete nella vita quotidiana.

L’attacco alla Costituzione

Definito il ruolo della Costituzione, è giunto il momento di vedere come si relaziona il populismo alla democrazia: se da un lato rispetta i principi fondamentali, dall’altro tenta di modificarla.

I partiti populisti non vogliono imporsi come l’unico partito (tantomeno come partiti militanti, per riprendere un’immagine classica del fascismo) ma è chiaro come vogliano procedere nella modifica del cuore della democrazia non per rovesciarla ma per ridurla al minimo.

Il governo populista mette le mani sulla costituzione in nome della sua battaglia all’establishment: se questa è corrotta, allora loro, che sono i buoni, possono anche permettersi di aggiustare ciò che è frutto di mano impura.

Questo ragionamento si nutre di un presupposto che il populismo presenta in ogni suo partito: definire la non necessità di considerarsi ‘antifascisti’ in quanto, ormai, il fascismo fa parte del passato e quindi è qualcosa di defunto.

Quest’idea va a braccetto con una seconda: l’antifascismo, in mancanza di un nemico, il suo alter storico, diventa una dittatura che zittisce chiunque non la pensi alla stesso modo e quindi occorre prenderne le distanze.

Si apre uno spazio costituzionale che permette di piegare la nostra carta di chi ha la maggioranza.

È proprio in questo frangente che si vuole pretendere una maggioranza sociale, dove il peso dell’opposizione, delle altre opinioni, viene ridotto al minimo. Solo chi è al governo decide, trasformando le elezioni in un plebiscito. Il popolo vota, il vincitore delle elezioni domina incontrastato nell’esecutivo.

Anche se non si tratta di un autoritarismo, abbiamo una democrazia non più liberale, ma afascista [4]:

lontano tanto da fascismo quanto da antifascismo, si pretende di ignorare ciò che non è solo passato, ma un continuo pericolo reale.  

-Leggi anche: Background puritano e riflesso religioso

Antifascismo, la nostra sicurezza

Contro l’idea per cui il fascismo e antifascismo sono storia passata, è sufficiente rifarsi alla guerra civile per eccellenza tra i due schieramenti:

la guerra civile italiana.

I partigiani italiani hanno combattuto contro il fascismo in quanto vedevano nel nemico comune tutto ciò che era opposto ai loro desideri, uno stato che costringe ad adattarsi ad una forma imposta.

Tra gli stessi partigiani non c’era una condivisione di idee, presentando:

  • comunisti;
  • liberali;
  • cattolici.

ma ciò che li accumunava era la loro speranza:

uno stato democratico in cui poter essere se stessi.

Seppure una certa prospettiva errata sull’antifascismo possa apparire come l’imposizione di un nuovo pensiero comune, in realtà è la posizione di coloro che non vogliono rinunciare a ciò che c’è di più importante:

la libertà di espressione.

Da ciò, si deduce anche il legame tra antifascismo e Costituzione: garantire una democrazia non perfetta, non puramente esecutiva, ma che accetti che ogni uomo possa esprimersi come cittadino al suo interno.

Il passaggio da uomo a cittadino comporta enormi benefici, ma affinché avvenga ci deve essere una tutela di quello che l’uomo è: un essere animale socievole che abbia libertà di azione e di pensiero a cui venga garantita una dignità.

Piegare la democrazia agli aspetti più funzionali corrompe il cuore democratico stesso.

La questione dell’identità


Identità monolitica

Altro cavallo di battaglia sfoderato dal populismo è il nativismo.

Proprio per tutelare il presunto popolo giusto, si allude a un attacco, dalla establishment, a ciò che caratterizza questo con i suoi valori e la sua identità.

Il nativismo è più conosciuto sotto le spoglie della cosiddetta ‘sostituzione etnica’, ossia quella teoria secondo cui le compagnie capitalistiche, ricercando manodopera a basso costo, promuovono la venuta in Europa di immigrati dal continente africano e zone meno fortunate.

Seguendo tale ragionamento, con il passare delle generazioni dovremmo andare incontro a un ricambio degli europei, addirittura a una vera e propria invasione, tramite cui i valori del vecchio continente verrebbero minati e dispersi.

Siamo di fronte a una concezione di identità che, non tollerando passi indietro, considera il popolo portatore di una tradizione e di una identità inscalfibile, come:

un monolite.

L’incomprensione principale che porta il populismo ad avversare i presunti tentativi di scardinare questi valori europei è una mala comprensione del senso del pluralismo, esattamente ciò che caratterizza, come abbiamo già evidenziato, la liberal-democrazia.

Il pluralismo ha un visione semplice e lineare:

nelle garanzie di libertà individuali e tolleranza reciproca, ogni gruppo religioso, etnico, può professare i suoi usi e costumi.

Se allora questa identità europea si fonda sul nulla, esiste un’identità vera del vecchio continente?

La ‘vera’ Europa

Uno sguardo attento alla storia del continente ci suggerisce come la sua stessa cultura europea si giochi nel confronto e nello scambio tra popoli diversi tra loro.

Certamente i rapporti non sono sempre stati pacifici, ma possiamo individuare un condensato sovra-storico che caratterizza la vera identità europea:

il dispositivo del dialogo.

Questo permette di costruire un campo di gioco comune in cui tutti coloro che decidono di partecipare si pongono nel rispetto delle opinioni altrui: tanto quanto si pretende che il proprio punto di vista venga ascoltato, lo stesso lo riterranno gli altri, e quindi si crea un’intesa reciproca per cui nessun ne viene escluso.

Chi critica il campo, si sta già muovendo al suo interno: criticare consiste nell’esprimersi e nel prendere parola.

Se la democrazia deve essere un’occasione di cercare un equilibrio tra tutti i coinvolti, allora deve essere una questione anche di deliberazione:

solo il dialogo permette queste.

Qualsiasi presa di posizione a priori tradisce lo stesso spirito europeo, rischiando di andare incontro a pratiche liberticide.

Questo discorso non comporta riconoscere come ogni stato europeo sia nato allo stesso modo di tutti gli altri, ma che anzi proprio perché ognuno è nato in modo diverso, riconosca l’importanza dialogica del confronto tra differenze.

Tanto il liberalismo quanto la democrazia, grazie al dialogo, sono l’eredità che ci carichiamo sulle spalle da chi è venuto prima di noi.

Il futuro incerto dell’Unione Europea


La questione del pluralismo e dell’identità europea si inserisce in un contesto istituzionale ben preciso oggigiorno.

Non dobbiamo solo fare i conti con realtà nazionali, ma anche sovranazionali come l’Unione Europea.

È noto che ad inizio giugno di quest’anno saremo chiamati a votare per il parlamento europeo, ed è anche ben noto come la composizione futura di questo avrà un peso notevole per quello che verrà.

I pericoli che si presentano all’orizzonte sono di due tipi: o una

  • UE puramente formale dove ogni stato membro non deve rendere conto di nulla;
  • UE che segua una deriva nazionalista con la difesa di quella inconsistente identità inscalfibile.

Occorre guardare oltre questi due modelli, alla ricerca di un approdo meno drammatico.

Il modello da contrapporre a questo apparente destino, da cui non sembra esserci via di fuga, è la riprogettazione di tutta la istituzione della UE.

Un’istituzione che non sia solo di regolazione tra nazioni ma diventi portatrice di un cosmopolitismo che possa essere di esempio:

avere delle frontiere tra stati che non siano regolati solo da trattati e da leggi ma che siano ponti e punti di contatto tra membri.

Sperare negli Stati Uniti D’Europa come un antidoto al populismo: i cittadini di ogni stato sarebbero portati a intrecciarsi ulteriormente, senza mettere il proprio in contrapposizione con gli altri.

Il sogno di una confederazione di stati che riconosca il suo impegno nel riconoscere libertà e diritti tramite un centro democratico.

Ad oggi, tutto questo sembra quasi essere un’utopia: dati i venti populisti che soffiano, gli USE tirano in direzione opposta. [5]

Partendo da poche speranze, occorrerà ricercare modi di indirizzarsi verso questi.

La sfida al populismo è solo appena incominciata.

La lotta aperta

Tutto ciò che è stato delineato fino a questo punto non è stato un tentativo di andare oltre al populismo.

Pur avendo cercato di delineare un minimo appiglio alternativo, l’obiettivo era di mostrare l’inconsistenza del populismo e tutto ciò che rischiamo di perdere sotto la sua spinta.

Prese le distanze da questo fenomeno, occorre però ripensare a come salvarci.

La democrazia è un sistema imperfetto, entro cui trova spazio anche ciò che gli si oppone, ciò che è contrario alle sue conquiste. Proprio per questo motivo il populismo è legittimo nel campo democratico, e proprio per questo occorre confrontarsi contro esso continuamente, nel bene o nel male.

Se la distanza tra governati e governanti è un fenomeno, qualcosa di reale e attestabile oggigiorno, la reazione populista non può essere la sola risposta.

Devono esistere alternative.

La lotta è aperta, lo scontro sarà duro.

Bibliografia


[1] A. Mulineri, Contro la democrazia illiberale. Storia e critica di un’idea populista, Donzelli Editore, 2024.

[2] D. Urbinati, G. Pedullà, Democrazia afascista, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, 2024.

[3] D. Urbinati, Io, il popolo: come il populismo trasforma la democrazia, Il Mulino, 2020.

[4] F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, UTET, 2020.

[5] G. Verhofstadt, Gli Stati Uniti D’Europa. Manifesto per una nuova Europa, Fazi Editore, 2006.

[6] T. Todorov, Identità europea, Garzanti, 2019.

[7] V. E. Parsi, Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale, Il Mulino, 2018.


Note


[1] F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, UTET, 2020.

[2]  Cfr. V. E. Parsi, Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale, Il Mulino, 2018, in particolare cap. 1.

[3] Un elenco completo dei paesi che hanno una costituzione viene offerto da Wikipedia: Lista delle costituzioni – Wikipedia

[4] Cfr. D. Urbinati, G. Pedullà, Democrazia afascista, in particolare cap. 2.

[5] Un tentativo di delineare gli USE viene offerto in G. Verhofstadt, Gli Stati Uniti D’Europa. Manifesto per una nuova Europa, Fazi Editore, 2006.