Una prospettiva politica sui diritti umani

Le fondamenta del diritto umanitario sembrano vacillare davanti agli orrori come quello che sta avvenendo a Gaza negli ultimi mesi. Le notizie di ripetute violazioni dei diritti fondamentali degli individui lasciano sbigottiti e spesso ci si chiede perché strumenti giuridici come la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo approvata dall’ONU non si dimostrino all’altezza del compito che si erano prefissati. Per comprendere la radice del problema è opportuno ampliare il proprio sguardo ed evidenziare la problematicità dei presupposti ideologici e culturali del diritto umanitario: l’Occidente che se ne è fatto promotore è altrettanto disposto a garantirne l’efficacia?

L’ineffettività del diritto umanitario


Sono passati poco più di settant’anni dalla nascita delle Nazioni Unite e dalla stesura di quella Dichiarazione universale dei diritti umani che si proponeva di opporre alla violenza, alla discriminazione e alle disuguaglianze un ragionevole strumento giuridico a garanzia dell’uguaglianza di tutta l’umanità.

Eppure, nel corso di settant’anni questo ragionevole strumento giuridico non solo si è rivelato estremamente insufficiente nel far fronte a gravissime crisi umanitarie (guerre, genocidi, dittature sanguinarie e altre ancora), ma è stato utilizzato come pretesto per avviare interventi bellici non meno sanguinosi delle problematiche che ci si proponeva di risolvere – come nel caso della Guerra del Golfo o della crisi nella ex-Iugoslavia, con tutte le dovute riserve sulla necessità dell’utilizzo della forza militare.

Soprattutto, negli ultimi mesi le stragi occorse a Gaza hanno posto una spinosa questione politica che fa cadere l’Occidente in contraddizione: se il diritto umanitario è davvero così importante per il compito delicato che svolge, perché l’impegno dei governi a farlo rispettare è ambiguo? Dove si è sbagliato nel corso di decenni di storia?

Le risposte si sprecano. I giuristi più critici (rimando a tal proposito alla lettura del volume curato da Massimo Meccarelli, Paolo Palchetti e Carlo Sotis, Il lato oscuro dei diritti umani, pubblicato nel 2014 presso l’Universidad Carlos III di Madrid e accessibile online a questo link) possono obiettare riferendosi all’effettività del diritto umanitario che per sua stessa natura avrebbe bisogno di un’autorità coercitiva capace di sovrastare il potere degli Stati nazionali: se il progressivo depotenziamento dello Stato sembrava rientrare nelle intenzioni dei governi per la seconda metà del secolo scorso (cfr. l’art. 11 della Costituzione Italiana, che consente espressamente “limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”), il populismo reazionario degli ultimi anni ha riportato in vita l’immagine di uno Stato forte che non riconosce nessun potere superiore a sé.

Sotto quest’ottica, la Dichiarazione dei diritti umani si sarebbe dimostrata eccessivamente ottimista e lungimirante, confidando che si sarebbe arrivati prima o poi a strumenti effettivi di coercizione sugli Stati per garantire un’esistenza dignitosa a tutti i cittadini del mondo. Si tratta di un ottimismo comprensibile se si guarda ai principi liberali che ispirano la stesura della Carta: non solo la fiducia nel progresso, che avrebbe dovuto impedire il ripetersi di massacri disumani come l’Olocausto, ma anche una visione “individualista” del diritto che tende a concepire la persona umana come un’entità astratta, svincolata dalle reali condizioni di vita e dai rapporti materiali che la interessano.

È in questo idealismo che andranno cercate le ragioni dell’ineffettività del diritto umanitario: l’obiettivo rimane quello di preservare l’incolumità di una particolare idea di “Uomo” con i suoi diritti inalienabili, piuttosto che le persone reali che subiscono sistematicamente la violazione dei propri diritti fondamentali.

La pretesa dell’Uomo “universale”


Possiamo, quindi, parlare di una certa “ingenuità” del diritto umanitario? Potremmo, se non fosse che gli argomenti che disciplina sono di enorme gravità, e pensare che dietro la codificazione di regole concernenti genocidi, massacri e crimini di guerra non ci sia stato un enorme sforzo giuridico e intellettuale è una lettura riduttiva del problema. Il diritto umanitario non è semplicemente “ingenuo”.

Si fonda su un preciso indirizzo politico di stampo liberale-occidentale ed è esclusivamente questo indirizzo politico che deve legittimare per essere ancora credibile. Di contro all’universalismo che viene declamato, è evidente che la Dichiarazione dei diritti umani trovi i suoi naturali antagonisti in tutte le esperienze politiche che non si rifanno al paradigma liberal-democratico. Se da tali esperienze dovesse sorgere una “Dichiarazione dei diritti umani” figlia di una concezione differente dell’umanità e del diritto, questa verrebbe certamente rifiutata e ritenuta una minaccia al diritto umanitario vigente, nonché uno strumento attraverso cui il potere antagonista possa violare sistematicamente la dignità umana.

Sembra che l’infallibilità occidentale sia un dogma per il liberalismo come l’infallibilità papale è un dogma per il cattolicesimo. È superfluo sottolineare le fondamenta colonialiste di questa concezione, che vuole trovare negli schemi politici tipicamente occidentali i migliori esempi di organizzazione della vita collettiva, pronti ad essere emulati (se non imposti, si veda ad esempio la Costituzione giapponese) in tutto il resto del mondo. Forse una corretta valutazione della presunta inefficacia del diritto umanitario richiede innanzitutto una corretta comprensione delle idee che lo ispirano.

Si tratta di idee particolari e non universali, ma con pretese universalistiche: non potranno che essere recepite con ostilità e diffidenza da chi le interpreterà come un altro strumento di potere delle nazioni occidentali. Sarebbe forse il caso di ammettere che l’idea stessa di un “diritto dell’uomo” comprende una concezione ben precisa dell’uomo, e la pretesa di universalizzarla non può che scontrarsi con quella di altre culture.

La vera ingenuità sarebbe quella di non riconoscere gli interventi umanitari come vere e proprie “missioni civilizzatrici”, laddove il concetto di “civiltà” viene sempre ricondotto a un’antropologia occidentale che preserva il sistema di potere liberale in maniera più o meno dichiarata. Che questo sistema di potere garantisca un’uguaglianza formale ai destinatari del diritto umanitario è indubbio; più ambigue sono invece le garanzie che tutti possano effettivamente ricorrere agli strumenti giuridici per lottare contro abusi e discriminazioni, se ammettiamo che è proprio grazie a essi che il potere può sopravvivere.

Un’azione possibile


Per concludere, un diritto umanitario davvero efficace richiede una revisione delle basi su cui esso si fonda. All’idealismo delle Dichiarazioni si dovrebbe sostituire un concreto sguardo ai rapporti materiali di forza tra individui e all’universalismo occidentalizzante si dovrebbe opporre una nuova concezione dell’Uomo libera da pregiudizi colonialisti, che sia capace di accogliere le differenze culturali tra tutti i popoli del mondo.