La plurivocità della tradizione

Mettere da parte ogni scontro e ogni chiusura in una presunta identità assoluta, per rimettere al centro ciò che c’è di umano nella tradizione, e quindi nel Natale, apre nuove occasioni di confronto. Una ‘plurivocità’, appunto.

Dicembre: il mese più ‘caldo’

Dicembre è quel periodo dell’anno in cui le città e le case si colorano di luminarie varie e ci si appresta a comprare i regali da scambiare con i propri cari.

Oltre a questi aspetti più giocosi, scoppiano le solite polemiche inerenti al significato del Natale:

  • Chi difende le radici cristiane di questo;
  • chi invece ricerca una linea più morbida per renderla più accogliente, non si arriva a nulla di compiuto.

Quello che però si ottiene è la stessa identica dinamica che si ripresenta l’anno dopo.

Una via di fuga da questa polemica eterna potrebbe nascondersi in un particolare intreccio tra postmodernismo e tradizione, affinché una luce permetta di vivere in armonia e appianando scontri inutili.  

La tradizione tra metanarrazione e festività

Certamente il Natale per lunghi secoli è stato il simbolo per eccellenza della cristianità, la nascita di Gesù viene ancora oggi del resto vista come l’inizio della salvezza di Dio che, facendosi carico di tutti i peccati sulla croce, compirà questa.

Un tale evento viene considerato fondante per una certa tradizione, in questo caso quella cristiana:

Un insieme di regole e di norme per una pratica comune entro cui una comunità fonda la sua identità.

Portandola avanti per secoli, diventerà detentrice del senso comune e permetterà di scandire la vita quotidiana.

in questi termini si viene a costruire una metanarrazione, un orizzonte culturale comune a cui tutto aderiscono affinché possa realizzarsi una società protesa verso un fine preciso.

Le festività diventano uno strumento per ricordarsi i fondamenti da cui si è partiti per costruire quella società e come sia necessario riportarli sempre in vita per arricchire e ricordare quel senso che viene impresso in ogni azione.

Un esempio ottimo di questo è il medioevo europeo: uomini e donne di quei secoli vivevano in un contesto profondamente cristiano, tanto che ogni evento e ogni pratica veniva scandita seguendo gli insegnamenti del nuovo e dell’antico testamento.

Questo ha comportato anche una divisione netta nella folla:

  • Chi era con loro, e quindi cristiano, era nel giusto;
  • chi era diverso, come i saraceni, era il nemico.

Se anche ci fosse stato spazio per il soggetto, questo si sarebbe riconosciuto come parte di un ordine più ampio che veniva posto come verità assoluta.

La fine delle metanarrazioni: il postmodernismo

Nel giro degli ultimi decenni, però, le cose sono cambiate.

Gli individui hanno iniziato a prendere con le proprie mani la direzione da dare alla propria vita, in peculiar modo:

il senso da costruire

Piuttosto che aderire ad un orizzonte comune. Ed ecco l’alba dell’individualismo: non si è più disposti a sacrificarsi per un fine uguale agli altri, ma la propria soggettività viene al primo posto contro tutto e tutti.

  • Se da un lato ciò ha alimentato un cinismo, ossia una astensione dall’aiuto verso l’altro;
  • dall’altra ha certamente però dato maggior voce a quell’ ‘Io’ messo in secondo piano da ogni metanarrazione.

Si è assistito allora anche al tramonto di queste: disillusi dalla possibilità di far aderire un progetto ideale al reale, ci siamo imbattuti nel postmodernismo.

Ovviamente la tradizione ne ha risentito: messa da parte per dare uno spirito più multiculturale in cui non c’è un dominio di una singola prospettiva.

Ha suscitato il risentimento di alcuni che invece lottano per difendere questa identità culturale di cui siamo portatori e da cui discendiamo.

Da questo sono seguiti proprio quegli scontri che però non portano da nessuna parte, ma anzi nell’attrito le divisioni sono sempre più distanti. Occorre allora trovare una risposta nuova.

Ripensare la tradizione

Per continuare ad avere un ruolo, la tradizione nel postmoderno deve abbandonare quell’alone di superiorità per potersi calare in un contesto umano ed eterogeneo.

Se infatti andassimo oltre a questo presunto fondamento, si noterebbe come ogni tradizione abbia cercato di legare sé stessa a quello che c’era prima, aggiungendo elementi nuovi.

Non si è mai presentata come piovuta dall’alto, quanto qualcosa di umano costruito per altri esseri umani affinché non si andasse in contro ad un disorientamento nel mondo.

Ogni tradizione rispetto a quelle precedenti ha una continuità.

Non è un caso, allora, che lo stesso Natale cade il 25 dicembre ogni anno, ma non per motivi sacri quanto piuttosto perché la chiesa voleva ridare ai popoli pagani un nuovo orizzonte in cui iscriversi senza però stravolgere la loro esistenza.

Ecco perché, nello stesso periodo, cadano sia la celebrazione dello Yule che quella del Sol Invictus.

La stessa simbologia, dal semplice presepe fino all’albero di Natale, ci ricorda come il Natale stesso sia una somma di aspetti diversi tra loro.

Di questa ricostruzione storica, allora, possiamo farne tesoro anche oggi ma con una differenza: anziché tendere verso una unità, possiamo fare vivere ogni aspetto nella sua eterogeneità.

La tradizione non ne viene scalfita, ma anzi offre occasioni di confronto.

Per avere un legame concreto con la esperienza quotidiana, vediamo che la nascita di Gesù continua a rimanere entro la celebrazione del Natale, ma solo come uno dei suoi aspetti:

se qualcuno volesse vivere il Natale in modo diverso, sarebbe messo sullo stesso livello del cristiano. Lasciando libertà ai singoli, la tradizione difficilmente verrà eliminata, in quanto non verrà avvertita come un ostacolo.

La tradizione nella sfera pubblica

La questione ovviamente ha un suo spessore al di fuori della zona privata: nei luoghi pubblici serve decidere che tipo di atmosfera dare in prossimità di certe occasioni.

Tale compito non può essere definito a priori, ma solo tramite una costruzione sotto forma di dialogo in cui tutti possano partecipare.

Confrontando più opzioni e voci diverse, è possibile ottenere compromessi accettabili da tutti; se infatti il pericolo avvertito è di essere soppiantati da ‘nemici’ esterni, la risposta non deve essere di chiusura e ottusità, ma di dialogo.

Infatti, grazie a questo, prima di tutto, si riconosce ogni individuo come:

autonomo e libero

capace di partecipare a questioni che lo riguardano, e inoltre si offre uno sguardo più accogliente verso l’altro.

Solo se si mostra la possibilità di un altrimenti, si può allora mostrare che esiste possibilità per la tradizione di parlare di essere viva nel presente.

Imparare a considerare il Natale, e più in generale ogni tradizione, come se fosse una plurivocità di aspetti eterogenei tra loro può impedire a questa di rimanere confinata in un passato ormai superato.

Mettere al primo posto l’umanità retrostante a questa dona nuova vita ad ogni festività.


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Bibliografia


[1] J.F. Lyotard, La condizione postmoderna

Sitografia


[1] T. Donati, Babele, Qoelet, Ulisse e noi: un viaggio nel postmoderno

[2] Le origini storiche del Natale