Riflessione sul femminicidio


È il 18 novembre e hai appena aperto un qualsiasi social network dopo la diffusione della notizia del rinvenimento del corpo di Giulia Cecchetin. “Un bravo ragazzo”, “Se domani sono io, se domani non torno […]”, “L’amore vero non uccide”, “Educate i vostri figli”.


La verità scomoda è che sono solo parole scritte da donne, lette da donne, ricondivise da donne ed è molto raro che possano diffondersi in un pubblico maschile. Pubblico al quale, guarda caso, è proprio rivolta la sensibilizzazione. Per quanto possa aver sconvolto la vicenda, Giulia è un simbolo di genere a cui qualsiasi persona di sesso maschile guarda come “la ragazza delle storie”, “quella che è morta”. Sono parole forti, ma che fanno pensare ad un impatto avvenuto non proprio da vicino.

Non sta a me evidenziare la spessa differenza di significato tra il verbo morire e il verbo uccidere. Non sta nemmeno a me evidenziare che, se Giulia Cecchetin è la centocinquesima vittima di femminicidio dall’inizio dell’anno, ci sarebbero pertanto altre 104 donne di cui parlare, altri 104 figli da educare. Bravi ragazzi? Oppure possiamo cambiare discorso, tanto ne abbiamo tutti abbastanza!

Per non parlare delle centinaia di donne congolesi che sono state abusate da operatori dell’Oms e risarcite con 250 dollari a testa, o ancora di tutte le prigioniere di guerra obbligate a subire violenze di ogni tipo perché in guerra un individuo non è più definito tale e nella foga e nella fame del conflitto una donna rimane carne facile e meritata per una bocca di soldato.

Quanto è normale il femminicidio?


Si potrebbe pensare al femminicidio come un fenomeno, un qualcosa che non appartenga al quotidiano. E invece è normale, è consuetudine, al punto che non serve neanche più una giustificazione.

Che dovevo fare? La carne è carne

Angelo Flores, uno degli stupratori di Palermo

E se sono affamati 7 ragazzi calati in un contesto di vita ”normale”, chissà un uomo consumato in trincea.

«
Se andrai in guerra contro i tuoi nemici e il Signore tuo Dio te li avrà messi nelle mani e tu avrai fatto prigionieri, se vedrai tra i prigionieri una donna bella d’aspetto e ti sentirai legato a lei tanto da volerla prendere in moglie, te la condurrai a casa. Essa si raderà il capo, si taglierà le unghie, si leverà la veste che portava quando fu presa, dimorerà in casa tua e piangerà suo padre e sua madre per un mese intero; dopo, potrai accostarti a lei e comportarti da marito verso di lei e sarà tua moglie.» (Deuteronomio 21,10-13)

Si potrebbe inoltre affrontare il discorso delle donne in Afghanistan sotto il regime dei talebani, private di ogni forma di libertà. Nel maggio del 2022 il governo ha emanato dei codici di abbigliamento, decretando che le donne non troppo anziane o giovani devono coprirsi integralmente il viso, a esclusione degli occhi. A marzo di quest’anno il governo ha annunciato che gli istituti secondari per l’istruzione femminile non sarebbero stati riaperti. A luglio invece è stata imposta la chiusura di parrucchieri e saloni di bellezza, gli ultimi luoghi dove le donne potevano incontrarsi lontano dagli uomini e dai talebani.

Ma non è necessario allontanarci troppo per ottenere validi spunti di riflessione. Parliamo di quello che succede ogni giorno ad una qualsiasi ragazza. Sono in stazione, aspetto il treno, cerco con lo sguardo altre donne. Il treno arriva, salgo sul loro stesso vagone ed evito accuratamente quello vuoto. Capita a volte che io sia meno fortunata e che quel giorno il treno sia vuoto. Prego che lo sconosciuto che sale con me non mi segua, e se lo fa, conto i minuti che mi separano alla prossima fermata e sussulto ad ogni rumore delle rotaie.

«Dalla donna ha avuto inizio il peccato, per causa sua tutti moriamo. Non dare all’acqua un’uscita né libertà di parlare a una donna malvagia. Se non cammina al cenno della tua mano, toglila dalla tua presenza.» (Siracide, Antico Testamento, II sec. a.e.c.)

Prima del femminicidio

«La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia.» (Paolo di Tarso, Lettere a Timoteo, I sec.)

Sono ad una festa. Mentre ballo sento delle risate alle mie spalle: “Dai provaci tu che sei più esperto”. E poi quelle mani. Estranee. All’inizio un po’ tremano, sono leggere a volte quasi impercettibili. Nel calore della folla può passare del tempo prima che io me ne accorga, poi serrano la stretta. Questo quando sono gentili. A volte va anche molto peggio: ne approfittano mentre sgomito per passare per infilarmi le mani ovunque, solo perché non possono essere riconosciuti. È quindi necessario che muoia una persona per riflettere? È necessario che muoia una persona per capire che un fidanzato iperprotettivo e possessivo che minaccia di passare alle mani un giorno possa farlo veramente, o bisogna aspettare di essere in una bara prima di dire: “Nessuno avrebbe mai potuto prevederlo, era un bravo ragazzo… le faceva i biscotti.”


Possiamo parlarne quanto vogliamo, possiamo aspettare solo il 25 novembre per farlo e poi proseguire la nostra vita interrompendola di tanto in tanto davanti a qualche articolo di cronaca nera accompagnato dalla solita esclamazione: “Poverina che disgrazia”. Oppure è necessario ricordarcelo sempre, mettendo da parte il silenzio, anche solo chiedere aiuto.

In caso di emergenza non esitare a consultare questo link: https://www.salute.gov.it/portale/donna/dettaglioContenutiDonna.jsp?id=4498&area=Salute%20donna&menu=society