L’uccisione di Giulia è l’ennesimo caso di femminicidio in Italia, nel 2023 sono più di ottanta. Ottanta donne, ottanta anime, ottanta storie che vorremmo fossero andate diversamente.
Ci sono cose che…
Ci sono cose che scuotono nel profondo, ti auguri che non succedano mai, a nessuno.
Ci sono cose che ti fanno pensare che se sei ancora qui non è perché sei stata attenta, non è perché non sei un certo stereotipo di donna a cui queste cose potrebbero capitare,
è perché sei stata fortunata.
Nulla di più estraneo alla tua volontà
Purtroppo, quando leggo queste storie, che presto diventano pretesto per tenere incollati i lettori allo schermo, trovo in tutte lo stesso pattern, la stessa narrazione che in questi giorni è stata dibattuta e messa in discussione.
Da sempre ho faticato a sostenere i continui
le voleva bene…l’amava tanto
che sembrano quasi essere messi lì per giustificare il gesto estremo, per farlo passare come un raptus, un momento di follia inspiegabile che nessuno si sarebbe mai aspettato.
Inutile anche fossilizzarsi sui modi in cui, la povera donna, o ragazza, è stata uccisa, sempre per fare notizia, per inorridire e al contempo spingere a saperne di più, conoscere i dettagli più crudi…
- Quale arma?
- Quali dinamiche?
- Quale itinerario?
- Quale movente?
Non è un giallo. È una vita che è finita prima del tempo.
Scrivere in modo violento di violenza non è la soluzione, lo sappiamo tutti. Ciò che è successo è il risultato di una narrazione che va avanti da troppo tempo.
Un continuo nascondersi dietro l’eterna narrazione del delitto passionale per negare l’evidenza, addolcire la pillola e passare alla notizia successiva.
Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima.
Le cose devono cambiare.
Una donna, una qualsiasi persona, se si sente minacciata da qualcuno ha il diritto di essere protetta. Ha il diritto che almeno le venga concesso il beneficio del dubbio.
Quante volte si è sentita la frase:
non possiamo fare nulla finché non ci sono prove concrete.
Devo essere uccisa, prima, perché possiate fare qualcosa?
Purtroppo, finché le cose non cambieranno, continuerò a preoccuparmi, a domandarmi se ci sarà una prossima, e sarà
- una mia amica;
- mia sorella;
- una mia collega.
O se toccherà a me.
Ti diranno che sono stata io, che non ho urlato abbastanza, che era il modo in cui ero vestita, l’alcool nel sangue.
Eccola, la narrazione che dobbiamo distruggere. Una narrazione che vede la misoginia serpeggiare non solo tra gli uomini, ma anche insinuarsi, in punta di piedi, nella mente di alcune donne, non solo quelle più anziane.
Il nostro compito, ora, è smantellare gli stereotipi, partendo da noi, aprendo la mente per non farci più abbindolare dalle scuse, dai giri di parole, dal «ma era un bravo ragazzo».
Quante volte, quante volte ci sono cascata. Quante occasioni ho sprecato a starmene zitta, a incassare, a sentirmi sbagliata solo perché donna.
A scuola ci dicevano che non potevamo mettere i pantaloncini
perché, sapete, i maschietti….
E io, bambina, ingenuamente mi domandavo «e perché loro li possono mettere?»
Ecco, eravamo noi il problema, noi e quei pochi centimetri di pelle scoperta.
Tante cose nascono così, da piccoli gesti, perché era più facile coprire le ragazze che educare i maschietti ad un sano rapporto con il sesso opposto.
Basta. Facciamoci sentire.
Ti diranno che era giusto, che ero da sola.
Che il mio ex psicopatico aveva delle ragioni, che ero infedele, che ero una puttana.
Da quando in qua chi ti ama ti uccide?
Forse, nell’educazione, manca l’insegnare quando è opportuno lasciar andare per il bene di entrambi. Manca l’imparare a riconoscere che una persona non potrà mai essere
una proprietà.
Manca un corretto insegnamento:
- della gestione della rabbia;
- dell’insoddisfazione;
- del rifiuto.
E forse va fatta anche una rivalutazione dell’abusato “per sempre”, che non è sempre la forma mentis migliore.
«Ti diranno che ho vissuto, mamma, che ho osato volare molto in alto in un mondo senza aria.Uscire con le amiche, con gli amici, la mia laurea, i miei spazi, vestirmi come voglio, pensare ciò che voglio. Questo è volare troppo in alto? Questo è volere troppo? Voler essere libera è chiedere troppo?»
Te lo giuro, mamma, sono morta combattendo.
Combattendo per la vita che ti viene strappata via a forza, a volte senza un motivo fondato.
Ogni giorno ci sono donne che temono di non tornare a casa.
Prendere i mezzi pubblici la sera, camminare in strade poco frequentate, dover passare in quel posto dopo una certa ora.
L’ansia di essere divorata con gli occhi dagli uomini che incrocio, alcuni mi hanno seguita, altri hanno tentato di persuadermi a seguirli.
Storie del genere sono all’ordine del giorno.
Una volta mi è stato detto, in merito agli uomini che incontravo mentre camminavo dalla stazione al dipartimento:
ci farai l’abitudine e non ci farai neanche più caso.
Ecco, questo è il problema. Normalizzare. Normalizzare le molestie, e come normalizziamo le molestie arriviamo a non scomporci troppo davanti alle tragedie.
Se non è capitato a me, riportava un post su Instagram, vuol dire che sono stata fortunata, che non ho incontrato nessuno sulla mia strada che avesse intenzione di farmi del male.
Non è perché sono stata attenta, perché ho colto i segnali, perché non sono uscita di sera o non ho indossato questo o quello.
«Ma, per carità, non legare mia sorella. Non rinchiudere le mie cugine, non limitare le tue nipoti. Non è colpa tua, mamma, non è stata nemmeno mia»
Che la violenza non normalizzi ma porti a un cambiamento
È umano avere paura in questo clima, così come è umano pensare «non mi posso più fidare di nessuno»
Non dobbiamo però smettere di vivere, dobbiamo farci sentire: è giusto agire per noi e per quelle che verranno dopo.
Agire non solo nel grande, ma anche nel piccolo, nella vita di tutti i giorni. La soluzione non è farci piccole, è continuare a vivere più di prima diventando intransigenti verso le persone che adottano un atteggiamento di controllo, di potere, verso di noi ed altri.
È fare quello che ci hanno sempre detto di non fare. Penso che siamo tutte stanche di stare zitte, di avere paura, di incassare.
«Lotta per le vostre ali, quelle ali che mi hanno tagliato. Lotta per loro, perché possano essere libere di volare più in alto di me. Combatti perché possano urlare più forte di me. Perché possano vivere senza paura, mamma, proprio come ho vissuto io»
Tutti dobbiamo contribuire al cambiamento, esibire la nostra sensibilità a testa alta per creare una nuova normalità in cui gli stereotipi di genere, le battute sessiste, il controllo e l’abuso saranno solo un lontano ricordo.
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