17 febbraio 1992 L’alba di Tangentopoli

Trentatré anni fa, l’inizio dell’inchiesta Mani pulite segnava l’inizio inatteso di una nuova fase per la storia d’Italia – e per l’intera politica dello Stivale: era cominciata Tangentopoli.

Anche se nessuno ancora lo immaginava, la Prima Repubblica sarebbe crollata di lì a poco sotto il peso della propria immagine, apparentemente rispettabile ma in realtà corrotta fino al midollo.

In principio fu Cossiga

La sera di San Silvestro del ‘91 dal Quirinale, il Padron di casa (il Presidente della Repubblica, ndr), al tempo Francesco Cossiga, si affacciava sugli schermi degli italiani per il tradizionale messaggio di fine anno.

Ma stavolta niente discorsi solenni, niente rassicurazioni retoriche. In appena tre minuti, con l’aria di chi sa più di quanto possa dire, annunciò che non avrebbe pronunciato parole di circostanza. Disse che la prudenza, quella vera, non era tacere ciò che si doveva tacere, ma non fingere di dire quando si voleva tacere“. Un rebus per i più, una profezia per chi sapeva leggere tra le righe. L’anno nuovo si aprì con una detonazione.

17 febbraio 1992, nella tramontante Milano da bere, una vettura dai lampeggianti blu preleva un uomo all’uscita da un ufficio. L’uomo é Mario Chiesa, esponente del PSI con ambizione di sindaco, colto in flagrante mentre intascava una mazzetta. Da lì in poi, la storia prese la velocità della valanga.
Le procure si misero all’opera, e in pochi mesi venne fuori che Chiesa non era un incidente isolato, anzi. Ogni tangente scoperchiata ne rivelava un’altra, in un effetto domino che non lasciava scampo a nessuno. Il finanziamento illecito ai partiti, pratica tanto consolidata da sembrare quasi fisiologica, diventò improvvisamente un crimine imperdonabile. I politici che per anni avevano maneggiato soldi senza preoccuparsi troppo della loro provenienza si scoprirono improvvisamente vulnerabili: chi confessava, chi fuggiva, chi si toglieva la vita.

L’opinione pubblica, che per anni aveva accettato con un’alzata di spalle il sistema delle tangenti, si trasformò in un tribunale senza appello. La folla non voleva solo giustizia, voleva espiazione, redenzione collettiva. E, come sempre accade nei momenti di furia moralizzatrice, la sete di giustizia si confuse con il ben più devastante desiderio di tabula rasa.

La politica intera divenne un bersaglio: anche i pochi che scamparono le manette e il carcere non riuscirono ad evitare la violenta ondata di disprezzo popolare.

Caccia grossa e grosse fughe

Il 15 dicembre dello stesso anno il segretario del Partito Socialista, Bettino Craxi, ricevette il primo degli avvisi di garanzia dal Palazzo di Giustizia: la repulsione anti-craxiana divampò nello Stivale come contagio di massa e non passava giorno senza che l’ex premier incontrasse per strada cittadini che gli vociavano contro.

La grande stagione di caccia si concluderà con l’estromissione del 70% dei professionisti dell’arena parlamentare. Il cataclisma politico spinse addirittura il Capo di Stato a promuovere la formazione di un nuovo gabinetto, sotto l’egida dell’ex governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi. Lo stesso giorno i deputati vennero chiamati a votare sulla richiesta di autorizzazione a procedere verso Craxi nell’ambito di sei diverse inchieste giudiziarie.

Il quotidiano La Repubblica titolerà “Vergogna, assolto Craxi” e, sotto un editoriale firmato Eugenio Scalfari: “Dopo l’uccisione di Aldo Moro, è il giorno più grave della storia repubblicana.”

Come una mezza vittoria, il 30 aprile del 1992, l’ormai noto volto del malaffare torna al suo domicilio capitolino, l’Hotel Raphael. Intorno alle 20 Ghino di Tacco, come lo aveva battezzato polemicamente il direttore di La Repubblica, si apprestava ad uscire per registrare un’intervista – ma gli viene sconsigliato di uscire dalla porta principale.

All’uscita una folla inferocita di persone, sventolando monetine e banconote da 1000 lire e lanciandogliele contro, gridava: “Bettino, vuoi anche queste?” Fu un assalto simbolico, una sentenza senza appello. La Prima Repubblica finiva lì, sotto una pioggia di spiccioli, con l’ex premier costretto a rientrare frettolosamente nell’albergo, sotto una tempesta di insulti. Il giorno dopo i giornali raccontarono l’episodio con misura ma, col senno di poi, fu il momento che segnò la fine di un’epoca.

La vecchia politica, per decenni basata su partiti-macchina e leader navigati, venne spazzata via. Ma non fu una rivoluzione, quanto piuttosto una resa: un sistema fu abbattuto, senza che però nessuno avesse la minima idea di cosa mettere al suo posto.

E così, dalle ceneri della Prima Repubblica, nacque qualcosa di nuovo e allo stesso tempo inquietantemente familiare. Il politico di professione venne sostituito dal
“non politico”, il tecnico, l’uomo nuovo
. Apparentemente estraneo ai giochi di potere, ma spesso impreparato, populista, ostaggio degli umori del momento.

Quella sera, davanti all’Hotel Raphael, non si stava solo chiudendo un capitolo. Si era appena aperto il successivo. E guardando dove siamo oggi, viene quasi da chiedersi se Craxi, in fondo, non avesse fatto bene a non restituircele, quelle monetine.

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