Salvate il militante Peltier

Due volte condannato. La prima, perché colpevole di aver difeso la sopravvivenza culturale degli indiani d’America. La seconda, perché colpevole d’essere egli stesso un nativo, figlio di nativi e orgoglioso delle sue origini. 

Nessuna delle due “colpe” poteva essere portata dinanzi a un tribunale. Così, se ne fabbricò una terza: omicidio di due pubblici ufficiali. Chiaramente, questa accusa in un processo equo non poteva reggere probatoriamente. Certo, a meno che chi giudica non parta con pregiudizi che trovano la loro conferma nell’accusa. 

Ecco allora, rapidamente, la storia di Leonard Peltier.

Peltier: nasce, cresce, assimila

Peltier nacque nel 1944 in una riserva indiana del North Dakot, undicesimo di tredici figli di una famiglia di origini chippewa, lakota e anche un po’ francesi. Un perfetto figlio della colonizzazione nordamericana. 

La sua socializzazione scolastica, ovviamente, non seguì le culture dei popoli da cui discendeva. Venne educato, come tanti altri figli di nativi, a oltre 200 chilometri da casa, in un collegio a Wahpeton. La cittadina era sempre nel North Dakota, ma l’ambiente tutt’altro: questo collegio era parte della rete delle Indian boardig schools, dirette dall’Ufficio per gli affari indiani (un organo del Dipartimento degli Interni statunitense) e spesso in accordo con le chiese cristiane, le quali si ponevano esplicitamente l’obiettivo di eliminare i rimasugli della cultura dei nativi americani. 

Studiare (o, meglio, essere assimilati) in queste strutture significava entrare in un dispositivo culturale e disciplinare che doveva azzerare le origini, creando dei perfetti automi. In tutti i sensi: non si potevano parlare le lingue originali, si insegnava la storia dal punto di vista dei coloni, i riti erano quelli dei conquistatori e persino le dottrine religiose erano quelle europee. Senza troppa fantasia, se un alunno sgarrava era punito fisicamente. Uniformi, capigliature, cambio di  nomi e separazione dal luogo natìo erano tutti mezzi per fiaccare l’identità originaria.

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Così, intere generazioni si vedevano un patrimonio, se non cancellato, almeno ridotto al lumicino, abituati alla nuova esistenza nell’ordine coloniale. Se vi sembra una roba antiquata, basti pensare che solo nell’ottobre 2024 Joe Biden è stato il primo presidente a portare le scuse ufficiali del governo federale per questa rete di strutture – peraltro lamentando il fatto che nessuno fino ad allora s’era degnato di farlo, anche se la tempistica con la campagna elettorale un po’ puzza.

Né le Indian boarding schools erano una strana e segreta rarità. Il primo segretario di Stato federale e Padre fondatore degli USA, Henry Knox, già nel 1789 scriveva con rammarico al suo capo e commilitone George Washington che era «impraticabile civilizzare gli indiani del Nord America»: bisognava quindi rifondare da zero tutto. E nel 1819 il Civilization Fund Act apriva legalmente alla creazione di questi centri d’indottrinamento, finanziando le “scuole” create da missionari – laici o, per lo più, religiosi – nelle comunità native. 

Né la Guerra civile di secessione, né i movimenti “progressivi” bianchi di fine Ottocento e inizio Novecento migliorarono la situazione. Al contrario: convinti della bontà della missione civilizzatrice, rinforzarono questo sistema e ridussero continuamente gli spazi destinati ai nativi. Certo, già pensare che si parli di Indians nel linguaggio delle istituzioni per indicare i nativi americani potrebbe far capire quanto il ruolo sociale di queste persone fosse assolutamente disumano, in un vortice di colonialità ancor oggi presente – di cui alcuni capi tribali si approfittarono, collaborando con le autorità coloniali in cambio di concessioni e privilegi.

A processo e oltre

Torniamo a Peltier. Avendo compreso l’ambiente di socializzazione, bisogna vedere perché è finito in cella. Il giovane Peltier non frequentò università, ritornando alla fine degli studi nella riserva per lavorare col padre. Poi si trasferì, ventunenne, a Seattle. Qui fece svariati mestieri, tra cui il co-proprietario di un’officina di meccanici; soprattutto, iniziò a prendere parte attiva nei gruppi di difesa dei diritti dei nativi. E, se qualcuno perdeva la speranza finendo alcolizzato o se era pregiudicato, li accoglieva al piano sopra l’officina per provare a dar loro una vita dignitosa nella società. Alla lunga, il centro d’accoglienza divenne finanziariamente insostenibile e si chiuse anche l’officina.

Nei primi anni Settanta, già dentro all’American Indian Movement (AIM), finì come militante dell’organizzazione nella riserva di Pine Ridge per uno scontro tra fazioni native. Dall’intervento delle forze federali scoprì il carcere a Milwaukee e l’FBI lo mise nel mirino. Accusato di tentato omicidio (accusa da cui venne scagionato nel 1978), fuggitivo, tornò dopo la galera a Pine Ridge, con l’obiettivo – dato a lui e altri compagni dall’AIM – di ridurre le tensioni tra fazioni opposte nella comunità. Uomo giusto al momento sbagliato.

Venne coinvolto, nell’estate 1975, in un caso tutt’oggi misterioso, quando due agenti speciali dell’FBI entrarono – Ronald Williams e Jack Coler, nemmeno trentenni – entrarono nella riserva senza riconoscimento per arrestare il nativo Jimmy Eagle, da interrogare per un’aggressione a due braccianti e il furto d’un paio di stivali. La situazione degenerò quando si trovarono faccia a faccia i militanti dell’AIM e gli agenti per un sfortunata coincidenza: il furgone in cui stavano Peltier e gli altri era stato avvicinato da Williams e Coler perché corrispondeva alla descrizione dell’ultimo veicolo su cui era stato visto questo Eagle.

Passati alle armi in circostanze ancora non del tutto chiare, le due parti finirono in carneficina. Né Williams né Coler sopravvissero, non prima di aver comunicato ai colleghi di essere sotto il fuoco. Peltier nel 1999, in un libro di memorie, ammetterà di essere stato presente nella sparatoria, ma negherà sempre di aver ucciso gli agenti.

Invece si ritrovò per essere, nel 1977, l’unico condannato per l’omicidio: due ergastoli, fine pena mai. Gli altri presenti o erano stati scagionati (vedasi dopo) o erano morti nel frattempo. Il processo sollevò numerose questioni procedurali, tanto che Peltier – fuggito in Canada dopo il mandato di cattura, preso dalla polizia regia ed estradato negli USA – divenne il capro espiatorio per una sorta di strategia della tensione all’americana. Tante, troppe le mancanze: l’arma degli omicidi mai trovata, l’FBI che decise di non mettere a disposizione una parte consistente della sua documentazione, la poca chiarezza sulla missione effettiva degli agenti speciali, l’assenza di testimoni, un agente federale che cambiò versione, soggetti ascoltati in aula che ritrattarono le testimonianze accusando d’aver ricevuto pressioni da parte dell’FBI, la mancanza di registrazioni da parte di quest’ultimo delle conversazioni radio (chiave per capire la dinamica e gli obiettivi della missione), contraddizioni tra le dichiarazioni degli agenti ascoltati, il tribunale che bloccò la richiesta della difesa di presentare alla giuria informazioni su processi che erano stati manomessi dall’FBI per ottenere un risultato sperato.

È, d’altronde, per gli stessi motivi che due suoi compagni – Butler e Robideau – con la stessa accusa vennero dichiarati innocenti da un altro tribunale. Il processo a Pletier, invece, doveva essere politicamente immacolato: una giuria di soli bianchi, un giudice che in carriera aveva dimostrato aperto razzismo verso i nativi, in una città – Fargo – di noti sentimenti coloniali. E una perizia balistica del 1980 stabilì che l’arma in possesso di Peltier non era quella usata per uccidere i due agenti, ma nessuna magistratura volle darle peso. 

Erano però gli anni della repressione dei movimenti sociali e politici per i diritti civili, e nessun apparato istituzionale voleva passare per lavativo – men che meno l’FBI. Che Peltier mal digerisse l’ennesima prigionìa bianca della sua vita era chiaro, tant’è che nel 1979 evase – pur con una fuga che durò poco. Il suo, però, divenne un caso internazionale, e Peltier stesso un prigioniero politico. Si espressero per il suo rilascio non solo i movimenti per i diritti dei nativi, ma anche personaggi come Mandela, Desmond Tutu, Madre Teresa, il Dalai Lama e Rigoberta Menchù. L’Alto commissariato ONU per i diritti umani, il Parlamento europeo, quello belga e il Gruppo delle Nazioni Unite per i diritti delle popolazioni indigene hanno tutti fatto pressioni in favore della clemenza verso Peltier.

In un mondo di prigionieri politici usati come pedine di scambio fra governi, le comunità dei nativi americani scontano l’ennesima ingiustizia a loro carico: l’impossibilità d’avere una nazione propria, o almeno istituzioni indipendenti e pulite proprie, ha praticamente azzerato i margini di trattativa dinanzi la macchina amministrativa plurisecolare che ha colonizzato i loro territori, ghettizzandoli in riserve – dove la qualità della vita è nettamente inferiore – o stigmatizzando i loro membri a vita, per il sol fatto che esistano. I rimasugli di una vera pulizia etnica, un genocidio continentale, riguardante tutte le Americhe, che negli USA non è da meno.

La strategia difensiva degli avvocati di Peltier si basò inizialmente sulla ricerca della verità tramite prove (come la perizia balistica del 1980), presentato alle corti d’appello e alle commissioni per la libertà vigilata. Prove che ebbero sorti strane. 

Una testimone chiave del primo processo ritrattò la propria deposizione lamentando pressioni e molestie continue da parte dell’FBI, ma il giudice le negò la parola: la testimonianza sarebbe potuta essere «essere altamente pregiudizievole per il governo». Nel 1986 una corte d’appello negò un nuovo processo: «Riconosciamo che in questo verbale ci sono alcune prove di condotta impropria da parte di alcuni agenti dell’FBI, ma siamo riluttanti a imputare loro ulteriori scorrettezze». In una seduta, la Commissione federale per la libertà vigilata affermò che «l’accusa [nel 1977] ha ammesso la mancanza di qualsiasi prova diretta che lei [Leonard Peltier] abbia partecipato personalmente alle uccisioni di due agenti dell’FBI», ma ciò nonostante rigettò la libertà vigilata. Come prevedibile, le richieste di grazie a vari presidenti nel corso di questo mezzo secolo passato dietro le sbarre sono rimaste lettera morta.

Il caso di Peltier ha ripreso vigore in queste ultime settimane. Dopo le parole di Biden sulle Indian boarding schools e la sconfitta elettorale del suo partito hanno prodotto alcune lievi speranze. Lo stesso presidente uscente è stato particolarmente generoso con le grazie negli ultimi mesi – e questa non è una novità di chi perde le elezioni presidenziali negli USA, che non avendo più necessità di consenso hanno sostanzialmente carta bianca su questioni come queste – e non si è fatto troppi rimorsi a trattare prigionieri politici con altri governi – governi anche non propriamente democratici, come Iran e Russia.. 

I giorni stanno passando e il tempo sta scadendo. Il 20 gennaio 2025 Donald Trump, la cui famiglia è tutt’altro che indigena in America ma che parla 24/7 di immigrati invasori, succederà a Joe Biden. Intanto, Leonard Peltier, dopo aver passato la gran parte della vita in una cella, vede la sua salute da ultraottantenne peggiorare. È vero che la speranza è l’ultima a morire, ma sarebbe solo l’ennesima ipocrisia che la morte raggiunga prima una persona a cui è stata sempre negata la giustizia. 

«L’unica cosa di cui sono colpevole è di aver combattuto per il mio popolo.»

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