Negli ultimi anni, in Italia stiamo assistendo ad una rivalutazione dell’opera tolkeniana più famosa: “Il Signore degli Anelli”. Grazie alla forte spinta riservatogli dalla Destra, Tolkien è diventato il simbolo dell’ideologia di questo movimento: la lotta ai valori progressisti, che vogliono annientare questa ideologia. Per valutare tale visione occorre rivedere ciò che l’autore stesso propone, ovvero, un ritorno a Tolkien, al testo, alle intenzioni che traspaiono dalla lettura.
Immaginario e politica
La necessità di costruire un immaginario, che possa avvalorare gli obiettivi ideologici di una dottrina, caratterizza da sempre la storia della politica. Che si tratti di riferimenti a sfondo più religioso (come accade per il Corano, utilizzato da certi movimenti terroristici islamici), oppure di intellettuali del calibro di Nietzsche, figura il cui pensiero venne strumentalizzato dal nazismo per difendere la superiorità della razza ariana, gli esempi possono proseguire.
Quello che però ci riguarda direttamente, in Italia, è senz’altro l’attaccamento della Destra per J.R.R. Tolkien. In particolare, il nostro Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sembra apprezzare enormemente il grande scrittore ma ha deciso di interpretarlo nella sua tipica ottica conservatrice.
Se, da un lato, l’Anello del Potere funge da simbolo per i vincoli finanziari da distruggere, dall’altro, la Compagnia dell’Anello, invece, viene idealizzata come a difesa dei valori che voglio essere sottomessi da un mondo che punta all’omologazione globale (rappresentate, in questo caso, dalle forze di Sauron).
Ritorno a Tolkien: lasciamo la parola all’autore
Pur essendo un’interpretazione plausibile, bisognerebbe verificare in qualche modo se essa possa reggere, o se sia costruita su palafitte instabili. Occorre guardare più da vicino l’opera stessa di Tolkien, Il Signore Degli Anelli. Non si tratta di prendere posizioni politiche, quanto di applicare un “ritorno a Tolkien”, per provare a confermare o meno la visione offerta dalla Destra attuale.
Chiaramente, se davvero si vuole imparare qualcosa dai grandi scrittori, e dalle loro imponenti opere, bisogna attenersi al testo originale. Nel momento in cui un’interpretazione portata avanti non fosse sufficientemente fondata, allora forse sarebbe il caso di riconsiderare l’uso dialettico che se ne fa (o anche le proprie posizioni).
Il Signore degli Anelli: l’opera incriminata
Una breve sinossi
Ma di cosa parla quest’opera?
Un giovane Hobbit, di nome Frodo Baggings, riceve in eredità dallo zio Bilbo un anello, di cui conosceva pericolosamente poco. Dopo una discussione con lo stregone Gandalf, Frodo apprende la vera origine dell’anello: forgiato dall’oscuro signore Sauron, è portatore di discordia. Chiunque se ne impossessi, pur volendo usarlo a fin di bene, ne sarà corrotto fino a sottomettersi all’Oscuro e appoggiare la sua opera di dominio tirannico.
L’obiettivo sarà quello di riportare l’Anello presso il Monte Fato, luogo in cui è stato forgiato originariamente, e gettarlo nel vulcano per distruggerlo. Solo in questo modo Sauron verrà sconfitto.
In questa missione, verrà aiutato da alcuni membri dei popoli che abitano la Terra di Mezzo (elfi, nani, uomini), che costituiranno la Compagnia dell’Anello, al fine di superare ogni difficoltà e giungere alla vittoria.
I moti del ’68 e la destra italiana
Questa trama viene interpretata dalla Destra italiana in termini di lotta per la difesa dei valori tradizionali, rappresentati dalla Compagnia dell’Anello, contro un potere esterno che vuole logorare e imporre una visione comune a tutto, Sauron.
L’adozione e interpretazione di quest’opera in questa chiave risale ad un periodo storico che ha caratterizzato il mondo nella seconda metà del ‘900: i Moti del ’68. Il ceto medio, stanco di una società austera in grado di garantire solo il lavoro e nessuna ulteriore ispirazione, ha iniziato a mobilitarsi creando movimenti di protesta, con lo scopo di richiedere possibilità di azione e libertà in ogni campo.
Pur essendo un movimento di profondo calco socialista e marxista, opponendosi alla cultura di massa e all’omologazione, in Italia ha visto fra i partecipanti anche fasce conservatrici. Queste però dovevano trovare un ideale che non fosse riconducibile ai loro rivali politici, e si rivolsero verso il genere letterario high fantasy.
D’altro canto, lo stesso Tolkien, era un fervido cattolico tradizionalista e anche nelle sue opere è evidente questo tentativo di difendere alcuni valori che sarebbero potuti essere messi a repentaglio nel mondo del futuro.
Il “pensiero incoraggiante“
Se però seguiamo il motto “ritorno a Tolkien”, sarà chiaro che vedere la guerra in un’ottica politica è un errore. Per capirne il motivo, consideriamo un passaggio contenuto nelle prime pagine della stessa opera di Tolkien.
Siamo nella Contea, habitat degli Hobbit, dove vivono spensieratamente tra cibo ed erba pipa. Gandalf è a casa di Frodo, ricevuta in eredità da Bilbo. I due discutono su cosa farne dell’anello, e Frodo che deve mettersi in cammino per sbarazzarsene. Egli però si mostra titubante: gli viene chiesto di abbandonare tutti i suoi agi, la sua amata contea, per intraprendere un viaggio pericoloso e da cui neanche sa se farà ritorno.
Ma l’alternativa sarebbe ben peggiore: quel Male, seppur ancora distante dalla Contea, ben presto si abbatterà su tutta la Terra di Mezzo e allora non ci sarà più scampo per nessuno. Di fronte alla titubanza di Frodo, Gandalf enuncia le parole che racchiudono l’intero senso dell’opera:
«Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato. […] il Nemico sta diventando rapidamente molto forte. I suoi piani sono lungi dall’essere maturi, credo, ma sono già a buon punto. Dovremo lottare con accanimento. […] Al Nemico manca ancora una cosa che gli possa dare la forza e la scienza necessarie a demolire ogni resistenza, distruggere le ultime difese e far piombare tutte le terre in una seconda oscurità: gli manca l’Anello, l’Unico.» [1]
Queste parole nascondono tutta la vena cattolica di Tolkien: di fronte ai fatti che accadono, non è lecito lamentarsene o non sentirsi in dovere di conoscerli. L’unica cosa da fare è prenderne coscienza ed agire nel migliore dei modi, nonostante ciò possa essere l’ultima cosa che si voglia fare.
Ve ne trapela anche il senso della Provvidenza cristiana: le cose succedono per un motivo preciso. Perciò, gli esseri umani sono chiamati a trarne il massimo, affinché il peggio, che certamente può sembrare più “comodo”, in quanto è sempre lontano nel futuro, non possa avere la meglio.
Se il male dovesse vincere, pur avendo goduto prima di spensieratezza, si arriverà a vivere nella miseria e nella paura. Ma bisogna mettersi in moto, poiché se ci si mobilita per tentare anche l’impossibile, nonostante le poche possibilità di vittoria, si avrà una chance per evitare una miserabile sconfitta e per ottenere uno scenario migliore.
Questo “pensiero incoraggiante“, come lo chiama in un altro passo lo stesso Gandalf, permette di spiegare, allora, anche il senso della guerra. Essa risulterà essere ben lontana da una semplice battaglia per la difesa di determinati valori. La guerra è, invece, l’unica possibilità per salvarsi dallo scenario peggiore.
Più di una volta, durante il racconto, i membri della Compagnia saranno intenzionati a tornare indietro, a mollare ma sono consapevoli che, se lo facessero, non esisterebbe neanche un futuro e che se anche si potesse godere del presente, si avrebbe sempre il rimorso di non aver fatto abbastanza.
Tra valori e apertura al futuro
Per quanto riguarda la difesa dei valori, questo certamente avviene, anche perché altrimenti combattere contro Sauron non avrebbe senso. Tuttavia, Tolkien cerca di non rinchiudere ogni cosa entro canoni fissi, come se tutto avesse la stessa importanza per sempre. Per capirne il motivo, nuovamente, serve riprendere il testo.
Siamo negli ultimissimi capitoli del Signore degli Anelli. Ormai l’anello è stato distrutto, Sauron è stato sconfitto: è ora di tornare a casa. Frodo torna alla Contea, eppure fatica a riprendere il suo posto. Dopo quello che ha vissuto risulta difficile tornare alla normalità. Ecco che allora decide di seguire il consiglio del Re degli Elfi, Elrond, e di partire alla volta di Valinor, una sorta di Paradiso in cui poter riposare.
Il dialogo tra Sam, Hobbit compagno di avventure di Frodo, e Frodo stesso, mostra chiaramente il messaggio di Tolkien. Sam, sconsolato, chiede a Frodo perché voglia andarsene pur avendo desiderato, durante tutto il viaggio verso Mordor, di tornare alla Contea. E Frodo:
«[…] Accade così, Sam, quando le cose sono in pericolo: qualcuno deve rinunciare, perderle, affinchè altri possano conservarle. Ma tu sei il mio erede: tutto ciò che ebbi e che avrei potuto avere io, io lo lascio a te […]»[2]
Frodo ha fatto parte della “Terza Era”, che volge al termine, in quanto ormai Sauron è sconfitto. Si apre, perciò, un nuovo periodo, la “Quarta Era” ma chi ha avuto un ruolo di riguardo, chi ha visto il suo mondo essere scosso e ha combattuto per difenderlo, non deve rimanere incatenato al passato. Bisognerà aprirsi al nuovo e confrontarsi con il tempo che verrà.
I protagonisti del passato non potranno mai essere tali per sempre ma questo non vuol dire rompere con quello che è stato. Frodo, infatti, lascia in eredità tutto ciò che possiede a Sam. Si crea così un bagaglio culturale, costituito da ciò che è passato. Questo non deve, però, limitarsi a essere ciò che è, ma deve diventare un punto di inizio da cui partire e decidere cosa fare in futuro.
Il ruolo della letteratura: contro la mutilazione
Certamente ogni pietra miliare della letteratura nasconde possibilità di interpretazioni diverse. È perfettamente lecito sfruttare i messaggi veicolati dagli autori per capire maggiormente il mondo circostante, indirizzarsi verso una qualche meta. Ciò che però deve essere evitato è il tradimento dell’autore.
Bisogna riservargli la giusta dignità e identità, e incanalare una riflessione che riguardi ciò che l’autore voleva comunicare. Prima di considerare la “vena politica” di Tolkien, bisogna considerare quella ontologica, quella esistenziale, che traspare direttamente dalle sue pagine.
Questo processo non svilisce il potere che può avere un’opera su di noi. Anzi, dovrebbe costruire una base su cui poi muoversi. Un “ritorno a Tolkien”, lontano da deviazioni politiche, per essere restituito a ciascun individuo nella sua interezza. Se un Tolkien mutilato ottiene l’attenzione di pochi, un Tolkien completo porta avanti l’obiettivo della letteratura: parlare a ciascuno, senza distinzioni.
Bibliografia
[1] J.R.R. Tolkien, Il Signore Degli Anelli.
Sitografia
[1] Giorgia Meloni e la fissazione per il Signore degli Anelli
[2] Tolkien, perché la destra italiana ne ha fatto il suo scrittore preferito
Note
[1] J.R.R. Tolkien, Il Signore Degli Anelli.
[2] Ivi.
