
Il 16 marzo Aldo moro viene rapito. In questo articolo analizziamo il delitto Moro nel contesto degli anni di piombo, tra stragi e diffidenza, il ruolo di Moro tra anni 60 e 70, la natura simbolica del rapimento, l’accusa al centro-sinistra e all’unità nazionale e, infine, cosa resta oggi dell’Agguato di via Fani.
Il Delitto Moro
“16 marzo
Giornata drammatica. Rapito Moro vicino a casa sua e uccisi cinque uomini della sua scorta. Azione tecnicamente condotta da superspecializzati che crea un’impressione profonda. Ha dell’incredibile. Mi informa carli mentre stanno giurando i sottosegretari. Stento a crederci. Telefono a Noretta: è fortissima e piange sui morti che è scesa a vedere, stesi ancora a terra sulla strada. Vengono a Palazzo Chigi La Malfa, Berlinguer, Lama, Craxi, Romita, Zaccagnini, Macario, Benvenuti e tanti altri. Emozione profonda. Cossiga e Parlato diramano gli ordini per i blocchi stradali. Tutti concordano nel non dare segni di cedimento e nel chiedere immediatamente fiducia per il governo. […] mi preme sfatare la leggenda che democrazia è debolezza: alla distanza lo Stato democratico non può che vincere”
Così annotava Giulio Andreotti, appena insediato come Presidente del Consiglio, la sera del 16 marzo del 1978. Era l’inizio di quelli che un pensiero largamente condiviso considera i giorni più duri della Repubblica Italiana. 55 giorni che misero a dura prova la tenuta delle istituzioni democratiche, delle forze che operavano per superare divisioni e diffidenze reciproche, 55 giorni che misero milioni di persone di fronte alla paura e al sospetto.
Come si sa, non era un fulmine a ciel sereno. Il Delitto Moro viene considerato come il culmine dei cosiddetti “anni di piombo”, quel periodo che si fa iniziare subito dopo le contestazioni studentesche del 1968-69 e si fa terminare nel 1980, con la dissoluzione dei gruppi armati che avevano sparso terrore da destra e da sinistra.
Il delitto Moro, per la verità, non fu neanche il più terribile degli eventi che si susseguirono in quegli anni. Le vittime, tra la scorta e Moro stesso un mese e mezzo dopo, furono solo sei. La strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna fece 85 vittime e più di 200 feriti, quella di Piazza della Loggia a Brescia (28/05/1974) 8 vittime e 102 feriti, quella di Piazza Fontana a Milano (12/12/1969) 17 vittime e 88 feriti. L’elenco di stragi basta a mettere in prospettiva l’agguato di Via Fani, ed evidenziarne la natura soprattutto simbolica. Rapire Moro doveva essere, nei piani delle BR, l’inizio dell’“attacco al cuore dello Stato”, un processo attraverso cui destabilizzare sempre più violentemente l’impalcatura statale colpendone i volti. Ma perché Moro?
L’ultima volta che Moro aveva ricoperto la carica di Presidente del Consiglio era stato dal luglio 1974 al novembre 1976, quando l’incarico era passato all’onnipresente Andreotti. Nel 1978 Moro non era neanche segretario della DC (lo era stato dal 1959 al 1964), carica in quel momento ricoperta da Benigno Zaccagnini. Non aveva incarichi di governo, era “solo” deputato alla Camera, eletto nel collegio Bari-Foggia. La sua effettiva capacità di influire sugli eventi politici era molto minore rispetto agli anni 60, durante i quali era stato, insieme a Fanfani, l’artefice della coalizione programmatica con il PSI, il cosiddetto “Centro-sinistra organico”.
Nel corso degli anni ’70, di fronte all’aggravarsi delle tensioni e alla continua crescita del Partito Comunista, era stato di fatto uno dei sostenitori dei governi di unità nazionale, sebbene sia ancora molto discussa la scelta di lasciare la guida degli esecutivi sostenuti anche dal PCI ad Andreotti, esponente dell’ala conservatrice della DC. In più, nonostante si parli anche di “decennio Moro-Berlinguer” per fare riferimento a questi anni, si tende a vedere molto di più nel segretario del PCI la spinta a integrare il partito nella compagine di governo, tentativo definitivamente fallito proprio in seguito al picco di diffidenza causato dal delitto Moro.
Ciononostante, Moro rimaneva “una delle massime autorità politiche della democrazia” (così disse Ugo La Malfa subito dopo la notizia dell’evento). La sua costante attività in Parlamento e nel governo, in Italia e in Europa (era lui il Presidente del Consiglio quando l’Italia firmò gli accordi di Helsinki nel 1975) lo avevano reso uno dei simboli viventi della Repubblica Italiana.
Quest’autorità politica, questo simbolo era nel mirino delle BR, forse più della volontà di punire l’artefice del centro-sinistra e del compromesso storico. Queste formule di governo, secondo le testimonianze di molti militanti della sinistra extraparlamentare dell’epoca, avevano avuto l’effetto di corrompere la carica dirompente e rivoluzionaria dei partiti di sinistra, minandone le capacità di vero rinnovamento della società italiana. In più, molto pesava l’incomprensione generazionale, con il PCI sempre più decisamente intento a dissociarsi dai movimenti estremisti nel tentativo di accreditarsi come membro della regolare vita politica italiana. Per i giovani militanti, un crimine imperdonabile.
47 anni fa, l’Italia veniva scossa fin quasi alle sue fondamenta. Nel clima di disorientamento generale, anche chi proponeva la linea della fermezza non era certo delle conseguenze che ne sarebbero venute. Tra chi pensava di eleggere Moro presidente della repubblica (La Stampa, 28/03/1978), chi invocava il ripristino della pena di morte per i terroristi e chi sospettava il coinvolgimento della DDR nella destabilizzazione dei regimi democratici occidentali (per non parlare di chi sospetta ancora oggi l’implicazione della Cia o del Vaticano), l’idea che lo stato potesse crollare non era mai stata così concreta e credibile.
Il dilemma etico della trattativa era lancinante: trattiamo con i terroristi per salvare uno dei padri della Repubblica? E se chiedono di mettere in libertà otto terroristi detenuti? E se accettiamo, non legittimeremo un simile scambio per ogni persona sequestrata? E se sequestrassero un contadino? Scambiamo un contadino con otto terroristi? Folle. Rifiutiamo? Allora perché Moro si e un contadino no?
Il 9 maggio il corpo di Moro viene ritrovato in Via Caetani, la via a metà strada tra la sede della DC e la sede del PCI, diventata il simbolo iconografico di quella che senza difficoltò si può definire l’ora più buia della storia italiana. Cosa ci è rimasto di quei giorni?
Bibliografia e Sitografia
- TG1: Bruno Vespa annuncia il rapimento di Moro https://youtu.be/5kaZ8Y_X7Qc?si=yYAMAO–7d4qAIdL
- TG2: le reazioni dei leader politici alla notizia https://youtu.be/eok3a3olZhQ?si=oWvaGJvBd5d644i5
- 1979, Enrico Berlinguer ricorda la notizia https://youtu.be/UrmnfpEmJno?si=TRoHkioXjkKGkIF1
- 1961, Aldo Moro intervistato a Tribuna Politica https://youtu.be/KV3zDwkCrew?si=1AJYOVNGRLMQ3K0N
- Gli atti della seduta della Camera del 16/03/1978 sed0257.pdf
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