Machismo: le prime vittime sono gli uomini

Il ritrovamento del corpo di Giulia Cecchettin ha rassegnato l’intera comunità ad un epilogo, purtroppo, di default. Lo sdegno e la rabbia della famiglia della vittima hanno innescato un momento di reazionaria ribellione iniziata sui social e culminata nelle piazze di tutta Italia, tra cartelloni con il volto di Giulia e versi di attiviste peruviane. Un sacrosanto rumore di chiavi tristemente terminato poco dopo il funerale della ragazza (trasmesso in diretta nazionale grazie ai mass media che non hanno però riservato la stessa attenzione ai restanti 104 femminicidi dell’anno).

Involuzione femminista


Se infatti questa vicenda ha riportato in auge l’importanza della lotta alla violenza contro le donne, ha altresì permesso di porre lo sguardo ad un femminismo che, dal suo exploire negli anni ’70, sta subendo una lenta involuzione.

Un movimento sociale che si nutre di “post” in rete, la cui indignazione si risveglia solo in relazione ad un caso mediatico, ma incapace di destrutturare il problema del patriarcato.

La superficialità del pensiero femminista odierno, dunque, resta inerme (e inetto) al ragionamento logico che conduce a soluzioni concrete ed efficaci.

Se è vero che siamo immersi in una cultura patriarcale è dunque necessario sottolineare che, alla base di questa prospettiva socialmente radicata, vi è l’esibizione della virilità nei confronti della donna.

Questa si declina e manifesta in infiniti comportamenti di dominanza che la società tutta è abituata ad accettare: il machismo, appunto. 

Il “maschile” e il “femminile”


La percezione dell’uomo in quanto subordinante alla donna è una concezione che affonda le sue radici alla costruzione dei primi ethnos di cui la storia ha memoria.

Non è un caso che nella Bibbia si legga, presupponendo una posizione di totale asservimento:

 Dio fece la donna per l’uomo

Per comprendere al meglio il machismo e le sue implicazioni in ambito psicologico e d’azione, è necessario partire da un’attenta analisi di ciò che il fenomeno ha generato: i ruoli sociali dell’uomo e della donna, categorizzati in “maschile” e “femminile”.

Sono stati numerosi gli studi in ambito psico-sociale volti alla comprensione dell’origine delle differenze sociali stereotipiche che caratterizzano l’uomo ed la donna.

Grazie ai ricercatori (es S. Bem) e alle “teorie psicologiche sulla differenza sessuale”, è stato possibile constatare che ogni essere umano è dotato di una memoria collettiva che permette di imprimere in modo permanente le rappresentazioni sociali riguardanti la realtà che ci circonda.

La memoria collettiva genera quindi delle predizioni, che consentono di ridurre le difficoltà nel complesso processo di significazione mentale dell’uomo e della donna, attribuendo ai due generi le differenze più significative.

Lo stereotipo di genere è da considerarsi una forma di semplificazione mentale volta a leggere l’altro. 

Interiorizzarli implica sviluppare la capacità di saper modellare il proprio comportamento in riferimento al contesto nel quale si è immersi, poiché consente agli individui di riconoscersi e riconoscere gli altri negli attributi maschili o femminili, di riflettere sul processo di attribuzione di potere (C. Ridgeway Expectation States Theory). 

Il potere non è donna


Recenti studi hanno dimostrato come l’assegnazione di attributi maschili nei confronti di una donna aumenti il suo status di potere. Di qui trae origine una doverosa riflessione sulla rappresentazione sociale del potere stesso, assimilabile a forza fisica e intelletto acuto… Peculiarità associate agli uomini, nel primo caso per mera fortuna biologica, nel secondo caso per fortuna sociale.

Sin dalla nascita delle più antiche “polis”, infatti, è sempre stato usuale per le famiglie scegliere di curare l’istruzione dei primogeniti maschi. Le figlie femmine, al contrario, erano per lo più relegate ai lavori domestici; una loro più consona qualità poteva essere, piuttosto, l’emotività.

Questa visione, non così lontana come può sembrare, è pregna di un retaggio culturale sostenuto con fermezza anche dalle istituzioni scolastiche che, fino ai primi anni del 21esimo secolo, non permettevano alle ragazze di ottenere un’istruzione adeguata.

…poi il sessismo, poi il machismo

Il processo di attribuzione del potere genera inevitabilmente il fenomeno del sessismo, categorizzato in due momenti:

  • il sessismo benevolo, quello improntato sull’accettazione e sulla benevolenza;
  • il sessismo ostile, quello che discrimina.

Il sessismo consente di incasellare i ruoli del maschio e della femmina in precise categorie sociali. Non è un caso, infatti, che nell’immaginario storico collettivo le donne siano state incoraggiate a intraprendere lavori il cui fulcro sia la cura degli altri.

Tuttavia, urge constatare che l’attribuzione di potere risulti essere un’arma a doppio taglio in quanto, se da un lato ha indotto la donna ad una forma di dipendenza sociale, dall’altro ha disincentivato l’uomo allo sviluppo dell’intelligenza emotiva.

Sin da bambini infatti gli uomini imparano a performare forza, virilità e potere, senza sé e senza ma, e incoraggiati a reprimere emozioni e sentimenti tipicamente attribuiti al “femminile”: vergogna, tristezza, frustrazione.

Dopo aver riportato le evidenze scientifiche che dimostrano la funzione adattiva degli stereotipi di genere e aver constatato che il sistema machista non permette agli uomini di interiorizzare ed esteriorizzare l’emotività, al lettore si chiede: è giusto puntare il dito contro chi è vittima del suo stesso gioco? Siamo sicuri che la cultura machista leda esclusivamente le donne? Quali sono le conseguenze psicologiche della repressione emotiva?

In caso di emergenza non esitare a consultare questo link: https://www.salute.gov.it/portale/donna/dettaglioContenutiDonna.jsp?id=4498&area=Salute%20donna&menu=society


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Bibliografia

[1] Bianca R. Gelli, Psicologia delle differenze di genere,Francoangeli, Milano, 2009, p.400