
Tra un paio di settimane è prevista l’uscita del film Backrooms di Kane Parsons (conosciuto sul web anche come Kane Pixels, content creator che già nel 2022 cominciò a diffondere cortometraggi su siffatto tema, raggiungendo decine di milioni di visualizzazioni) sui maxischermi di tutto il mondo. In Italia il film uscirà nelle sale il 27 maggio e sarà distribuito da Wonder Pictures.
Backrooms: una definizione
Le Backrooms, nate come una leggenda metropolitana (o, per utilizzare un termine più diffuso nei paesi anglofoni, creepypasta), sono sicuramente un fenomeno di “pura finzione”, ma esso – come ogni racconto fantastico – non ha forse una base realistica, legata al mondo concreto? La risposta risiede nel concetto che funge da punto nevralgico per le Backrooms, ovvero i cosiddetti Liminal Spaces, o spazi liminali.
Ma prima di tutto, credo sia corretto definire con precisione cosa siano le Backrooms e come esse vadano a stimolare e modificare la percezione umana della realtà sociale e spaziale.
Il fenomeno delle Backrooms si originò il 12 maggio 2019, nel bizzarro e impalpabile reame dell’Internet. Un utente di 4chan (un imageboard anonimo) pubblicò un’immagine definibile al contempo inquietante e sinistramente nostalgica, corredandola con la seguente didascalia:
If you’re not careful and you noclip out of reality in the wrong areas, you’ll end up in the Backrooms, where it’s nothing but the stink of old moist carpet, the madness of mono-yellow, the endless background noise of fluorescent lights at maximum hum-buzz, and approximately six hundred million square miles of randomly segmented empty rooms to be trapped in. God save you if you hear something wandering around nearby, because it’s sure as hell that thing has heard you.
Traduzione:
«Se non fai attenzione e no-clippi fuori dalla realtà nelle aree sbagliate, finirai nelle Backrooms, dove non c’è altro se non l’olezzo di un vecchio tappeto umidiccio, la follia di un giallo monotono, l’incessante rumore di fondo di luci fluorescenti al massimo ronzio, e circa seicento milioni di miglia quadrate di stanze vuote segmentate in modo casuale in cui essere intrappolato. Dio ti salvi se senti qualcosa vagare nelle vicinanze, perché è sicuro come l’inferno che quella cosa ha sentito te».
Le Backrooms consistono sostanzialmente in differenti luoghi dalle forme sbiadite o particolari, accomunati dalla totale perdita del senso di tempo e realtà, perdendo quella cronestesia che rende l’uomo tale.
Nelle Backrooms si è completamente soli e costretti a vagare per un tempo indeterminato finché non si perde totalmente la conoscenza di sé. Sono suddivise in diversi livelli, ovvero diversi piani dove è presente una costante alterazione della realtà, che porta i contorni degli oggetti, delle stanze, degli elementi naturali come anche della sola tappezzeria ad apparire sotto forma di sagome bizzarre, al contempo estranee ma familiari.

Le Backrooms, oltretutto, portano il malcapitato a un graduale decadimento mentale che lo induce, infine, a divenire una cosiddetta “entità”: delle creature, più o meno ostili, che proliferano sia negli anfratti più occulti sia negli spazi aperti in questo purgatorio di considerazioni e desideri.
Molte di esse pullulano in luoghi che rappresentano manifestazioni concrete delle paure primarie dell’essere umano, come il terrore dell’oscurità, dell’ignoto e della totale solitudine. Ma le entità stesse simboleggiano una paura primordiale dell’essere umano, in gran parte latente a causa della modernizzazione del mondo, che ha portato questa fobia a inabissarsi: è la paura dei predatori, spesso ben più forti e dominanti dell’uomo, dotati di una costituzione fisica che l’essere umano non possiede.
Vivendo in un mondo in cui la costruzione di strumenti culturali e fisici (la lezione di Vygotskij in questo è fondamentale) ha portato la razza dell’uomo alla totale prevalenza perfino sui predatori più feroci e implacabili, la teoria delle Backrooms ha scaturito un forte senso di inferiorità rispetto agli altri esseri senzienti e un rafforzato sentimento di angoscia nei confronti di esseri ben più vigorosi di noi.
Ultimo connotato delle Backrooms è la costante ripetitività e la perdita psichica e cognitiva che questo labirinto di inquietudine provoca. Caratteristiche che si possono ritrovare anche nel reame onirico, ove le leggi metafisiche e universali sono totalmente inesistenti e la presenza di costanti ripetizioni, in primis di stanze e di edifici di fattura umana, ma anche spazi naturali e all’aperto e spazi interni sia di natura antropica sia di origine ambientale, può difatti essere una costante.

Il sogno rappresenta la chiave per l’accesso psichico alle Backrooms, poiché è proprio nel reame onirico che andiamo a rievocare i posti classici legati alla nostra infanzia, e di conseguenza i luoghi ricorrenti dei numerosi livelli delle Backrooms.
È per questo, dunque, che i fan accaniti si soffermano in ricerche che possono durare intere ore sulle immagini legate ai differenti livelli.
Dall’horror alla nostalgia: introduzione al concetto di liminalità
Tuttavia, le premesse che costituiscono il fenomeno metropolitano delle Backrooms sono facilmente sovrapponibili a quelle dei Liminal Spaces, o spazi liminali: luoghi che rappresentano un punto di passaggio e transizione tra due stati di essere o tra un luogo e un altro.
Tali “luoghi” (o nonluoghi, per citare il neologismo dell’antropologo francese Marc Augé, intesi come «tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici. Fanno parte dei nonluoghi sia le strutture necessarie per la circolazione accelerata delle persone e dei beni […] sia i mezzi di trasporto, i grandi centri commerciali, gli outlet, i campi profughi, le sale d’aspetto, gli ascensori eccetera. Spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione, sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane o come porta di accesso a un cambiamento»; rappresentativi quindi della società capitalistica e consumistica odierna) suscitano tendenzialmente il loro fascino misterioso per le seguenti ragioni:
- sono in uno stato di visibile decadenza, pertanto è immaginabile che non ci siano persone presenti (una fabbrica abbandonata, un parcheggio destinato al degrado, ecc.);
- vengono ripresi in momenti o fasi della giornata in cui generalmente le persone non sono presenti, durante l’orario di chiusura di un negozio come anche di un hotel, ad esempio;
- sono luoghi appartenenti alla nostra infanzia, per cui proviamo un forte senso di nostalgia per un passato ormai trascorso, un ricordo intangibile;
- sono per l’appunto luoghi di transizione, tra posti dove siamo e posti dove vorremmo essere, località che non rivedremo più nella vita, provando perciò un sentimento di innato affetto e familiarità;
- luoghi appartenenti a un’era ormai conclusa, che avremmo voluto vivere sotto alcuni aspetti, e perciò alla visione di tali immagini si sperimenta una sensazione di rammarico per ciò che non si è potuto sperimentare;
- luoghi totalmente illogici e irrazionali, caratterizzati da costruzioni bio-edili legate al mondo onirico e pertanto caratterizzate da contorni fluidi, forme bizzarre, colori sgargianti. Tali edifici sono solitamente frutto di un’unione tra materiali appartenenti a differenti campi (un ufficio tappezzato di erba, un prato con aste in metallo come spighe ecc.).
– Leggi anche: Assaggi di un panorama culturale post-AI
Metafisica a suoni: come la musica può legarci alla liminalità
Autore ormai indissolubilmente legato agli spazi liminali è Leyland Kirby, denominato “The Caretaker” (“Il Guardiano”), realizzatore di Everywhere at the end of time.
Nella sua gargantuesca opera, Kirby mira a trasmettere le sensazioni di un ipotetico e futuro sé stesso provate durante i diversi stadi dell’Alzheimer. Questo concetto è ben collegabile a tutto ciò sino ad ora asserito poiché, proprio in questo labirinto di perdita sensoriale, più si procede all’interno di esso e più si sperimenta la fallibilità della modernità e la mestizia legata alle nostre vestigie infantili, divorati dal dubbio, dall’impossibilità e dalla follia.
La costruzione cacofonica di Kirby costituisce la pienezza dello stadio di perdita psichica: partendo inizialmente da un senso di appartenenza fino a un mero sogno, passando alla sensazione che qualcosa sia errato, per poi terminare con lo sgretolamento totale della memoria, lo scioglimento dei ricordi e la perdita completa del proprio sé.
Nella loro bizzarria, le immagini identificative dei sei album portano un ulteriore significato metaforico al legame che Everywhere at the end of time intreccia con le Backrooms e con il concetto di liminalità: l’impossibilità di accertarsi di una qualche forma a noi conosciuta nell’immagine ci porta ad un particolare senso di vacuità spirituale, ascrivibile alle sensazioni caratteristiche degli spazi liminali.
Conclusioni
A prescindere da teorie orrifiche e film dell’orrore, le costruzioni presenti assiduamente negli spazi liminali ci aiutano a comprendere appieno la solitudine e spesso la futilità delle moderne costruzioni architettoniche.
La privazione degli altri esseri viventi ci permette di cogliere come, nonostante i comfort dell’ambiente antropico, non siamo altro che pedine inserite in un deserto artificiale, creato per distrarci dalla realtà pura e dalla spontaneità dell’ambiente naturale.
Siamo di fatto e saremo sempre delle “canne pensanti”, per dirla con Pascal.
I Liminal Spaces rappresentano una finestra prospettica di fondamentale importanza per farci comprendere come l’ambiente, frutto del consumismo e della bramosia di dominio, stia portando al decadimento delle strutture medesime.
Sitografia
- Backrooms, il film
- Backrooms, in uscita il 27 maggio
- Liminal Spaces – Lost in unknowable loneliness of modern architecture
- Non luogo
- Liminal Spaces
- Everywhere at the end of time
Contributi
Prima di lasciarci, citiamo il lavoro di tutte le persone che hanno contribuito alla stesura di questo articolo e che, ogni giorno, si impegnano affinché Requiem Pamphlet possa fare, nel suo piccolo, la differenza.
- Articolo di: Leonardo Maggiotto
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