Vi sarà capitato di entrare in un condominio, dover raggiungere il settimo o l’ottavo piano, magari avendo sulle spalle uno zaino pesante o per le mani delle buste strabordanti, ma il tanto comodo e veloce ascensore è sfortunatamente fuori uso.
Allora, come alpinisti sul Monte Bianco, vi avviate a scalare con pazienza le numerose rampe e con tanta fatica raggiungete l’ambita meta.
“Ah quanto è utile l’ascensore! Si dovrebbe proprio chiamare l’amministratore per farlo riparare, altrimenti arrivare in alto sarà sempre più difficile!”. Prima, però, sarebbe doveroso far rimettere in servizio un altro ascensore, leggermente più importante di quello condominiale, ma ugualmente mal messo, anzi forse peggio.
È l’ascensore dell’istruzione, che si è proprio inceppato: un tempo riusciva, seppur con lentezza, a portare ai piani alti anche chi nasceva nelle cantine. Non era sicuramente facile, ma le fatiche e i sacrifici in parte venivano ricompensati.
Prima, quello che adesso in giro viene chiamato quasi con disprezzo “pezzo di carta”, era una medaglia e una chiave che poteva aprire tante porte: maniglie dorate in mani umili, ma capaci.
Si possono dire tante cose sul valore sociale dell’istruzione, che innanzitutto è un bene inestimabile, che nessuno potrà portarvi via: non è mica un televisore a plasma o un Rolex! Tutto da un giorno all’altro può sparire: amore, amicizia, denaro, o potere, ma mai la conoscenza, che saremo solo noi a decidere se mettere da parte – e si spera proprio di no.
Nella pratica, però, questo strumento di indipendenza e libertà intellettuale non garantisce più un benessere legittimo come quello economico e una soddisfazione lavorativa: studiare non basta più.
Per carità: nessuno pretende che ogni singolo laureato d’Italia domini le pagine del Sole 24 ore, giri per la città in Ferrari e viva in sontuose residenze: l’istruzione non garantisce ricchezza e fama, ma dovrebbe almeno dare dignità a chi la esercita. Chi viene da contesti sociali ed economici più fragili a cosa si può aggrappare se non al sapere, al conoscere, al pensare? Come si fa ad andare nelle aree degradate del paese a parlare di sviluppo se uno dei suoi principali motori è spento? Come si fa a parlare di scuole e università come luoghi di speranza per chi deve scappare dall’ignoranza, dall’illegalità e dalla violenza, se poi questi enti non vengono valorizzati?
Ecco perché lo studio ha perso il prestigio e il rispetto tra la gente, non adempiendo più alla sua funzione strettamente materiale, quella economica ed occupazionale che portava giustizia sociale, realizzazione e orgoglio tra chi non ha potuto studiare ma ha fatto di tutto per dare la possibilità ai figli.
L’inadempimento alla funzione materiale porta a far mettere in discussione la sua funzione astratta e idealista, probabilmente più nobile, ma che rimane prerogativa di chi è nato già ai piani alti e l’ascensore non l’ha mai preso, figuriamoci le scale (chi vi scrive è tra questi).
Come possiamo far ripartire questo ascensore? Non c’è un manuale preciso al riguardo e di tecnici ne servirebbe un esercito, ma una strigliata bella forte all’amministratore andrebbe fatta: dopotutto è ora che la finisca di pensare solo alla cura del giardino, al tappeto d’ingresso e alle tasse condominiali. È nata la tendenza tra le vecchie generazioni di attribuire un “decadimento culturale” ai giovani e soprattutto a causa dei social media, colpevoli a loro dire di portare ignoranza e superficialità. Sulla discutibile qualità educativa di molti contenuti social se ne può parlare per ore e anche giorni, ma non è forse un altro il decadimento culturale che sta avvenendo? E siamo sicuri che i cosiddetti “vecchi”, che sentenziato aspri giudizi sulla gioventù, non siano in parte coinvolti?
Probabilmente i social avranno anche i loro effetti negativi, ma altri invece dovrebbero proprio riflettere sulle loro ipocrisie.
Contributi
- Articolo di: Edoardo Minerva
- Correzione bozze: Enrico Pescarelli
