La puntata di Pulp Podcast è peggio di quello che pensavi

Lo spazio al contraddittorio è una timida condanna ai toni della campagna elettorale e un Barbero in contumacia. La tendenza è appiattire tutto sulla comunicazione

Chi ha avuto la brillante intuizione – si fa per scherzare – di porre un dubbio circa la legittimità morale dell’operazione Meloni e degli interessi dietro a un’ospitata che già dall’annuncio aveva i crismi di un evento epocale ha avuto da rispondere ad accuse furiose.

Le cose vanno guardate prima di giudicarle, è vero, e farsi un’idea prima è il solito “processo alle intenzioni” degli haters che sembrano perseguitare chi ce la fa nel nostro grande paese. È toccato a Berlusconi, è toccato a Renzi, tocca alla Meloni, alla Santanchè e da un po’ a Fedez nella nostra epoca. 

L’impresa eccezionale di essere normale

Lo spirito che accompagna i discorsi sullo stato dell’informazione nel nostro paese svia il punto fondamentale di una questione: il rispetto delle regole e dei suoi contrappesi. Facciamo un passo indietro.

Pulp Podcast è stato fondato dopo l’affaire Luis Sal dall’imprenditore Federico Lucia che, fiutando contesti e arie, ha coronato il suo sogno di gioventù: influenzare e dettare l’agenda politica del nostro paese. E sta andando benissimo, pare.

Per fare ciò, Fedez ha dovuto abbandonare il disinteresse politico di un Luis Sal fuori tempo e troppo poco serioso per legarsi a quella che sembra la nuove veste del cantacronache (sigh) di Buccinasco. Un Fedez nuovo, post rottura, che fiumi di tastiere ha fatto sprecare ai giornali online e cartacei del nostro paese interessati a capire i contorni psicologici e personali di questo cambiamento. Che ha dei fili chiari: la serietà, il dolore, l’emotività, la “ribellione”. Nulla di nuovo, banalità da soft power, comunicazione da brand personale.

Fuori dai personaggi controversi di cui si circonda – decidete voi chi tra loro – una dose di soggettività dovrebbe permanere nello spazio “libero” che si pone apertamente come concorrenza a un settore in ginocchio e chiuso. E forse un po’ corporativo. E infatti permane. Perché a cambiare è stato solo il paradigma, non lo spirito.

Dall’esplosione della Zanzara alla memizzazione della politica, l’abitudine e la normalità del discorso si avvale di una premessa auto-definita (giochiamo sempre su questo campo) di trasgressione e rottura verso un moralismo artificioso appiccicato ad arte a nemici meno importanti e minacciosi di quanto si porti la gente a pensare.

L’ha scritto bene Luigi Manconi su Lucy, qualche giorno fa:

«un racconto generale il cui tessuto narrativo è perfettamente ossequioso verso gli stereotipi dominanti, organici a una lettura reazionaria delle relazioni sociali, dei rapporti di potere, del ruolo dell’individuo nella comunità, del significato di categorie fondamentali come i diritti, le garanzie, le libertà».

Qui volevamo arrivare. 

A chi rispondono Fedez e Marra?

Tra le poche cose pratiche che si imparano disponendo di una laurea in filosofia c’è il riuscire a comprendere (non per forza destrutturare) una narrazione all’interno di un discorso.

Chi vorrebbe presentarsi come antitetico a un settore che, in una democrazia avanzata, ha il compito primario di lavorare apertamente per torchiare chi quel discorso lo usa a fini propagandistici o, ancora peggio, bellicistici dovrebbe avere la competenza o la disposizione per farlo.

Se nei mesi e anni precedenti ottime o superficiali analisi hanno aperto un dibattito sullo stato di salute dei nostri media qualcuno ora sta fiutando un’opportunità.

Ma la crisi è una crisi d’autorità che non si può spegnere andando nel verso opposto. Pulp Podcast è un prodotto multimediale di intrattenimento gestito dalla società DOOM Entertainment S.r.l. Questo comporta una serie di conseguenze giuridiche e burocratiche non secondarie.

Doom è sponsorizzata, inoltre, sia da multinazionali come Coca-Cola ed Eni e sia da giganti dell’informazione per influenza come Sky. Chi ci lavora, almeno chi riusciamo a vedere, non è un giornalista. Non risponde a un ordine o a un codice deontologico perché la sua principale ragione è l’intrattenimento. Non l’informazione. Interessante quindi capire da quale posizione – da privato cittadino o da personaggio pubblico? – si voglia provocare una guerra verso i “giornalisti rosiconi” come il buon Giovanni Floris che chiedeva degli spezzoni.

Non è una novità, per carità, ma una tendenza sibillina che potremmo pensare si avvalga dell’uscita dalle “gabbie” legali che regolano l’informazione. Nel suo famoso saggio breve Dire la verità. Gli intellettuali e il potere il maestro E.W. Said pensava che l’intellettuale, per sfuggire dalla specializzazione e dall’irrilevanza, dovesse pensarsi come dilettante (pensati dilettante) convinto che «il fatto stesso di essere membro pensante e responsabile della società lo autorizza a porre istanze morali persino all’interno della più tecnica e professionalizzata delle attività, nella misura in cui riguarda l’intero paese, il potere i suoi rapporti con i cittadini e con altre società». Analizzando il filmato di oggi, ne siamo vicini?

Se è colpa di tutti non è colpa di nessuno

L’attesa verso la puntata di oggi, per chi un’idea se l’era già fatta, era dettata dalla volontà di comprendere come e in che modo il famoso contraddittorio al cui ruolo rispondeva, per volontà popolare, il co-conduttore Davide Marra avrebbe messo in difficoltà il Potere nella sua manifestazione concreta.

L’impressione è sembrata, a pensar bene perché è d’obbligo, di avere a che fare con una puntata viziata da un timore reverenziale che ha trasformato lo spazio in un comizio. Le poche e difficili ribattute a un monologo che milioni di italiani hanno già visto e sedimentato si sono concentrate su una generica condanna verso le forme di propaganda utilizzate da entrambi gli schieramenti. Che fossero entrambi, ovviamente, non si mancava di specificare seppur a rispondere – e infatti ha risposto con forza – dei due schieramenti vi era solo una leader.

L’appiattimento del discorso politico che da un po’ di tempo si ritrova online è strettamente collegato alla riduzione della dimensione politica a quella comunicativa. L’accettazione quasi nichilista che non solo la propaganda esiste e deve esistere ma che solo su di essa siamo portati a decidere.

E ritorna tutto nella prima mezz’ora di una Meloni più realista del Re Trump, perfettamente inquadrata nella metamorfosi triste e grigia di chi dopo anni passati a sbraitare contro i poteri forti diventa di colpo una burocrate da BCE. “Non voto Meloni, ma comunicativamente dà una pista alla sinistra”. “Vannacci ha delle idee controverse, ma comunicativamente è incredibile”. Questa la weltanschauung politica della mia generazione. Questa la via collegata a una strumentalità specializzata che riesce a dare forza e slancio a chi la capta.

Difficile ricordare che non solo di comunicazione la politica può vivere ma anche di altri fattori che sono solo timidamente accennati ma mai approfonditi. Essi sono, oltre alle “risposte nel merito” (che diventerà un nuovo incubo di plastismo), le posizioni, le concezioni, gli ideali e i riferimenti e le responsabilità che in tempi di guerra hanno già trovano il muro del “non possiamo fare altrimenti”.

Nella puntata la forza “mematica” o caciarona che pur con altri leader aveva trovato spazio si è vista rinchiusa in una gabbia di cenni e domande forzate di due performer evidentemente in ansia. Uno nell’ombra e uno in pasto al leone politico. A fungere da opinione contro spetta Barbero. Ma non lui, il famoso professore, in carne ed ossa bensì – a dar ragion d’essere al neoluddismo – un cellulare in cui si vede un video che è un estratto di una sua intervista. A cui arrivano smorfie stizzite e sospiri di una Presidente del consiglio che recita, molto tranquillamente, perché non poteva avere gioco più facile. 

Chi ha vinto e chi ha perso? 

Comunicativamente ha vinto la Meloni. La coppia del giornalismo senza tesserino ha radicalizzato anche una frangia che li vedeva con meno criticità di quanto forse meritassero rendendo palese uno spostamento se non sostanziale almeno percettivo verso destra.

Su altri campi hanno probabilmente vinto entrambi, ed è difficile pensare il contrario data la visibilità che tutti e due gli attori in campo hanno ricevuto. A perdere è ancora la sinistra? (Quale?).

In un mondo un po’ sfacciato e che andrà a brevissimo verso un’istituzionalizzazione forzata e uno sgrezzamento accettabile gente che vorrebbe essere Longanesi ma è Cruciani un po’ ripulito pretende di dettare linee e tempi a partiti che nel bene e nel male rappresentano un terzo dell’elettorato di una nazione del G7. Da questa posizione, però, si possono influenzare milioni e milioni di elettori. Senza risponderne come un giornale. 

Contributi

Prima di lasciarci, citiamo il lavoro di tutte le persone che hanno contribuito alla stesura di questo articolo e che, ogni giorno, si impegnano affinché Requiem Pamphlet possa fare, nel suo piccolo, la differenza.

  • Articolo di: Samuele Trianni
  • Correzione bozze: Gianmarco Loiacono
  • Impaginazione e SEO editing: Gianmarco Loiacono