Per definizione, con Intimate Partner Violence si intende «qualunque episodio di comportamento controllante, coercitivo, minaccioso, di violenza o abuso tra le persone che sono partner intimi […], indipendentemente dal genere o dall’inclinazione sessuale. L’abuso può essere psicologico, fisico, sessuale, finanziario ed emotivo».
La violenza in numeri
L’IPV (acronimo per Intimate Partner Violence) ha conseguenze gravi sulla salute fisica e mentale. Infatti, la sensazione di vergogna, paura e impotenza determina una scarsa propensione alla denuncia e, di conseguenza, un numero relativamente esiguo di condanne.
Nella maggior parte dei casi, l’Intimate Partner Violence è esercitata dagli uomini, a scapito delle compagne. Dal punto di vista statistico, si stima che in Italia 6 milioni 788 mila donne abbiano subito una qualche forma di violenza nel corso della propria vita.
In particolare, il 20,2% ha subito violenza fisica, il 21% violenza sessuale e il 5,4% stupri o tentati stupri1. Tali dati risultano essere in linea con quelli provenienti dalla letteratura internazionale, e da questi ne consegue che l’Intimate Partner Violence è un problema di salute pubblica rilevante, anche considerando tutti i casi di femminicidio che appaiono sulla cronaca nera.
Saper riconoscere l‘intimate partner violence
Si parla, ovvero, di una forma di violenza che può manifestarsi in situazioni di fragilità personale pregressa, che può avere conseguenze significative per la salute mentale. In particolare, si tratta di atti che possono essere occasionali e situazionali, soprattutto di tipo fisico e/o sessuale, senza distinzione netta in fasce d’età.
Inoltre, si possono anche manifestare forme di perpetrazione ripetitiva, ambito nel quale subentra la violenza psicologica. A questo genere può esservi associata un’ulteriore tipologia, il bisogno ossessivo di controllo.
In questo caso, il partner violento riesce a dominare l’altro, tramite mezzi apparentemente astratti:
- l’attacco al senso del sé e dell’autostima;
- la costante svalutazione o gaslighting;
- le minacce;
- il controllo economico.
Quando si arriva ad avere due posizioni ben distinte, un dominatore e un dominato, quest’ultimo, ovvero, la vittima, perde ogni sua facoltà di autodeterminazione.
Una questione di genere
Le statistiche mostrano con chiarezza la questione di genere mal nascosta dietro all’Intimate Partner Violence. Infatti, ci dicono che le vittime sono prevalentemente donne. Non bisogna credere, però, che il contrario non sia possibile, poiché anche alcune donne sono colpevoli di questa violenza, seppur in minoranza.
È importante sottolineare che una donna non rimane in una relazione violenta: “perché lo vuole”; “perché è debole / psicologicamente deficitaria”; “perché ha una personalità dipendente”.
I motivi che la spingono a rimanere in una relazione simile sono molto più complessi.
L’aftermath psico-biologico
La diminuzione della capacità decisionali, soprattutto durante il periodo di innamoramento, è stato ampiamente spiegato non solo dal punto di vista prettamente psicologico. È dimostrato, infatti, anche biologicamente, attraverso studi di neuroimaging.
Queste ricerche hanno segnalato che, in risposta alla visione del volto del partner, vi sarebbe una diminuzione dell’attività delle aree della corteccia frontale, che sono responsabili del giudizio critico. Ciò potrebbe spiegare poiché l’amore risulta spesso essere irrazionale.
Tale sentimento non permette di prendere piena coscienza dei difetti dell’altro e spinge, soprattutto inzialmente, ad ignorare eventuali comportamenti, normalmente non apprezzati. I giudizi razionali sono, dunque, temporaneamente sospesi o non più applicati con lo stesso rigore.
Inoltre, in una persona innamorata si assiste anche a una riduzione dell’attività dell’amigdala, una regione del cervello nota per il suo ruolo nella rilevazione di stimoli minacciosi e nell’attivazione della paura e di altre emozioni negative.
Un partner manipolatore è in grado di estendere la durata di questa prima fase.
Le fasi della violenza
La recita dura solitamente dai 3 ai 6 mesi. Successivamente, si scopre che la persona meravigliosa che la vittima crede di aver incontrato in realtà non esiste.
- Fase 1: le micro-aggressioni all’autostima, ovvero un’iniziale test. È determinante per comprendere quanto la vittima è coinvolta, e quanto è disposta a sacrificare il rispetto per sé pur di mantenere il legame.
- Fase 2: i comportamenti ambivalenti. Una volta verificato l’attaccamento, si inizia a sperimentare sistematicamente quanto la vittima possa sbilanciarsi fra una condizione di idealizzazione e una di svalutazione del partner e/o della relazione. La vittima, quindi, non ha la possibilità di elaborare il legame, poiché troppo immersa nella sua instabilità che non le permette di prevedere le prossime mosse. La soluzione più semplice è quella di rendersi passiva, aderendo al modello imposto dal carnefice. Ciò porta la vittima ad entrare in un loop di svalutazione costante, dal quale sarà molto difficile uscire.
La predisposizione
Esistono situazioni psicologiche pregresse, come già anticipato, che contribuiscono alla permanenza in situazioni di Intimate Partner Violence:
- disturbi di personalità quali borderline, dipendente, masochistico
- ansia
- depressione
Anche altri elementi possono favorire la permanenza della vittima in un contesto maltrattante, e alcuni risalgono alla storia evolutiva della persona.
A partire dall’infanzia, ognuno impara che in situazioni di stress, pericolo, difficoltà, ci si può rivolgere alle figure di attaccamento (quali i genitori, i nonni, il partner, ecc.).
Però, se tale figura coincide con quella dell’aggressore, si andranno a creare situazioni molto complesse. Lo stress provocato dal maltrattamento attiva questo sistema di attaccamento, che spinge a cercare cura e protezione. Ciò implica un’avvicinamento a chi si ritiene in grado di fornire conforto, figura che la vittima riconosce nel maltrattatore stesso.
Contribuiscono anche esperienze traumatiche pregresse, quali:
- abusi sessuali precedenti
- separazioni precoci
- situazioni familiari di conflittualità
- basso status socio-economico.
Il principio è quello della traumatofilia: la persona si ritrova inconsapevolmente a rimettere in atto situazioni traumatiche. In particolare, la vittima tende a riconfermare a sé stessa che sta ottenendo ciò che in realtà merita, seppur tendando di dare un esito diverso alla situazione.
Tendenzialmente queste situazioni convincono la vittima di rientrare in un modello di sé privo di valore, non amabile, maltrattabile. Mentre il modello dell’altro viene identificato come totalmente violento (oppure scisso in una parte violenta e una parte amorevole rispetto ai modelli che si sono vissuti in infanzia).
E poi?
Le conseguenze di ciò che abbiamo inizialmente identificato come Intimate Partner Violence sono:
- disturbo post-traumatico da stress
- forme ansiose depressive
- disturbi del comportamento alimentare (valenza di attacco al proprio corpo e al sé)
- disturbi da uso di sostanze (valenza di automedicazione: tentativo di gestire il dolore).
È difficile aver a che fare con la violenza poiché subentrano i meccanismi di negazione (“non è vero che sta accadendo a me”) e di distorsione
si comporta così perché mi ama tantissimo; si comporta così perché è lui che soffre e non lo posso lasciare perché è molto debole
La cura dell’altro va a interferire con la tutela e la cura di sé, che viene, invece, attaccata.
Conclusioni
Il tema della cura è fondamentale in queste situazioni.
È centrale a livello clinico, tant’è che nel percorso di emancipazione da queste situazioni spesso la vittima ha desiderio e bisogno di partecipare come volontaria nei centri antiviolenza. Risulta essere come rimettere in atto un assetto di cura nei confronti delle altre persone che si sono trovate in situazioni simili.
Infine, è importante riconoscere tutti gli aspetti psicologici legati alla relazione violenta per non agire sulla base di stereotipi di ruoli o di genere, né sulla base di giustificazioni semplicistiche. A cause di quest’ultime, spesso, si è spinti a sposare la logica perversa messa in piedi dal perpetratore.
Bisognerebbe, invece, agire sulla base delle dinamiche relazionali e intrapsichiche disfunzionali che si sono attivate nella relazione maltrattante per poter andare a recuperare e curare il sé confuso, ferito, demolito della vittima. Si potrà, così, ristabilire una percezione di realtà in cui la vittima può recuperare progressivamente la sua agentività e, con il supporto necessario, uscire dalla violenza.
In caso di emergenza non esitare a consultare questo link: https://www.salute.gov.it/portale/donna/dettaglioContenutiDonna.jsp?id=4498&area=Salute%20donna&menu=society
Bibliografia
1 “Rivista di psichiatria, Vol. 56, N. 1, Gennaio-Febbraio”
