Il recupero delle navi di Nemi

Alcuni chilometri a sud di Roma, tra i rilievi dei Colli Albani, si trova un piccolo specchio d’acqua che prende il nome di lago di Nemi.

La parola “Nemi” può essere fatta risalire al Nemus Dianae, bosco sacro dedicato alla dea Diana, a cui era dedicato anche l’omonimo tempio che sorgeva originariamente sulle rive del lago.

Questo luogo era apprezzato come meta di villeggiatura già nell’antica Roma, tanto che lo stesso imperatore Caligola (12 d.C.-41 d.C.) vi fece costruire la sua villa personale per allontanarsi dalle afose estati romane.

È proprio la vicenda di Caligola, e la leggenda delle misteriose navi rimaste per secoli sepolte nel lago, che approfondiremo insieme nel corso di questo articolo.

Le navi

Realizzate intorno al I secolo d.C., le navi di Nemi erano realizzate con legname di vario tipo, solitamente pino, quercia o abete; lo scafo veniva poi reso impermeabile con uno strato di lana imbevuto nella pece e ricoperto da una lamina di piombo per conferirgli maggiore robustezza.

Per quanto la struttura di base fosse comune alla maggior parte delle imbarcazioni del tempo la nave dell’imperatore doveva essere dotata di tutte le aggiunte appropriate al rango del suo proprietario; se si trattava poi, come nel nostro caso, di un sovrano stravagante e dalle mani bucate come Caligola il lusso era poi una componente particolarmente centrale.

Nel caso specifico delle navi di Nemi si potevano trovare a bordo tutti gli elementi tipici delle ville patrizie, compreso impianto termale, giardini pensili con fontane funzionanti grazie a complicati sistemi idraulici e pavimenti rivestiti di marmo policromo e mosaici.

Nel quarto libro delle Vite dei dodici Cesari, la biografia di Caligola, lo storico romano Svetonio scrive a riguardo di alcune navi simili a quelle di Nemi:

 “Fabricavit et deceris Liburnicas gemmatis puppibus, versicoloribus velis, magna thermarum et porticuum et tricliniorum laxitate magnaque etiam vitium et pomiferarum arborum varietate; quibus discumbens de die inter choros ac symphonias litora Campaniae peragraret.” 

(Fece costruire anche navi da dieci remi di tipo liburnico, con poppe tempestate di gemme, vele variopinte, ampi bagni termali, portici e triclini, oltre a una grande varietà di viti e alberi da frutto; su di esse banchettava in pieno giorno, attraversando le coste della Campania tra cori e suoni di strumenti musicali).

Ma quale scopo avevano queste navi così lussuose? Secondo le ricostruzioni più accreditate si trattava principalmente di un luogo di riposo e svago, nonché di annesse celebrazioni religiose nei confronti della divinità locale (Diana); è stato ipotizzato anche che Caligola le usasse per simulare battaglie navali.

Una teoria interessante, posta dal professore Pier Gabriele Molari, è quella che le navi fossero state anche parte essenziale di giganteschi organi musicali, probabilmente sfruttando al loro complesso sistema idraulico. 

Con la caduta in disgrazia e l’assassinio di Caligola il Senato romano, particolarmente oltraggiato durante il suo regno, si impegnò in un’opera di damnatio memoriae, distruggendo molte delle tracce lasciate in vita dall’imperatore. Tra le varie cose che andarono perdute in questo processo di rimozione dalla memoria pubblica figurarono le navi, che vennero fatte affondare nel lago e dimenticate per secoli sotto uno spesso strato di acqua e detriti.

I primi (fallimentari) tentativi di recupero

Essendo le misteriose navi di Nemi conosciute sin dall’antichità, anche per i ritrovamenti casuali di reperti da parte dei pescatori locali, non c’è da sorprendersi che si sia tentato per molto tempo di recuperare queste meraviglie sommerse.

I primi tentativi seri in merito risalgono al Rinascimento e, nonostante queste imprese si siano risolte nella maggior parte dei casi in un nulla di fatto, alcune di esse rimangono degne di nota. La più rilevante è probabilmente quella finanziata dal cardinale Prospero Colonna, signore di Nemi: egli incaricò l’architetto Leon Battista Alberti che, con l’aiuto di nuotatori genovesi, riuscì ad esplorare la nave più vicina alla riva, arrivando a determinate la distanza e la profondità del relitto.

In un tentativo di recupero successivo, anch’esso fallito, si cercò di issare una delle imbarcazioni tramite una piattaforma galleggiante munita di uncini, finendo però per danneggiare irreparabilmente la fragile struttura lignea.

Un secolo dopo, Francesco De Marchi riporta nella sua opera “Della Architettura Militare” una serie di immersioni usando una campana di legno munita di oblò, riportando dimensioni e condizioni dello scafo più vicino alla riva.

Nel 1827, sotto la guida del cavaliere Annesio Fusconi, tramite una campana di Halley vengono asportati dalla nave marmi, mosaici, chiodi, frammenti di colonne e pezzi di legno da cui vengono ricavati dei souvenir. Anche Fusconi finì per abbandonare l’impresa a causa di alcuni furti del materiale recuperato, ma riportò l’impresa nel suo volume “Memoria archeologico-idraulica sulla nave dell’imperator Tiberio“. 

L’ultimo tentativo dell’800 risale al ’95 quando l’antiquario Eliseo Borghi, su incarico della famiglia Orsini e del Ministero della Pubblica Istruzione, assolda un palombaro per esplorare nuovamente i relitti. Durante questa impresa viene recuperata la ghiera in bronzo del timone – col dettaglio in rilievo di una testa di leone – e altri oggetti, tra i quali mosaici e tegole in rame dorato, successivamente acquistati dal Museo Nazionale Romano.

Il Ministero della Pubblica Istruzione interruppe poi il progetto – dato che il lavoro di Borghi stava danneggiando gli scafi – e si decise di passare a un approccio più scientifico tramite il Ministero della Marina. L’ingegnere e tenente colonello Vittorio Malfatti, a cui si deve l’identificazione della posizione precisa delle navi e il rilievo del lago, propose l’abbassamento del livello dell’acqua; il suo piano però venne archiviato senza tentare questa nuova strada.

L’intervento del duce

L’idea del ten. col. Malfatti tornerà in auge nel 1927 sotto la spinta di Mussolini in persona, che in un discorso svoltosi alla Regia Società Romana di Storia e Patria avrebbe annunciato: “Un’altra grande impresa archeologica mi piace oggi annunziarvi come oramai decisa: il recupero delle due grandi navi romane sommerse nel lucido specchio nemorense”. 

Non era certo la prima volta che la propaganda fascista faceva uso di imprese archeologiche o di simboli riconducibili all’Antica Roma, un esempio su tutti il fascio littorio – da cui prende il nome lo stesso partito – il quale nel 1926 diventerà anche simbolo di stato, finendo per essere collocato nella bandiera italiana l’anno successivo. 

Ma la propaganda non si fermava qui: oltre all’impresa delle navi di Nemi, vi furono svariate opere di recupero delle architetture romane, come la demolizione nel 1924 delle case che coprivano il foro Traiano, quello augusteo e quello di Cesare.

Va ricordato anche che lo stile architettonico razionalista, promosso dal fascismo, era anche esso ispirato all’antica Roma; un esempio lampante lo si può ritrovare nel Palazzo della Civiltà Italiana.

Ovviamente Mussolini si ispirava alla figura dei grandi imperatori, soprattutto di Ottaviano Augusto, primo imperatore, tanto che per il bimillenario della sua nascita venne inaugurata la Mostra Augustea della Romanità, visitata anche Hitler per ben due volte.

L’amore per la figura dell’imperatore Augusteo si vede anche nella realizzazione della piazza Augusto Imperatore, dove si erge il Mausoleo di Augusto – al cui interno venne collocata l’Ara Pacis.

Tra le altre imprese archeologiche fasciste si può trovare anche l’anfiteatro romano di Lecce: già scoperto e parzialmente dissotterrato a inizio XX secolo dall’architetto salentino Cosimo De Giorgi, sotto il fascismo l’opera di scavo venne completata con l’abbattimento delle case e degli appartamenti al lato occidentale dell’attuale piazza Sant’Oronzo, ora attuale luogo del palazzo dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni.

Il recupero delle nevi durante il fascismo

Del recupero, iniziato nell’ottobre del 1928 e concluso nel 1932, venne incaricato l‘archeologo e parlamentare Corrado Ricci. Il progetto finale consisteva nello svuotamento del lago – fino a 22 metri di profondità – tramite un canale artificiale preesistente.

Per completare il drenaggio verranno utilizzate anche una serie di pompe idrauliche concesse dalla società “Costruzioni meccaniche Riva” di Milano, col sostegno anche di “Elettricità e Gas di Roma” e “Laziale di Elettricità”. Queste società insieme formeranno il Comitato Industriale per lo scoprimento delle Navi Nemorensi.

Le previsioni iniziali di un risultato rapido furono presto ridimensionate dalle condizioni del canale, particolarmente suscettibile a franare durante i lavori; per questo motivo nei mesi precedenti all’ottobre del ’28 i lavori si concentrarono sull’allargamento e lo spostamento dei detriti della galleria. 

Dopo pochi mesi dall’inizio ufficiale dei lavori in autunno si cominciarono a scorgere la poppa della prima nave; emergono armi, decorazioni, attrezzi e altri reperti. Ma nel gennaio 1930 – a causa di mancanza di fondi – l’impresa venne fermata, per riprendere nel novembre successivo; nel 1932 infine entrambi i relitti vennero recuperati e inizialmente conservati in un hangar, in attesa della fine dei lavori del museo che le ospiterà.

Il museo

Aperto nel 1936 nei pressi del lago, su progetto dell’architetto Vittorio Ballio Morpurgo, il Museo delle navi Romane di Nemi è un primo e rarissimo esempio di struttura nata per il proprio contenuto: interamente in calcestruzzo, si articola su un doppio hangar parallelo provvisto di grandi superfici vetrate e, sul tetto, di una terrazza dalla quale si può ammirare il lago.

L’incendio

Purtroppo il probabile disastro ambientale dato dallo svuotamento (e successivo riempimento) del lago non è l’unico incidente avente le navi di Nemi come protagoniste: nella notte tra il 31 maggio e il 1° giugno del 1944 le navi verranno distrutte da un incendio, con come unici sopravvissuti gli artefatti precedentemente trasferiti a Roma. 

La causa dell’incendio è stata ricondotta inizialmente ad un sabotaggio dell’esercito tedesco, essendo l’edificio a poca distanza da una batteria di cannoni della Wermacht. Una revisione delle indagini del 1944 – condotta nel 2023 da Flavio Altamura e Stefano Paolucci – suggerisce l’infondatezza delle prove a carico delle truppe tedesche, addossando invece le colpe all’impatto accidentale di alcuni colpi di artiglieria alleata.

Nel corso degli anni sono state avanzate anche altre ipotesi, compresa un’azione partigiana, un tentativo di furto o un’incidente dovuto agli sfollati che si rifugiarono nel museo, tutte però scartate.

Il museo oggi

Attualmente il museo, dopo una serie di lavori di ristrutturazione, ospita i modelli in scala 1:5 delle navi ormai perse, eseguiti sulla base di disegni tecnici a opera della Marina.

Oltre alle imbarcazioni ricostruite sono presenti anche alcuni pezzi che si sono salvati dall’incendio, parti del Santuario di Diana e un tratto della via Sacra.

Sitografia

https://simsi.it/la-marea-fontana-natoli/archeologia-subacquea-parte-prima/

http://amsacta.unibo.it/id/eprint/6305/

https://www.nauticareport.it/dettnews/storie_e_report/lago_di_nemi_le_navi_di_caligola-6-4768

https://it.wikipedia.org/wiki/Lago_di_Nemi

http://www.adamoli.org/benito-mussolini/pag0157-.htm

https://versioniesoluzioni.forumfree.it/?t=43230812

http://www.thelatinlibrary.com/suetonius/suet.cal.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Caligola

https://www.storicang.it/a/caligola-il-cesare-quale-tutto-era-permesso_15733

https://journals.openedition.org/cdlm/9153

https://www.ilmamilio.it/c/news/29537-addio-a-giuliano-di-benedetti-lo-studioso-della-terza-nave-di-nemi-e-della-via-di-dante-nel-bosco-nemese.html

https://www.castellinotizie.it/2020/08/18/genzano-e-morto-larchitetto-giuliano-di-benedetti-aveva-77-anni-la-3-nave-romana-al-lago-di-nemi-tra-le-sue-certezze/

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  • Articolo di: Mariasara Russo
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