Un’infallibile madeleine per riportare alla mente ricordi perduti, sensazioni dimenticate, emozioni lontane. Ma con un idioma fluido, creativo per natura, che si rivela sorprendentemente efficace anche per temi più attuali. Utilizzato da autori contemporanei. Semplicemente la letteratura in dialetto.
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Il continuo e circolare ritorno del vernacolo nella letteratura italiana contemporanea.
Il vernacolo ha sempre avuto un ruolo importante in Italia. Peraltro, accanto alla letteratura nazionale, vi è sempre stato un filone che accoglieva opere in cui venivano usate – in varia misura – le diverse parlate regionali.
Come sottolinea Benedetto Croce, si è sviluppata, accanto a quella nazionale,

Come sottolinea Benedetto Croce, si è sviluppata, accanto a quella nazionale, letteratura in dialetto “riflessa”, intrinseca alla prima.
Essa nasceva con scopo integrativo, rappresentando idee che non si potevano ben definire se non in dialetto.
Le due lingue, dunque, si completano a vicenda, coesistono, non per entrare in conflitto, ma per essere fonte di ispirazione l’una per l’altra.
Fino alla prima metà del Novecento, infatti, il dialetto era la lingua della comunicazione orale informale. Questo accadeva poiché l’italiano si mostrava ancora come un idioma piuttosto “rigido”, da libro stampato, non adatto alle dinamiche della quotidianità.
La radio e la televisione determinarono la svolta.
Con esse decaddero i tratti decisamente troppo “formali” della lingua comune, arricchendola di tutte le sfumature che, introvabili nella forma standard, le persone ricercavano costantemente nel loro dialetto.
La morte dei dialetti
Alcuni intellettuali, fra cui Pasolini, a partire dagli anni Sessanta, iniziarono a denunciare una progressiva “morte dei dialetti”, data la loro arcaicità di fronte ai nuovi usi e alla diffusione dell’italiano.
Tuttavia, la “morte dei dialetti” non è un pronostico che si è avverato in Italia:

Secondo l’ISTAT, nel 2015 il 32,2% della popolazione italiana adotta un uso alternato di italiano e dialetto in famiglia
si può affermare che vi sia tutt’oggi una situazione di diglossia.
Situazione tipica di un paese in cui due lingue conservano ruoli sociali differenti e gerarchizzati.
Definizione di diglossia
Nella comunità italofona, infatti, il contatto tra italiano e dialetto è molto frequente. È altrettanto abituale sentire un parlante alternare i due codici anche all’interno di una stessa frase, a seconda delle circostante pragmatiche in cui si trova.
Le pietre miliari della letteratura dialettale
Come afferma Gianna Marcato nel suo studio La forza del dialetto, si può rilevare-a partire dalla generazione nata negli anni ‘80-“un’accesa e forse imprevista curiosità” per le vecchie parlate.
Quest’attenzione fa sì che il dialetto venga conservato e usato ancora tutt’oggi.
I dialetti, prosegue Marcato, sembrano quasi destinati a ripresentarsi in nuove forme:
- nel parlare quotidiano
- in ambito letterario.
La continua e costante pubblicazione di opere di letteratura in dialetto riflette il perdurarne dell’uso-o almeno della conoscenza passiva)-dell’idioma nella nostra società.
Inoltre, ne testimonia anche un certo interesse verso le funzioni che esso può assumere.
Esempi
Troviamo degli esempio di letteratura in dialetto in autori contemporanei come:
- Pasolini (con, ad esempio, il tagliente romanesco di Ragazzi di Vita, 1955);
- Gadda (che sceglie di intrecciare ben quattro dialetti in Quer pasticciaccio brutto di via Merulana, 1957);
- Meneghello (che ci racconta il “mondo dei paesi” in Liberanos a malo, 1969);
- Camilleri (che usa il siciliano per dare forma e identità ai personaggi e ai luoghi);
- Zanzotto (con la raccolta di poesie in veneto Filò, 1976, ripresa poi da Fellini nel film Casanova);
- Trevisan (con il suo Works, 2016, in cui racconta la vita di un uomo di provincia, scrivendo della sua situazione lavorativa).
Infine, un’opera recentissima che vorrei portare alla vostra attenzione.
Il caso di Calseti: poemetto in trevigiano che indaga l’animo umano

Il poemetto Calseti di Francesco Crosato, pubblicato nel 2020
La letteratura del ricordo
Crosato, scrittore trevigiano classe 1955, dopo anni di scrittura in lingua italiana standard, decide di iniziare a produrre letteratura in dialetto.
Questa non deve essere considerata come una “regressione”, un tornare indietro.
Si tratta, invece, di un riconoscimento del dialetto come strumento per riportare a galla ricordi e per evocare immagini vivide che non potrebbero altrimenti avere la stessa forza comunicativa.
Il dialetto funziona un po’ come:

La Madeleine di Proust
Esso va a toccare parti dell’animo umano collegate alla lingua delle associazioni “pre-logiche”, una lingua “materna” che di solito è proprio un dialetto.
Raggiunge angoli dimenticati che, tramite questi suoni, ritornano ad esistere.
Calseti? Che cosa significa?
Calseti, che, in trevigiano vuol dire, appunto, “calzini”, è un poemetto ambientato nella campagna veneta degli anni ‘50.
In quest’opera si parla dei “casi centrifughi della vita” che vanno a scombinare le esistenze dei personaggi.
Si rivoltano “come calzini”, ovviamente, e separandoli dalla loro metà. I protagonisti, dopo una lavatrice, si ritrovano soli.
L’equilibrio perfetto, lungo una vita, viene rotto dai meccanismi circolari e incomprensibili dell’universo.
Che paura… trovarsi soli, così all’improvviso.
Un’esistenza allo sbaraglio
I calzini, allora, aspettano pazienti la lavatrice successiva, e quella dopo ancora, ma l’altra metà non torna.
Il dialetto trevigiano come veicolo linguistico-emotivo
L’autore utilizza i calzini come pretesto per indagare l’animo umano e le relazioni di coppia.
Nella lettura del poemetto viene spesso spontaneo porsi la terribile domanda
e se la mia anima gemella sparisse?
Il dubbio che assilla l’anima
Crosato si addentra nella paura totalmente umana di rimanere soli, ma anche in quella di uscire dai canoni della società nel tentativo di essere-un-po’-meno-soli.
Il tutto avviene, come già preannunciato, in dialetto trevigiano.
Si incontrano, dunque, termini intraducibili, ricchi ed eloquenti, provenienti dal passato. Alcuni risultano magari caduti in disuso, ma raccontano efficacemente al lettore la storia di due metà diverse, che pian piano si scelgono.
Due calzini, due anime sconpagnà (spaiate). Na scarpa e un socoło, un altro modo più metaforico per dire “diversi”, “opposti”.
Due entità che imparano ad amarsi e non temono più la centrifuga della lavatrice – che separa, ma anche unisce.
L’universalità di un sentimento: l’amore
Qui, il dialetto riesce a raccontare senza difficoltà il mondo dinamico e fluido dell’amore, un amore che non è né eterosessuale, né omosessuale.
Invece, è qualcosa di interstiziale, in cui i generi continuano a confondersi e dissolversi.
Amore e dialetto si raccontano bene a vicenda, entrambi fluttuano senza tempo. Sono entità che vivono di nuove connessioni e analogie.
Il dialetto, per gli autori che scelgono di adottarlo, risulta essere più conforme alla loro creatività linguistica.
Si presta bene a continue evoluzioni e a tematiche nuove. Un idioma che, riprendendo quanto detto da Gianna Marcato, non ha alcuna intenzione di scomparire, e che si adatta alle novità.
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Bibliografia/Sitografia
Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni, Bari, Editori Laterza, 2021;
Gianna Marcato, La forza del dialetto. Autobiografie linguistiche nel Veneto d’oggi, Verona, Cierre Edizioni, 2007;
Dati ISTAT sull’uso del dialetto consultabili;
Francesco Crosato, Calseti, Venezia, Damocle Edizioni, 2020.
