Il bisogno di differenza contro la violenza di genere

Nonostante i continui tentativi di portare un’uguaglianza tra tutti i membri della società, continuano a sussistere fenomeni di femminicidio e violenza di genere. È tempo allora di illuminare la facendo sotto un altro punto di vista: quello della differenza. Avere pari diritti non basta, serve ottenere un ruolo attivo esistenziale per poter essere qualcuno.

Differenza come uguaglianza imperfetta


La società odierna tende sempre di più ad una uguaglianza di diritti e per ognuno dei suoi membri. Ciò interessa soprattutto le donne: dalla loro relegazione nella sfera domestica, hanno potuto iniziare ad avere una vita pubblica impegnata nella società, causando una spinta sempre maggiore che le ha portate ad una dignità pari a quella dell’uomo.

Eppure, tutt’oggi le notizie quotidiane riportano casi di femminicidio, soprusi a danni di donne, violenze di genere tutte con un elemento in comune: atti di gelosia o relazioni interrotte con il loro partner. Forse allora la questione non è davvero risolta; qualcosa di mai emerso è rimasto sottocoperta, qualcosa che però potrebbe davvero contare per una società più giusta.

La mancanza di una voce femminile


Seguendo il pensiero di Carla Lonzi, potremmo dire che il problema risiede proprio in quella uguaglianza tanto combattuta.

Pur essendo un punto di svolta per le donne, non si può dire sia una vittoria su tutta la linea: queste si sono trovate a dover entrare in un mondo pubblico modellato sulla base dell’uomo.

Lontano da denunce contro un sistema patriarcale, questo “sistema sociale” è semplicemente frutto di una concezione che per secoli ha dominato, nonostante oggi sia ritenuta errata. Difatti era consuetudine considerare gli affari esterni alla famiglia in mano all’uomo, mentre quelli interni alla famiglia in mano alla donna, dato il suo maggior attaccamento alla crescita e all’accudimento dei figli. Le conseguenze di ciò non hanno portato a creare una società strettamente patriarcale ma essa si è andata a sviluppare in modo da considerare come perno di base l’uomo.

Nel momento in cui la donna si è affacciata al mondo, alla mercé del dominio pubblico, si è assistito ad un cambio di schema: l’ingresso nel sistema ‘maschile’ di una componente considerata fino ad allora come estranea, vista ora come una mera appendice. Le donne si trovano, di conseguenza, costrette ad adeguarsi ai diritti degli uomini, ma proprio questo aspetto implica un’entrata passiva in una cornice preesistente. Seppur ciò sia stato la linfa di innumerevoli lotte politiche, come in particolare il diritto di voto, si ha come unico risultato un allargamento della sfera pubblica. L’immediata conseguenza è il silenzio: non si sente la voce di coloro che erano un tempo tenute lontane.  

Tra crisi e soluzione


La crisi di questo modello di assorbimento si manifesta in primis nella sfera privata: se nella sfera pubblica la donna ha un suo riconoscimento, nel privato rischia di continuare a perpetuare nella disuguaglianza. Lo spettro della violenza di fronte a scelte attive e individuali della donna rimane un’ombra che la accompagna per tutta la vita.

Se quest’ombra incombe sempre di più, ecco che il vaso di Pandora viene aperto: l’apparente uguaglianza viene messa da parte e alla donna non si riconosce una autodeterminazione piena, ma viene costretta a sottostare a delle esigenze imposte. La sfera privata diventa riflesso della sfera pubblica: la donna non ha mai ottenuto un ruolo vero e sentito, ma è stata solo accolta dall’uomo fuori dalla sfera domestica.

Se da una parte questa crisi segna un momento di rivalutazione per l’uomo, per la donna segna invece la svolta.

Il primo, infatti, si trova a dover fare i conti su cosa è venuto a mancare nel rispetto della dignità altrui; se anche la violenza viene attuata da un singolo uomo, ciò non toglie che gli altri non ne risentano: tutti tendono a sentirsi affranti e ad interrogarsi su un sistema.

Per le seconde invece, questi momenti diventano occasione di salire alla ribalta: ottenere non un’uguaglianza politica, ma una differenza esistenziale. Far sentire la propria voce, costruirsi un’identità nel tempo presente che parta dall’ora e abbia azioni concrete.

È proprio questo l’obbiettivo del femminismo: dare voce a donne che non l’hanno mai avuta. Serve cominciare a ricostruire il presente mettendo in comunicazione un uomo-soggetto con una donna-soggetto.

il problema femminile è di per sé mezzo e fine dei mutamenti sostanziali dell’umanità. […] è una parola nuova che un soggetto nuovo pronuncia e affida all’istante medesimo la sua diffusione. Agire diventa semplice ed elementare. Non esiste la meta, esiste il presente. Noi siamo il passato oscuro del mondo, noi realizziamo il presente.’[1]

Il femminismo tenta di assecondare quel bisogno delle donne di essere effettivamente un qualcuno, e non solo un’appendice accettata.

Ovviamente questo non esclude l’uomo, ma anzi lo chiama ad agire. Egli, infatti, deve poter ridurre il suo spazio, ascoltando una voce nuova, degna di essere ascoltata e non meno valente. Se la società in sé non è considerabile patriarcale, lo è un atteggiamento entro essa, quell’atteggiamento che rimanda nel futuro o che scredita certe richieste da parte delle donne.

È questo ciò che va estirpato, e a tal riguardo tanto gli uomini quanto le donne sono chiamati a farlo.

Distruggere per ricreare


In tutto ciò le parole di Cristina Torres Cáceres (https://www.requiempamphlet.it/wp-admin/post.php?post=1025&action=edit) risuonano come un’eco lontana:

Se domani sono io, se domani non torno, mamma, distruggi tutto.

Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima.’[2]

Se domani tocca a me

Una chiamata a “distruggere tutto” per permettere l’alba di un nuovo presente in cui anche chi non ha mai avuto un ruolo, ora lo posso avere. Il sogno è che la prossima vittima sia l’ultima e che ciò sia un monito su come le cose vadano cambiate.

In caso di emergenza non esitare a consultare questo link: https://www.salute.gov.it/portale/donna/dettaglioContenutiDonna.jsp?id=4498&area=Salute%20donna&menu=society


Bibliografia

[1] C. Lonzi, Sputiamo su Hegel. E altri scritti

[2]C. Torres Cáceres, Se domani non torno…