Giacomo De Luca è un danzatore professionista nato a Lecce nel 1999. In questa breve conversazione con il giovane artista visionario partiremo dai suoi primi passi nel mondo della danza, dal Teatro alla Scala fino ad arrivare alle sue collaborazioni internazionali. Nel tragitto sveleremo altre sue virtù parallele, come il lato poliedrico e la vena creativa come coreografo emergente, che gli ha permesso di rendere sé stesso oggetto di indagine artistica.
Vorrei partire con un ricordo. I “primi passi” di un bambino rappresentano il momento in cui impara a camminare, ma di questo non puoi avere memoria. Che ricordo hai, invece, dei tuoi “primi passi” nel mondo della danza? E oggi che ruolo hanno per te i ricordi e le emozioni vissute?
«L’approccio alla danza e al movimento in me è sempre emerso in modo naturale, per me è una necessità e non un desiderio. Dal mio mestiere apprendo che è fondamentale aprire conversazioni profonde con e nel proprio corpo, mettersi in discussione, esplorarsi, rispettarsi e amarsi; significa avere cura di sé e di ciò che ci circonda. I miei primi passi sono le radici della mia curiosità sul corpo e il suo movimento, e man mano che accumulo sapere e sperimento la sua evoluzione, maggiore è il mio interesse nel ritornare all’essenza e nell’approfondire questioni sull’esistenza.
Negli anni ho compreso di non essere solo un ballerino, ma molto di più. Sono un vero e proprio ricercatore, un danzatore aperto a diversi ambiti, dal cinema alla scienza, alle filosofie e discipline come lo yoga, pratiche somatiche e percorsi esperienziali che ruotano attorno al benessere totale dell’essere umano. Il tempo mi ha permesso di fare pulizia di abitudini da sempre consolidate come normalità, ma che in me si sono rivelate poco aderenti.
La capacità di affinare i sensi e di avere memoria, nella danza come nella vita, è fondamentale; sviluppare un proprio pensiero, osservarsi e ampliare l’immaginazione, permette di essere presente, conoscere momenti passati e anticipare quelli futuri. Credo sia una qualità straordinaria, anche se spesso si tende a sfuggire e a voler dimenticare. Tuttavia è impossibile, il corpo somatizza, assorbe emozioni e turbamenti, è un processo intrinseco nella dualità corpo-mente. Siamo un tutt’uno, ed è un peccato evitare il ricordo. La memoria non ha luogo solo nella mente, ma anche nel corpo: i muscoli hanno memoria e il costante acquisire di informazioni interne ed esterne, da suoni acustici, vibrazioni, colori, gusti e percezioni, rivela dense possibilità che per me sono in osmosi con i movimenti.
Quando danzo sfoglio il mio archivio attraverso i sensi, e mi affascina percepire novità, momenti passati in precise posture o dinamiche. Sono per la rigenerazione e la creazione, è stupefacente vedere l’arte fiorire anche da esperienze negative. La scena è un campo d’azione estemporaneo ma infinito; la danza è fugace ma, se si sa osservare, comunica tanto e ferma il tempo. Credo nell’istante, nel quale mi porto dietro il passato, perché credo sia essenziale per poter affrontare il futuro».
Nel 2019 consegui il Diploma come ballerino professionista presso la Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala di Milano. Si parla molto della Scala di Milano, ma spesso non si ha la possibilità di analizzare ciò che c’è dietro. Colgo l’occasione per parlarne con te: qual è stato il percorso che hai fatto per arrivare in una delle più grandi istituzioni nel mondo della danza? E quali sono stati i sacrifici a cui sei andato incontro?
«Ho sempre creduto nelle mie capacità. La mia ambizione è sempre stata quella di poter vivere di danza, quella autentica, fatta in luoghi straordinari con professionisti di grande calibro. Lasciare molto presto casa, le abitudini e la propria cultura ha significato tanto per me, è stata una scelta dirompente nella quale ho messo amore e coraggio, sin dal primo giorno.
Quali sono i sacrifici? Si deve essere disposti a perdere sempre qualcosa per realizzarsi. Fin da piccolo ho preferito dedicarmi alla danza piuttosto che a qualsiasi altra cosa, e credo di aver fatto bene. Vivienne Westwood diceva:
Segui il tuo profondo interesse, dimentica te stesso e diventa quello che sei.
Ho scelto di voltare pagina, credendo solo in me stesso mi sono aperto alle opportunità che il Sud Italia non poteva offrirmi. Restare in Puglia avrebbe limitato la mia crescita e non mi avrebbe permesso di formarmi e raggiungere il massimo della qualità. La mia famiglia è sempre stata la fondamenta dei miei studi, il mio supporto più importante sempre con me nel mio percorso. Essere ammesso alla scuola di ballo della Scala era il mio sogno fin da quando ero bambino. Ricordo che raccoglievo interviste, immagini e citazioni di Nureyev e Fracci, artisti che hanno scritto la storia della danza con umiltà e devozione, le incollavo su poster così da poter vedere ogni giorno il mio futuro; avevo 9 anni. A 22 capii che quel mio istinto creativo era un vero e proprio metodo di visualizzazione (Moodboard) che permette di tenere alto il focus sugli obiettivi proposti.
All’inizio è stato difficile adattarsi al cambiamento, ero molto lontano dal nido famigliare e ho compreso presto il significato della solitudine, della passione e del voler bene. Tuttavia, avevo il coraggio di aprirmi a una nuova città, e oggi Milano è la mia seconda casa. Sa offrire tanto a chi è disposto a mettersi in gioco. Mi sono quindi ritrovato a studiare con grandi maestri, a lavorare con noti coreografi e registi, a danzare in tournée con la scuola e la compagnia, sempre desideroso di scoprire di più su un mondo tanto magico quanto misterioso.
Nell’Accademia niente è scontato o regalato; tutto va conquistato con impegno e determinazione. Bisogna lavorare in simbiosi con il proprio corpo e avere grinta. La competizione è inevitabile, ma se non si ha chiaro in mente che i veri rivali sono i propri limiti si va poi sul superfluo. Credo che conoscersi e migliorarsi sia fondamentale, mettersi in discussione con sé stessi è d’obbligo. Bisogna tenere duro. Ho visto tanti compagni abbandonare il percorso; ci sono stati legami sospesi e amicizie che sono svanite senza aver avuto il tempo di conoscersi davvero. Ogni anno per me è stato significativo, ricco di esperienze incredibili dal primo giorno fino al diploma. Ho scoperto un ambiente ricco di professionalità, disciplina, arte e storia.
A 13 anni sentivo di dover condividere il mio percorso, e così mi avvicinai ai primi social media: Flickr, Facebook e Instagram. Intuendo il potenziale della condivisione, diedi vita a un blog e alle prime collaborazioni, grazie ai quali ricavai un vasto seguito mediatico – coi rispettivi pro e contro dell’essere continuamente sotto l’attenzione della gente. Immagini, video e storie erano il mezzo con cui raccontavo con passione e senza filtri la danza, dalle prove al backstage fino agli spettacoli. Lo facevo per coinvolgere in primis la famiglia, malgrado la distanza, e poi aspiranti ballerini/e e appassionati/e. Avvicinai l’artista allo spettatore e viceversa.
Essendo un habitué degli spettacoli, ho scoperto di essere un ‘ballettomane’, proprio come i veri appassionati del balletto sempre in alto nel loggione; non perdevamo mai le recite in cartellone. Mi raccontavano la storia della danza vista con i loro occhi, e con affetto mi chiamavano ‘il blogger della Scala’. Con passione e rispetto, riuscii ad aprire le porte della scuola e del Teatro alla Scala al digitale, prima ancora dell’istituzione del ruolo dei social media manager così come lo conosciamo oggi.
La Scala sarà sempre casa per me. È stata un’esperienza indimenticabile, che mi ha sviluppato in termini di carattere e personalità. Ho molto a cuore insegnati e assistenti, poiché mi hanno fatto crescere in una realtà che mi ha proiettato nell’oggi, nonostante a un certo punto io abbia sentito la necessità di orientarmi su me stesso, non più come ballerino, ma creandomi delle strade come danzatore e autore».

Vieni definito da molte riviste “il Billy Elliot italiano”. Ho visto il film in questi giorni e vorrei analizzare con te alcuni possibili nessi tra la tua storia e quella del giovane Billy. Partiamo con il primo aspetto che il film mette in risalto, ovvero il comune pregiudizio sul binomio uomo-danza. Ti è mai capitato di “subirlo”? Se sì, in che modo l’hai affrontato?
«Fin da piccolo ho sperimentato sulla mia pelle il pregiudizio, una tendenza purtroppo diffusa ancora oggi per molti ballerini e non solo. Il bullismo non ha età, ma quello infantile lascia cicatrici profonde e va affrontato prontamente. Ho sempre affrontato queste sfide con determinazione e resilienza, rafforzando la mia fede nella mia passione. Grazie al sostegno della mia famiglia, ho imparato a bilanciare i miei stati d’animo e ignorare le critiche, opponendomi con determinazione al giudizio superfluo, rispondendo solo con l’arte.
La mia storia, in qualche modo simile a quella di Billy Elliot, cerca di sfidare gli stereotipi e i preconcetti errati radicati in molte culture, che troppo spesso vengono ignorati. Dimostrare che la danza è un’arte, un mestiere senza limiti di genere né pregiudizi, è una delle mie missioni; rivolgendomi a un’epoca in cui l’identità delle persone è sotto i riflettori in un costante e gratuito giudizio degli altri, mette davvero a dura prova. Le notizie più tristi sono all’ordine del giorno, leggendo giornali o guardano in strada è impossibile restare indifferenti.
Nel tempo ho sviluppato un’armatura invisibile, ma i bambini non sono pronti e ne risentono. Devono essere protetti e incoraggiati ad essere loro stessi, fieri della propria individualità. Nel corso degli anni ho incontrato piccoli artisti indifesi e incompresi, pieni di determinazione e passione, desiderosi di conoscermi meglio. Mi emoziona sapere che la mia storia possa essere d’esempio, donando loro coraggio e comprensione. È anche uno stimolo per me stesso, per ricercare e raggiungere il meglio indipendentemente dal pensiero altrui. Il mio invito è a perdonare, ad avvicinarsi all’arte, alla danza e a ciò che fa stare bene, ad esprimere liberamente le proprie emozioni e a scoprire sé stessi con gioia e passione».
Un altro aspetto che mi ha colpito è il rapporto tra la vocazione di Billy e i conseguenti dissapori con la sua famiglia, che solo in un secondo momento decide di sostenerlo totalmente. Qual è stato, invece, il rapporto tra la tua vocazione e la tua famiglia?
«Sono nato in Puglia, a Lecce, nel 1999, e sono cresciuto in un contesto storico ed economico relativamente equilibrato se lo paragoniamo ai conflitti sociali legati alle politiche britanniche e alle lotte operaie dei minatori negli anni ’60 e ’80, che invece hanno interessato la famiglia di Billy Elliot. Tuttavia, credo che, nonostante sia nato in un’epoca maggiormente ricca di opportunità e sviluppo, entrambi abbiamo dovuto affrontare concetti retrogradi radicati nella cultura del nostro tempo. Dalle dicerie della gente sulle nostre passioni personali e le amicizie, fino alle eredità patriarcali in cui si preferiva che il figlio seguisse le orme del padre di generazione in generazione, abbiamo entrambi dovuto lottare per far riconoscere i nostri diritti nel tempo.
La mia famiglia ha origini umili e contadine. I miei nonni hanno saputo reinventarsi e adattarsi allo sviluppo industriale quando affrontavano drastiche politiche italiane. Hanno dovuto rimboccarsi le maniche nel settore agricolo e poi in quello commerciale, vedendo mutare l’intero Made in Italy. Sono cresciuto mangiando friselle e pomodori, fortunatamente supportato da una famiglia sempre unita e che ancora oggi crede in me. Sono grato di avere due genitori straordinari che mi hanno insegnato che con “lavoro, lavoro e lavoro” si può ottenere molto. Sono nato sotto il segno dell’Ariete: testardo, ambizioso e creativo, determinato ad affermare la mia vocazione interiore. I miei genitori compresero presto che la danza per me non era solo un passatempo, vedevano chiaramente le mie capacità e non mi hanno mai fermato.
L’impegno per realizzare il proprio sogno, soprattutto quando questo è diventare un Artista, non può che intrecciarsi con il contesto storico e sociale in cui si è calati, con annesse tutte le difficoltà socio-economiche e familiari che ci possono essere. È dai momenti tumultuosi che emergono nuove prospettive: bisogna cogliere al volo le opportunità della vita e crearsene di nuove con una visione personale. Avere passione, essere umili ed esser pronti a tutto fa la differenza».
Ho notato le tue importanti collaborazioni, tra cui il Tokyo Ballet, Rai 1, Roberto Bolle, Carla Fracci, i coreografi Emio Greco e Wayne McGregor, insieme a cantanti come Michele Bravi e brand di moda come Durazzi Milano fondato da Maurizio Cattelan, di cui la critica sul lavoro creato ha detto ‘Questo è creare, dalla parte delle donne’. Come hai gestito la responsabilità di interagire con artisti così rinomati e realtà così prestigiose come La Scala e la Biennale di Venezia, fino ad autori interdisciplinari e piccoli collettivi?
«Pronti non ci si nasce, ci si diventa. Nel mio percorso, incontro spesso artisti emergenti così come già affermati, e sono elettrizzato di sconoscerli meglio. La mia volontà di mettere insieme menti creative e collaborare attivamente per creare qualcosa di interessante, che avvicini all’arte, favorisca un equilibrio psicofisico e un ricambio generazionale è una mia priorità. Sono sempre stato affascinato dalle biografie di grandi personalità, alla base c’è sempre la chiave del loro successo umano. Conoscerli mi aiuta a comprendere il perché e il come di tante cose; riesco sempre a rivedere una parte di me in loro.
Alcuni anni prima della scomparsa di Carla Fracci, ebbi la fortuna di danzare con lei e mi colpì tanto. Ero immerso nel mondo del balletto, tra esperienze da allievo e professionista al teatro. Tra i corridoi e la scena è quotidiano incontrare noti artisti e compagnie – è la loro casa. Sono cresciuto in una realtà così affascinante che mi ha motivato ad acquisire sempre più esperienza. Ricordo con affetto le mie prime prove con Placido Domingo, le lezioni in corpo di ballo e l’étoile S. Zakarhova, con cui ho condiviso la sbarra. Registi e coreografi, tra opere e balletti, mi hanno lasciato il senso della bellezza.
A 20 anni mi ritrovai in giro per l’Europa, alla ricerca di nuove opportunità di lavoro. La Scala mi stava stretta e la programmazione non prevede un’apertura completa al contemporaneo. In periodi avversi come quello del Covid, ho sentito la necessità di dare voce alle mie priorità cercando di sperimentare e creare con autori, ricercatori nella danza. Fui scelto da Wayne McGregor per le prime due edizioni del Festival alla Biennale, e vivere la danza a Venezia accanto a grandi artisti è stato un sogno. Quell’esperienza fu per me un’incubatrice importante, e da quel momento venni avvolto da grandi opportunità e più energie.
A Venezia decisi di dedicare tempo alla mia personalità. Mi unii ad autori nella loro ricerca e creazione artistica, volevo trasferirmi all’estero; poi però incontrai in Puglia Emio Greco, e decidemmo di collaborare insieme anche ad Amsterdam nella sua compagnia. Lui mi ha focalizzato sull’essenza nella danza, tralasciando il superfluo per qualcosa di sincero. Ho trovato similitudini, dalle radici pugliesi alla consapevolezza di personali necessità, frutto di esperienze che hanno nutrito e incentivato ad essere come dei guerrieri della bellezza interna ed esterna.
Sono sempre stato affascinato dalla moda; è mia madre che mi ha trasmesso l’amore per la sartoria. La danza per me è un vero e proprio lavoro di haute couture, c’è artigianato e cura per ogni dettaglio. È l’amore e il rispetto che metti per quello che fai a renderlo ben fatto. Sono felice di sapere che il mio lavoro sia apprezzato e attribuito dalla parte delle donne, che sono da sempre la mia ispirazione. Resto sempre aperto alla collaborazione artistica, soprattutto tra autori e collettivi, perché è dal dialogo e dal conoscersi che nasce tutto».

Oltre ad essere un danzatore sei anche un giovane coreografo e un attivista. Parlarci un po’ di questo tuo lato poliedrico. Come è nato?
«Questo aspetto di me è nato dall’urgenza di essere me nella mia totalità, di essere compreso, rispettato e amato, ma soprattutto dalla mia vena creativa, che è sempre presente e non ha fine, simile al pensiero stesso. Nel corso del tempo, nutrendomi di storia, artisti e del presente, ho compreso le mie innate capacità e ho deciso di iniziare a indagarle. Prendermi sul serio, imparare a comprendere me stesso è allo stesso tempo osservare ciò che mi circonda, distinguere il bene dal male e affrontare le sfide con buon senso e risolutezza. Questo processo aiuta a delineare obiettivi e a definire un mio pensiero. Fin da bambino le idee sul futuro mi sono sempre state chiare, immaginare il mio presente mi ha permesso di crederci davvero e realizzarlo. Spesso faccio il punto della situazione e rielaboro la programmazione del mio futuro. La vita cambia; occorre adattarsi al cambiamento e mai demordere nel perseguire i propri obiettivi.
Nel settore della danza e dello spettacolo dal vivo, si vivono costantemente lotte. Gli artisti in Italia non ricevono il riconoscimento che meritano, e c’è un’estrema indifferenza istituzionale. Questa mancanza di considerazione colpisce l’intero settore – le scuole di danza, gli operatori, le imprese agli artisti, e soprattutto mira al disequilibrio corpo-mente della popolazione. È una situazione assurda; basti riflettere sull’assenza dell’arte nella società e ci si può rendere conto di quanto un mondo senza cultura sia invivibile. Dare respiro all’arte è come fornire ossigeno al corpo e migliorare la propria qualità di vita partendo dalla mente. Tutto influisce sul come fare e proporre la danza, con quali mezzi diffondere e sensibilizzare, con totale attenzione a margini operativi di qualità, accessibilità, sostenibilità ambientale e sociale.
Oggi il compito delle istituzioni, dei comuni, delle associazioni e degli artisti è collaborare per ristabilire in Italia la cultura della danza, rieducare la comunità al presente, sempre più labile all’evoluzione. Trovo saggio e necessario prendere le distanze da tendenze poco democratiche del fare arte con e dal corpo; spesso si fanno compromessi, poi emergono divergenze, zero rispetto della persona, indifferenza e poca equità e qualità artistica. Ho imparato a dire di no, a farmi rispettare per fare ritorno, invece, ad un approccio solidale e dignitoso come comunità in equilibrio tra società, tecnologia e natura».
La tua poliedricità si è tradotta, tra le varie cose, anche nella fondazione, avvenuta nel 2021, di “Visionary Artist for Change”, che vuole essere una rete di artisti, studiosi e attivisti.
«Visionary Artist for Change, ovvero ‘Artisti Visionari per il Cambiamento’, rappresenta un ulteriore passo nel mio percorso come giovane autore nella danza e nelle arti performative. Nel corso degli anni ho incontrato diverse personalità, da drammaturghi a registi, fotografi, autori, compositori, poeti, performer, scultori, curatori e stilisti, che nei loro ambiti e attraverso le loro opere mi hanno particolarmente suggestionato e ispirato. L’idea di conoscersi meglio, aprirsi al dialogo e sperimentare insieme è una delle mie missioni. Favorire uno scambio interculturale, orientarsi con curiosità verso nuovi orizzonti oltre il corpo, mi permette di esplorare settori in cui la danza può interagire e promuovere consapevolezza psico-fisica.
Il progetto propone di essere una sfera per il dialogo, il confronto e la realizzazione di mie creazioni, sviluppare insieme progetti interdisciplinari e tessere una fitta rete di artisti e studiosi che credono nel manifesto e sono pronti all’azione creativa. Questo si concretizza in residenze artistiche in cui si svolge ricerca, sperimentazione, innovazione, formazione e creazione artistica. La realizzazione di opere è aperta alla declinazione in performance, film, installazioni, immagini, suoni, scritture, moda e design, proponendo panorami contemplativi e navigazioni sensoriali per l’intreccio di un’esperienza artistica e umana completa. Il lavoro si oppone rispettosamente a tendenze poco democratiche del creare arte corporea, divulgando invece principi fondamentali e visioni utopiche come gesto sovversivo contro un potenziale collasso globale. La missione è contribuire al piano strategico di sviluppo socio-culturale ed economico, favorendo una comunità orientata al dialogo e alla rinascita di una realtà migliore».
Parliamo ora del futuro. Qual è il prossimo progetto al quale lavorerai? Coinvolgerà la tua città, Lecce, o sei proiettato all’estero?
«Lecce è nel mio cuore; lì ho le mie radici ed è in Puglia che vedo il mio futuro. Dedico sempre del tempo a riscoprirla, per me è una città d’oro, mi nutre costantemente e mi rigenera. Vado in giro solo in bici e mi stupisce che ci sia sempre qualcosa da osservare. È un luogo che mi riporta ad una pace interiore. La vita non scorre frenetica come in una città metropolitana; al contrario, si dà valore alla cultura del tempo. Il mio mestiere mi obbliga a essere un navigatore, spostandomi dove ci sono opportunità concrete. Sono sempre pronto a nuove realtà e dopo dieci anni a Milano, poi tra Padova, Venezia, Londra e Amsterdam, negli ultimi anni girando da solo in Europa ho riflettuto sull’idea di stabilirmi in una città.
Credo che tornare più spesso a casa sia la scelta giusta. Mi permette di vivere Lecce e la mia famiglia con curiosità, proprio perché sento la necessità di essere parte integrante della comunità per contribuire alla sua evoluzione culturale. Sento di dover continuare a conoscere artisti, studiosi e realtà del luogo, incontrare personalità e promuovere il ricambio generazionale. Parlare con giovani e anziani, condividere con loro le mie esperienze, spingerli verso una propria realizzazione mi preme molto. Creare legami e nuove collaborazioni mi dà la possibilità di porre domande, fare ricerca e indagare le capacità umane. Vorrei dare luogo e più spazio alla danza contemporanea, ideare format con e per la comunità, collaborare per la realizzazione di progetti sulla sensibilizzazione e la trasmissione artistica, dando valore a luoghi simbolo e alla tradizione pugliese per l’innovazione attraverso i linguaggi plurali del corpo».
