(Fonte foto in copertina: FanPage)
Le elezioni federali tedesche del 23 febbraio 2025 hanno visto la vittoria della CDU, seguita dall’ascesa dell’AfD. La crisi della coalizione “semaforo” ha portato al voto anticipato, con il Brandmauer ancora saldo contro l’AfD. La formazione del governo si prospetta complessa, mentre la Germania affronta sfide economiche e politiche interne ed europee.
Le elezioni del 23 febbraio 2025
Dalle 7 alle 20 di domenica 23 febbraio 2025 i cittadini tedeschi sono stati chiamati a votare per l’elezione dei 630 membri del Bundestag, il parlamento federale tedesco che si rinnova ogni 4 anni.
Le ultime elezioni avevano, nel 2021, visto l’affermazione di una “coalizione semaforo”, formata da Liberali (FDP), Verdi e Socialdemocratici (SPD), che ha governato dal 2021 fino alla crisi di governo aperta nello scorso inverno a partire dalle dimissioni del ministro liberale delle finanze Christian Lindner, in disaccordo con alcune politiche fiscali fortemente volute dal cancelliere socialdemocratico Scholz.
Le dimissioni di Lindner hanno portato Scholz a chiedere un voto di fiducia al Bundestag il 16 dicembre dello scorso anno, che, come ampiamente previsto, non è stato ottenuto, fissando il voto anticipato al 23 febbraio.

I risultati elettorali e il Brandmauer
Durante il corso della breve campagna elettorale il risultato si è fatto sempre più precisamente prevedibile, e dopo le votazioni effettuate oggi (ieri per chi legge) è stato confermato.
La CDU, partito cristiano-democratico dell’ex cancelliera Merkel, oggi assestato su posizioni prevalentemente conservatrici, ha ottenuto il 28,5% dei voti, e, secondo le proiezioni, 208 seggi. L’AFD (Alternativ für Deutschland, partito di estrema destra considerato neonazista da non pochi) si assesta al 20,8% ottenendo 152 seggi; l’SPD il 16,4% e 120 seggi (la percentuale più bassa dal 1887, 9,3% in meno rispetto al 2021), mentre i Verdi arrivano al 11,6% (85 seggi) e la Linke (estrema sinistra) l’8,7% (64 seggi).
Fuori dal parlamento dovrebbero rimanere, per via della severa soglia di sbarramento al 5%, i liberali, al 4,3% e la Bund (alleanza) Sarah Wagenknecht, partito di estrema sinistra guidato dall’omonima leader ex-comunista originaria dell’ex RDT (Repubblica Democratica Tedesca), al 4,97.
Una volta terminate le operazioni di spoglio, si aprono le danze per la formazione della prossima coalizione di governo. Per comprendere bene le meccaniche che porteranno al governo dei prossimi quattro anni, bisogna tenere conto della peculiare posizione dell’AfD. Per via delle sue posizioni ritenute estreme, al limite del neonazismo, su immigrazione, sicurezza, unione europea, ambiente e altro, l’AfD è “vittima” del cosiddetto Brandmauer (barriera protettiva), ossia di un tacito accordo tra tutti gli altri partiti al fine di non farla partecipare a iniziative esecutive o legislative.
L’unica eccezione finora registrata consiste in una mozione del Bundestag rivolta al governo uscente, proposta dalla CDU ed approvata grazie al sostegno dei voti dell’AfD e dei liberali il 30 gennaio di quest’anno (348 si, 345 no, 10 astenuti). La mozione chiedeva al governo di prendere posizioni più nette in materia di immigrazione, con politiche di controllo dei confini più severe.
Il successivo disegno di legge proposto al Bundestag non è stato però approvato per via della defezione di alcuni parlamentari della CDU. Questo singolo episodio è però stato sufficiente a infiammare la campagna elettorale, tra l’AfD che festeggiava la caduta del Brandmauer e gli altri partiti, principalmente Verdi e SPD, che accusavano la CDU, rappresentata dal Kanzlerkandidat (candidato cancelliere) Friedrich Merz, di volersi spostare talmente a destra da essere disposta persino ad una colazione di governo con l’AfD. Quest’ultima prospettiva non sembra far parte delle carte sul tavolo all’indomani del voto.
Verso un nuovo governo: le opzioni sul tavolo
Merz, prossimo cancelliere forte del risultato della CDU, primo partito come nell’era Merkel e nella maggior parte della storia tedesca del dopoguerra, ha dichiarato negli ultimi giorni di campagna elettorale che la coalizione CDU-AfD non è tra le opzioni, mentre subito dopo le votazioni ha proposto una coalizione “Kenya”, formata da CDU, SPD e Verdi.
Bisogna tenere anche conto delle peculiarità del sistema elettorale tedesco, costituito da una doppia votazione. Sorvolando sul funzionamento specifico (si veda la sitografia), questo fa sì che la CDU e l’SPD rappresentino il 48,5% della popolazione tedesca ma abbiano 327 seggi, dunque più del 50%, fissato a 315 su 630 La grande coalizione tra SPD e CDU (Großekoalition, come ai tempi della Merkel) è dunque possibile, anche se la risicata maggioranza rende comunque auspicabile trovare un terzo alleato di governo, identificato per ora nei Verdi, vista l’esclusione dell’AfD e la scomparsa dei liberali dal Bundestag.
La scelta non è scontata, dato che negli ultimi anni i Verdi sono stati il bersaglio delle critiche della CDU (per non parlare dell’AfD) soprattutto per quanto riguarda le politiche energetiche conseguenti alla crisi ambientale, giudicate ideologiche e poco adatte allo sviluppo economico e industriale tedesco.
È ragionevole credere che, se i liberali fossero entrati in parlamento, la CDU li avrebbe preferiti, vista la comune visione in materia energetica, fiscale e, soprattutto a partire degli ultimi mesi, migratoria.
Sicuramente le trattative per arrivare alla formazione del governo federale non saranno semplici, anche se la conferma della maggioranza legale ha portato la CDU a chiedere consultazioni già per la prossima settimana e si vocifera di liste di ministri già preparate.
In più, si registra la disponibilità dei Verdi a venire a patti con la CDU, in modi ancora da definire. Si registrano le prime diffidenze soprattutto nella CSU (Unione Cristiano Sociale, partito maggioritario in Baviera e da sempre in coalizione con la CDU), ma è probabile che verranno superate in nome della solidarietà nazionale e del non coinvolgimento dell’AfD.
L’ascesa dell’AfD e le tensioni sociali
L’AfD, appunto. Dire che sia stata la grande protagonista di queste elezioni, il perno attorno a cui sono girate proposte, polemiche e linee politiche, non è esagerato.
Dopo essersi affermata alle scorse europee come primo partito in tutti i Länder dell’Est (ex RDT) ed aver vinto anche le elezioni statali in Turingia e aver agganciato la CDU in Sassonia, l’AfD è diventata stabilmente il secondo partito del Bundestag.
La sua ascesa a partire dai territori dell’ex Repubblica Democratica Tedesca è stata definita “prevedibile” (Limes 2024), e ha portato la mappa elettorale della Germania del 2025 ad essere indistinguibile da una cartina della Germania del 1988.
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Si può quasi dire che due Germanie esistano ancora, entrambe attanagliate dagli stessi problemi: la svolta epocale (Zeitenwende) promessa da Scholz all’insediamento nel 2021 non è stata veramente avviata, complice la crisi ucraina e le sue conseguenze sul modello economico tedesco, basato anche sulla massiccia importazione di gas dalla Russia.
Altre cause di debolezza interne includono sicuramente la politica migratoria, che, a quasi un decennio alle massicce accoglienze di profughi siriani autorizzate dalla cancelliera Merkel nel 2015, mostra diverse falle che, esagerate dalla propaganda di destra anche grazie ad alcuni attentati compiuti negli ultimi anni e mesi, l’hanno resa la questione principale della campagna elettorale insieme alla politica estera, riguardo soprattutto l’Ucraina e il ruolo dell’UE.
L’AfD ha fatto molto parlare di sé sostenendo politiche “remigratorie”, sul modello di quelle progettate negli ultimi mesi del governo conservatore Sunak in Inghilterra, come risposta alle problematiche lasciate aperte dalla questione migratoria.

Grande scalpore suscitò, esattamente un anno, fa, la rivelazione di una riunione di membri più in vista del partito a Wannsee, vicino Berlino, in una sorta di ripetizione della celebre conferenza del 1942 in cui le alte sfere del Partito Nazista progettarono la soluzione finale.
Le politiche discusse nella riunione del gennaio 2024 prevedevano la remigrazione (o deportazione, che dir si voglia), non lo sterminio, ma sicuramente si potevano scegliere molti altri posti, meno associati alla più grande brutalità mai compiuta dall’Homo sapiens.
La vicinanza di AfD al nazismo è discussa, tanto che non è mai ancora stata effettivamente avviata la procedura di incostituzionalità con conseguente scioglimento (come nel caso del Partito comunista tedesco, sciolto nel 1956), che la Legge Fondamentale del 1949 prevede nei casi di partiti o movimenti ritenuti pericolosi per il “libero ordinamento democratico” (art 21 comma 2).
Questa procedura è stata però più volte richiesta a gran voce, e le manifestazioni pacifiche di centinaia di migliaia di persone che hanno accompagnato tutte le ultime tornate elettorali in Germania sono la manifestazione della preoccupazione di larghe fette della popolazione tedesca per l’affermazione di un partito che invece un tedesco su cinque ritiene la vera Alternativa, appunto.
Il fatto che la convention del partito si sia aperta con le note e il testo dell’inno Deutschlandlied (canto della Germania) ha fatto rabbrividire molti, non tanto per la bella melodia, originariamente di Haydn, ma per le parole della prima strofa (Germania sopra tutto, sopra tutto nel mondo) che sono risuonate nel salone.
L’inno oggi ufficiale della repubblica federale ha come testo solo la terza strofa delle tre risalenti all’800, mentre pronunciare le prima costituisce reato (i calciatori della nazionale tedesca, infatti, ascoltano solo la musica dell’inno, in silenzio, prima delle partite) per via del fatto che essa costituiva il testo dell’inno del Reich tedesco tra il 1933 e il 1945.
Segni come questi si sono moltiplicati in Germania negli ultimi anni, nella Germania che pure ha gestito il suo passato totalitario molto meglio dell’Italia, seppur, evidentemente, in maniera imperfetta. Sicuramente non diminuiranno nei prossimi quattro anni, vista l’affermazione sempre più netta dell’AfD che nulla ha mai fatto per dissociarsene.
Le sfide per il futuro: stabilità e affluenza
Due questioni sono da sottolineare, per concludere un rapido sguardo sull’(ex?) locomotiva d’Europa. La prima: per quanto tempo reggerà il Brandmauer? Soprattutto, quanto sarà fattibile, per i partiti tradizionali, tenere fuori l’AfD dai governi statali e federali, dopo che, a livello locale, nazionale ed anche europeo con il gruppo dei Patrioti (di cui non fa parte ma in cui valuta di rientrare) la sua affermazione è sempre più evidente?
La prassi è consolidata in Germania, ma quanto può durare una prassi se cambiano le condizioni che l’hanno resa applicabile? D’altro canto, la storia recente ha dimostrato che una prolungata permanenza all’opposizione, se si sfruttano bene i mezzi che questa mette a disposizione, può costituire una fonte di consenso formidabile.
Lo dimostrano, in Italia, il PCI tra il 1948 e il 1976, FDI tra il 2018 e il 2022, ma anche i laburisti inglesi tra il 2008 e il 2024, seppur con le dovute cautele nell’effettuare comparazioni. Quanto crescerà l’AfD nei prossimi quattro anni?
È indubbio che le questioni che le permettono di capitalizzare consenso resteranno aperte almeno per qualche anno ancora, soprattutto vista la recente virata anche dell’SPD su posizioni progressivamente simili a quelle dell’AfD sull’immigrazione.
Ci sono anche da considerare le posizioni euroscettiche dell’AfD, che hanno guadagnato alla sua causa anche il non richiesto endorsement di Elon Musk. Recentemente, il partito ha proposto une versione peculiare dell’uscita dall’euro, per cui non dovrebbe essere la Germania ad uscire dall’Unione Europea, ma dovrebbero farlo quei paesi, soprattutto del Sud dell’Europa, che “rallentano” le economie più stabili.
Definire stabile l’economia tedesca in questo momento suona quantomeno creativo, vista la recessione stabile in diversi settori, soprattutto quello dell’industria automobilistica. Ma si vedrà. Quanto durerà la coalizione Kenya? Difficile dirlo, le speranze si fondono con le valutazioni oggettive.
Seconda questione: affluenza all’82,4%. In Italia, un sogno. Simili percentuali dimostrano che la crisi dell’affluenza nei sistemi democratici non è un processo, ancora, irreversibile. Le persone vanno eccome a votare, se sentono che le decisioni prese da parlamento e governo influiscono concretamente sulle loro vite. Peccato che simili circostanze sembrano presentarsi solo quando viene ventilato lo spettro del pericolo istituzionale. Le possibilità di risollevare stabilmente le percentuali di affluenza, forse, ci sono ancora. Come sfruttarle resta un problema aperto, per i parlamenti e le società civili di tutto il mondo, ma soprattutto dell’Europa che circonda questa Germania.
Bibliografia
- Berggruen Governance Index 2024, Germany 2025: The slow decline in governance performance
- Legge Fondamentale della Repubblica federale tedesca, 1949 19490513_germaniaGrundgesetz_itaconprimacorrezionejl
- Il Giornale, 19/02/2025, L’Europa ha bisogno di un Merz in Germania
- BBC German elections: Who’s who and why this vote is important
- Indagine di La7 sugli elettori tedeschi
- Corriere della sera Elezioni Germania, Weidel (Afd): Vittoria storica, pronti a far parte del Governo | Corriere TV
- Il messaggero, 30/01/2025 Migranti, arriva la stretta in Germania: la mozione passa con i voti di Afd. Orban esulta: «Benvenuta nel club»
- Il giornale, 23/02/2024 Germania, ecco perché Afd è cresciuta così tanto
- Il post, 23/02/2025 Breve guida alle elezioni in Germania – Il Post
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